Toscana
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Dal n. 15 del 17 aprile 2005

L'ultimo addio a «Karol il grande»

In migliaia, anche dalla Toscana, sono accorsi in piazza San Pietro per partecipare alle esequie di Giovanni Paolo II, o in altri luoghi di Roma per seguire sui maxi schermi la Messa presieduta dal card. Ratzinger. Ma c'è anche chi, come una parrocchia fiorentina, proprio in quei giorni aveva programmato una sorta di pellegrinaggio all'incontrario, nella terra di Wojtyla... E a Rosignano Solvay gli operai hanno voluto celebrare una Messa in fabbrica per ricordare il «compagno Karol», che nel 1982 volle essere in mezzo a loro nella festa di San Giuseppe lavoratore.

L'ultimo addio a «Karol il grande»

In migliaia, anche dalla Toscana, sono accorsi in piazza San Pietro per partecipare alle esequie di Giovanni Paolo II, o in altri luoghi di Roma per seguire sui maxi schermi la Messa presieduta dal card. Ratzinger. Ma c'è anche chi, come una parrocchia fiorentina, proprio in quei giorni aveva programmato una sorta di pellegrinaggio all'incontrario, nella terra di Wojtyla... E a Rosignano Solvay gli operai hanno voluto celebrare una Messa in fabbrica per ricordare il «compagno Karol», che nel 1982 volle essere in mezzo a loro nella festa di San Giuseppe lavoratore.

PIAZZA SAN PIETRO
Dalla piazza un grido «Santo subito»
di Maria Cristina Caputi
«Non abbiate paura» di credere e di professare la vostra fede; «non abbiate paura» dell'altro, della sua diversità politica, religiosa, culturale, etnica; «non abbiate paura» del dolore, della malattia, della morte; «non abbiate paura, aprite le porte a Cristo». E i fedeli hanno accolto questo invito. Non hanno avuto timore di mettersi in cammino anche da molto lontano, di dormire all'aperto, di fare lunghe file, di sottoporsi al caldo del giorno ed al fresco della notte; niente li ha spaventati e per nulla al mondo avrebbero rinunciato a rendere l'ultimo omaggio al Papa.

Al funerale c'eravamo tutti: giovani e meno giovani; anziani e bambini; ammalati e disabili; credenti e non; semplici fedeli e grandi della terra. Tutti a dire il nostro «Grazie» a Giovanni Paolo II per aver testimoniato che un altro mondo è possibile.

Mi sono ritrovata in una Roma inedita: libera dal traffico privato e tappezzata di manifesti di saluto e di riconoscenza al Santo Padre, («Grazie. Roma piange e saluta il suo Papa»; «A Dio»; «Gloria al Papa della pace»; «Papa nostro… che sei nei cieli»). Vicino al centro della città, le cose cambiavano: il brulicare delle persone, piano piano aumentava. Nei dintorni del Vaticano ho incontrato giovani ancora avvolti nei sacchi a pelo, persone in fila davanti ai bagni, gruppi già in movimento dietro una bandiera listata a lutto. Insolito, per Roma, era anche il gran numero di tende canadesi montate nel verde intorno a Castel Sant'Angelo. Tutti erano composti e consapevoli che non si trattava di una gita, ma di un momento di grande significato umano e spirituale.

Sapevamo di andare incontro a qualche disagio, ma si poteva sopportare, soprattutto pensando a quanto aveva sopportato il Papa negli ultimi anni della sua vita ed in quegli ultimi giorni «di passione».

Arrivare in via della Conciliazione non è stato difficile. I mezzi pubblici funzionavano ed erano frequenti. Sui marciapiedi, alle 6 del mattino, c'erano già molti fedeli pronti a seguire la celebrazione sul grande schermo posto all'inizio della strada. Verso le 7 ci è stato permesso di avvicinarci alla piazza, ma c'erano le transenne. Altra sosta. Tanti dubbi. «Ci fermano qui» diceva qualcuno, «ci sono le autorità, lasciano mezza piazza vuota per sicurezza». Falso. Alle 8, ci è stato consentito di attraversare il colonnato. Alle 8,30 avevo conquistato la mia posizione in piazza San Pietro: vicino alla fontana di destra, sotto le finestre del palazzo Apostolico. Se il Papa si fosse affacciato, lo avrei visto benissimo. Ma ora, «si affaccia dalla finestra del Paradiso», ci ha detto Ratzinger durante l'omelia, ed è risuonato un applauso.

La solennità della Messa in latino e del canto gregoriano era interrotta, di tanto in tanto, dagli applausi; un modo insolito di partecipare ad un funerale, ma forse l'unico per quei giovani che desideravano far sentire il loro affetto per un Papa che ha saputo rispondere ad una loro legittima aspirazione: la ricerca dei veri valori della vita.

Di quella mattina restano alcune immagini: il Vangelo sfogliato dal vento (dello Spirito) sulla bara; il raccoglimento e la compostezza dei polacchi; le loro radioline sempre accese per avere, in diretta, la traduzione della celebrazione; gli occhi di tutti pieni di lacrime che rigavano volti comunque sereni; le bandiere; gli striscioni; i potenti della terra uno accanto all'altro; e la richiesta «Santo subito», che metteva i brividi. Indimenticabile.
L'unico timore è che si sia trattato di un evento ricco di emozione, ma non sempre consapevole dell'impegno che comporta: chissà cosa accadrebbe se sapessimo mettere davvero in pratica quello che ci ha insegnato?!

CIRCO MASSIMO
In ventimila dalla Polonia allo Sri Lanka
Il Circo Massimo di Roma ci accoglie tra tende piantate nei giorni scorsi dagli scout e una folla di giovani e adulti venuti da ogni dove – saranno calcolati in ventimila – per accompagnare il Papa nella liturgia del transito che viene celebrata, in fondo, poco lontano da qui. Basta salire su quelli che erano gli spalti del Circo, affacciarsi un po' da piazza Mazzini, e la cupola di San Pietro è visibile, su uno sfondo che, nel pomeriggio, darà voce alla pioggia. Ma nella mattina il cielo resiste. Non così il vento che prima di tanto in tanto e poi con più forza agita le bandiere da tanti sollevate qui: Sri Lanka, Polonia ma anche Francia e Croazia. Qualcuno è avvolto nella bandiera della pace. Si rimane quasi sorpresi quando, dagli schermi, si vede la processione che dà inizio alla liturgia. Tutti si alzano, in silenzio. Sono solo i gabbiani a interrompere, senza disturbare, questa grandissima messa all'aperto che unisce gli angoli della città e quelli del mondo: Roma città sacra, caput mondi, non è retorica.

Oggi è palpabile questo sentire, tanto più evidenziato dalla grande compostezza che accompagna tutta la città. Geografia e Storia convergono in Roma. Sì, ci sono i capi delle nazioni, ma la loro presenza non è invasiva e bene ha fatto il protocollo a mettere in ordine alfabetico le presenze: è un fatto che israeliani, siriani e iraniani siano qui, che non vi siano state - almeno sembra - pretese da parte di nessuno.

Ma è soprattutto l'affetto che conduce qui la larga maggioranza delle persone, nonostante i distinguo e, anche un po' di invidia, da parte di qualche inquisitore di carta, ben oltre il gusto della critica. Giovanni Paolo II ha raggiunto tanti, credenti e non, d'accordo o meno, con la forza della simpatia e di convinzioni espresse senza nascondersi. Questa presenza, così numerosa, tanto da essere un evento unico in tutta la storia di Roma e della Chiesa racconta che Wojtyla ha cercato di essere chiaro senza essere acido, con simpatia, soprattutto con i giovani. Che differenza con il senso corrosivo di tanti commentatori, pronti a vedere il marchio prima dell'uomo. La cifra della paternità caratterizza nel profondo questo pontificato così umano e regale al tempo stesso. Il vento si fa più intenso e solleva, poco lontano da qui, sul colle vaticano, la Bibbia posta sulla bara del Papa, come a dire – anche con lui – che il discepolo non parla di sè e da sé, ma della pienezza che ha nel cuore di una Parola mangiata e meditata, confronta con la storia. Dagli schermi vediamo che la Scrittura aperta sulla bara di cipresso è stata chiusa dal vento, ma poco dopo fa ingresso il libro del Vangelo che viene riaperto da Ratzinger, il cardinale decano che presiede la liturgia e si rivolge all'«immensa folla orante».

L'immagine della finestra aperta dal cielo sulla città di Roma, dalla quale il Papa saluta e abbraccia tutti quelli che sono venuti a ricordarlo, viene accolta da un lunghissimo applauso. Si guarda in alto e intorno, tra Aventino e Palatino, da qui dove era collocato il più grande stadio di Roma. La geografia si collega, da questo spazio, alle origini più antiche della fede e della libertà. Da qui avrebbe preso inizio l'incendio di Roma che Nerone attribuì ai cristiani, nel 64 d.C. Nel Circo Massimo e in quello Neroniano venne sparso, più che nel Colosseo, il sangue dei martiri, i testimoni della fede, preziosa eredità che oggi risalta e orienta, anche grazie a Giovanni Paolo II.
Michele Brancale

ROSIGNANO SOLVAY
Messa in fabbrica per «compagno» Papa
di Gianluca della Maggiore
In fabbrica col «compagno Karol». Il Papa ha conquistato la simpatia umana di una delle folle più difficili del mondo. Nella diocesi meno cattolica, il papa porta nella fabbrica la Parola di Dio. La veste bianca e le tute blu: un incontro che può essere rivoluzionario. Rileggere i titoli dei quotidiani del 20 marzo 1982 ti riconsegna, cristalline, le sensazioni forti di un incontro che, per molti aspetti, poteva essere insidioso anche per il papa di Solidarnosc. Tutti convennero che in quel 19 marzo, festa di San Giuseppe lavoratore, Karol Wojtyla aveva fatto centro anche tra gli operai dello stabilimento Solvay della «rossissima» Rosignano, nella diocesi di Livorno.

Lì nella «sua» fabbrica, – in Polonia, poco più che ventenne, aveva lavorato alla Solvay di Boren Falecki come addetto alle caldaie – Giovanni Paolo II si fece «operaio tra gli operai» partecipando al Consiglio di fabbrica in un periodo di aspri conflitti sindacali e dialogando apertamente con i lavoratori livornesi che, notoriamente, non le mandano certo a dire. Nello stabilimento i sindacalisti contano eccome, e lui li ascoltò attentamente, anche se qualcuno andò sopra le righe o sbagliò registro davanti al Santo Padre (un operaio gli si rivolse con l'appellativo «Sua Maestà»...), poi parlò loro con sincerità senza orpelli verbali o mascheramenti di realtà: infervorandosi per i diritti dei lavoratori, come fosse uno di loro. «Tra di noi, scherzando – ci racconta Stefano Piccoli, responsabile relazione esterne dello stabilimento di Rosignano – diciamo che Wojtyla è il nostro collega che ha fatto più carriera». E per questo «collega» particolare gli operai «rossi» hanno voluto fare qualcosa di speciale nel giorno del suo funerale: «Sì – spiega Piccoli – sono stati proprio gli operai a volere che all'interno dello stabilimento si celebrasse una Messa in suffragio».

Così mentre in piazza San Pietro una folla immensa salutava il Papa nella sua cassa di cipresso, la sala mensa della Solvay, «nella diocesi meno cattolica», era gremita di operai e dipendenti. Tutti in silenzio davanti allo spartano altare ricavato proprio dal tavolo sul quale il Papa pranzò nel 1982.

Le parole di monsignor Paolo Razzauti, vicario del vescovo di Livorno Diego Coletti, toccano nel vivo i ricordi degli operai: «Ho davanti agli occhi – racconta Razzauti nella sua omelia – la fotografia di Giovanni Paolo II che passa tra i viali della Solvay ricolmi di gente e però si fa prossimo, prestando il suo orecchio alle richieste di un operaio. È un'immagine simbolica di un Papa che, qui come nel mondo, si pose come persona in ascolto: che venne ad incontrare voi non solo per dare, ma soprattutto per accogliere, per ascoltare, per sentirsi uno di voi, uno dei tanti». È per questa sua capacità che nella sala mensa ci sono proprio tutte le rappresentanze dei dipendenti: quelli di oggi e quelli di allora. Stefano Piccoli prova a farci rivivere le sensazioni di quell'evento: «Per noi fu un avvenimento assolutamente straordinario, soprattutto per il significato che il Papa volle dare al lavoro e alla dignità del lavoratore». E già allora tutti avvertivano, istintivamente, la grandezza di questo pontefice: «Mi ricordo – continua Piccoli – che tutti cercavano di stare vicino al Papa, di ascoltarlo, di vederlo, tutti già capivano che Papa storico sarebbe stato nonostante fosse stato eletto appena da tre anni». La sala mensa, su proposta di monsignor Razzauti, sarà intitolata a Giovanni Paolo II, un ulteriore importante segno in mezzo ai tanti che già ricordano, in Solvay, il «Papa operaio».

«Ha parlato in profondità, come nessun'altro, alle nostre coscienze», ci dice un giovane operaio che nel 1982 poteva essere poco più che bambino. «Il collega che ha fatto carriera» continua a compiere rivoluzioni d'amore nei cuori degli operai del domani. Sono le 10: mons. Razzauti alza l'ostia per la consacrazione. Proprio in quell'istante la sirena di fabbrica alza al vento il suo sibilo lungo. Tutto lo stabilimento si ferma un istante per l'ultimo saluto al «compagno Karol».

POLONIA
E a Cracovia tutto si ferma alle 21,37
di Sergio Ventrella
E' un pellegrinaggio molto speciale, quello organizzato dalla pieve di Signa tra il 7 e l'11 aprile scorso. Mentre tutto il mondo ha lo sguardo teso su piazza San Pietro, 80 pellegrini italiani, seguendo un programma definito già da alcuni mesi, volano in Polonia, per visitare i luoghi della fede legati alla memoria di Giovanni Paolo II. Un viaggio controcorrente, come qualcuno ha sottolineato, in coincidenza dell'arrivo a Roma di due milioni di Polacchi per le esequie del Santo Padre.

Fin dai primi passi, a Varsavia, ci si rende conto che lì, qualcosa di straordinario sta avvenendo: il lutto nazionale è evidente non solo per le bandiere e gli stendardi listati a lutto, ma per tutte le immagini del Papa che riempiono strade, piazze, le finestre delle case e le vetrine dei negozi. Sul palazzo della Cultura, dono di Stalin alla città, primeggiano lo stendardo con i colori vaticani e la foto del Papa ad oltre 50 metri di altezza. Il viale Giovanni Paolo II, è punteggiato di lumini di tutte le forme e colori. Un filo continuo lungo chilometri, che ritroveremo in tutte le altre località incontrate, nelle piazze e nei luoghi di aggregazione. Ma ciò che domina la scena è il silenzio in cui tutto questo accade, occhi lucidi e sguardi tristi in numero smisurato: una scena che raggiunge il culmine intorno alle 21,37 di ogni sera, dove tutto si ferma in un silenzio carico di commozione, mentre in migliaia si ritrovano per le strade ad accendere lumi. Il silenzio a Cracovia, altra città della nostra meta, viene rotto dai canti sottovoce: siamo davanti alla finestra del Vescovado da dove il Papa parlava ai giovani.

Dorotea, di Cracovia, ci racconta che era successo qualcosa di simile quando il Santo Padre era stato ferito nel 1981, oggi senza alcuna organizzazione, tramite gli sms ed e-mail, migliaia di giovani in tutte le città di Polonia hanno improvvisato questo travolgente ritrovo silenzioso. Sono giorni di pacificazione, questi in Polonia, altri giovani ci raccontano che nonostante i problemi sociali che questa generazione vive, incluso l'alcolismo e la mancanza di significato a fronte di un alta disoccupazione, si ritrovano le tifoserie opposte delle due squadre di calcio di Cracovia, per celebrare insieme una messa di riappacificazione, il venerdì sera in coincidenza con i funerali a Roma.

In una delle sue omelie Don Pierfrancesco Amati, che ha guidato il pellegrinaggio, sottolinea tre punti: la percezione di trovarsi davanti ad un popolo la cui vita è ancora esplicitata dalla fede; che il Papa è recepito realmente come il punto più importante, nel quale ogni polacco si identifica; in ultimo la percezione evidente della santità del Santo Padre, ed il giusto appellativo di «grande» attribuitogli in questi giorni.

Il pellegrinaggio si conclude al santuario di Jasna Gòra a Czestochowa, dove è impressionante vedere alle sei di mattina, alla riapertura del quadro miracoloso della Madonna nera, centinaia di giovani in ginocchio, prima di iniziare le attività scolastiche ordinarie del lunedì.
Tra i giovani che hanno partecipato al pellegrinaggio, il più giovane Matteo di 14 anni, fa l'elenco delle cose che lo hanno colpito, dalla visita ai campi di sterminio ai giovani polacchi incontrati, per ritornare di nuovo lì, all'adorazione davanti al quadro della Madonna, dove si trova parte della veste insanguinata che il papa indossava durante l'attentato nel 1981: una Reliquia ormai, dice Suor Danuta delle Orsoline grigie che sono presenti da diversi anni nel Santuario per servizio.

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