Toscana

LIBIA, VICARIO APOSTOLICO DI TRIPOLI: «PERSONALE DIPLOMATICO ITALIANO LASCIA IL PAESE, NOI RIMANIAMO»

Ambasciata e consolato italiano a Tripoli chiudono. La Chiesa cattolica con i suoi sacerdoti e religiosi, invece rimangono fedeli alla scelta di restare a fianco della popolazione. “A Tripoli – racconta al Sir mons. Giovanni Martinelli, vicario Apostolico di Tripoli – la situazione è calma ma stamattina l’ambasciatore italiano mi ha comunicato che partiva perché le autorità di governo gli hanno ordinato di partire. Per cui ambasciata e consolato chiudono. E’ l’ultima notizia che ho ricevuto”. “E’ stata una sorpresa – aggiunge mons. Martinelli – perché fino a ieri sera eravamo insieme e si diceva che l’Italia restava ancora. Evidentemente la situazione si è sviluppata in forma recente e improvvisa, forse in seguito anche alla risoluzione dell’Onu. Per cui l’ambasciatore questa mattina mi ha detto di dover partire”. Siete rimasti soli? “Il baluardo della speranza – risponde il vicario apostolico -. Devo dire che in questi ultimi tempi non abbiamo mai avuto problemi con nessuno. Le autorità libiche ci rispettano e non dubito del popolo, della gente”. Riconferma pertanto la sua decisione a rimanere? “Ma certo, non posso lasciare. Ci sono tanti cristiani qui. Non posso fare il pastore che lascia le pecore. Sono un pastore e devo rimanere con loro”. “Ci sono cristiani filippini – prosegue mons. Martinelli -, infermieri che lavorano negli ospedali e con grande dedizione continuano a svolgere il loro servizio tra i malati. Ci sono poi africani che cerchiamo di aiutare come possiamo. Certo, che la situazione è fonte di preoccupazione per tutti. Non c’è più lavoro come prima. Ma questa gente deve sopravvivere in qualche modo e l’appello è quello di come poterli aiutare materialmente. Cerchiamo di farlo finché è possibile”. Il vicario apostolico di Tripoli esprime “una certa preoccupazione” per la situazione a Bengasi delle comunità religiose presenti nella regione. “Non riesco a comunicare con Bengasi – dice – per cui non so proprio cosa dire. I telefoni stamattina non connettono con Bengasi. C’è sicuramente una certa preoccupazione. Ieri parlavo con i nostri di Bengasi. Speriamo che le parole pronunciate e sentite ieri sera siano solo una forma di pressione morale su Bengasi perché in qualche modo ceda. Voglio interpretare così la situazione, in positivo, sperando che non ci sia il peggio. Non voglio nemmeno pensare ad un attacco diretto alla città”. Il vicario torna a dare testimonianza della eroicità delle religiose di Bengasi: “Mi hanno detto che avevano deciso di restare, di restare nonostante tutto. Mi hanno detto: siamo religiose, siamo infermiere. Non è questo il tempo opportuno per lasciare la gente che conosciamo e che serviamo da tanti anni”.Anche questa mattina a Tripoli, la comunità cristiani si è stretta attorno a mons. Martinelli ed ha elevato una preghiera per la pace in Libia. E la prospettiva di una guerra? “Speriamo – dice mons. Martinelli – che ci sia sapienza. Non è la soluzione la violenza. Specialmente qui, non è la soluzione. Non capisco perché ci possa esser una guerra tra fratelli, tra gente dello stesso paese. E’ una cosa illogica. Mi auguro che subentri la saggezza, la mediazione di persone che sanno aiutare questo popolo. Speriamo”. E riguardo alla risoluzione Onu, mons. Martinelli commenta: “Non sono in grado di giudicare. Non so fino a che punto può giovare. Mi auguro che vinca il buon senso”.Sir