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La Toscana e la crisi/2: Disoccupazione a livelli di guardia

Parte da lontano, dai primi anni Novanta, la crisi economica della Toscana. Ora è emergenza conclamata soprattutto perché questa stagnazione tocca da vicino le famiglie. Nel tunnel della disperazione sono infatti già entrati 150 mila disoccupati. Per la nostra inchiesta sulla crisi economica, questa settimana abbiamointervistato il professor Stefano Casini Benvenuti, direttore dell'Irpet (Istituto per la programmazione economica della Toscana) che spiritosamente qualche giornalista chiama «il Bernacca dell'economia», per le sue previsioni rigorose e precise, presentate con stile sobrio e facilmente comprensibili anche dai non addetti ai lavori.
DI ANTONIO LOVASCIO

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La Toscana e la crisi/2: Disoccupazione a livelli di guardia

di Antonio Lovascio

Parte da lontano, dai primi anni Novanta, la crisi economica della Toscana. Ora è emergenza conclamata soprattutto perché questa stagnazione tocca da vicino le famiglie. Nel tunnel della disperazione sono infatti già entrati 150 mila disoccupati. E almeno altri 40 mila lavoratori rischiano nei prossimi mesi di perdere il posto per effetto dei tagli alla spesa pubblica imposti dalla manovra «lacrime e sangue» varata dal governo-Berlusconi, che, secondo gli analisti, nell'immediato lascia ben poche speranze ai tanti giovani alla ricerca di una sistemazione: non si vedono infatti all'orizzonte misure concrete per invertire il trend ed avviare la tanto attesa crescita! Quindi più di altre realtà la Toscana continuerà a pagare pegno perché meno industrializzata e meno aperta ai mercati esteri di regioni come Lombardia, il Veneto, Emilia Romagna. Non può affidare la sua sorte solo all'andamento positivo del turismo.

Per rovesciare questa tendenza negativa ci vorrebbe una buona dose di coraggio da parte degli Istituti di credito, visto che due aziende su tre non hanno rapporti con le banche: «Certo, maggiori e consistenti finanziamenti bancari renderebbero più facile la via dell'innovazione e della competitività per le imprese, sostenendole  nell'ingresso su nuovi mercati e favorendone nel  contempo la crescita dimensionale e organizzativa, tutti fattori determinanti per uno sviluppo territoriale quanto mai urgente». Ne è convinto il professor Stefano Benvenuti Casini, direttore dell'Irpet, che con un giusto realismo ci ha tracciato un quadro della situazione esauriente e pieno di spunti critici  per la nostra inchiesta sulla crisi (avviata nell'edizione dell'11 settembre con l'intervista al presidente della Fondazione Monte dei Paschi  e vicepresidente dell'Acri, Gabriello  Mancini), che proseguiremo nelle prossime settimane con altri qualificati interventi.

Professor Casini Benvenuti, se fosse un medico come definirebbe la patologia della crisi economica toscana?

«Lo definirei uno stato di invecchiamento precoce. La crisi toscana non può essere vista solo come effetto della recessione mondiale. Questa ha solo accelerato un difetto già registrato negli anni Novanta, quando il nostro sistema produttivo ha incominciato ad essere caratterizzato da una crescita bassissima».

Quali sono le cause di questa preoccupante frenata, o meglio, della non crescita? Non sarà tutta colpa del Governo, anche se le indecisioni e le scelte sono state evidenti?

«Dentro il nostro sistema economico c'è una specie di avversione al rischio, che spinge i nostri imprenditori a scegliere attività al riparo dalla concorrenza mondiale. Negli anni '90  si è accentuata  ed oggi la Toscana è meno manifatturiera delle regioni del Nord, delle Marche e dell'Abruzzo. La deindustrializzazione ha portato a perdere quote sui mercati rispetto al resto dell'Italia, alla Francia e ad altri Paesi occidentali».

Qualche dato per fotografare  e capire meglio la situazione di ristagno del settore industriale?

«La patologia del nostro sistema è forse dovuta al Dna, al carattere dei toscani, che forse pensano sia più conveniente star fuori dall'industria, investire nel settore immobiliare, in quello commerciale, nelle professioni. Il declino è dovuto probabilmente anche al fatto che le imprese di retrovia hanno superato quelle  che operano sul fronte, sottoposte a maggiori rischi. Se analizziamo il  Pil della Toscana è andata peggio negli anni Settanta ed Ottanta, un po' meglio nell'ultimo periodo con una crescita dello 0,3 per cento annuo. Ma bisogna tener conto pure di altri indicatori, come ad esempio la perdita di peso nella competizione internazionale. Se si inceppa il comparto manifatturiero, si indebolisce il cuore del sistema produttivo. Si perde efficienza. Così vediamo che se l'economia flette del 6-7 per cento, l'industria addirittura del 15 per cento».

Le province più colpite da questo «declino» economico?

«Facile rispondere: quelle a vocazione manifatturiera, Prato, Arezzo, Firenze, Pistoia. Così c'è stata una sorta di avvicinamento tra questa parte industriale della Toscana e le aree della costa tirrenica, dovuto soprattutto allo sviluppo del turismo e dell'agricoltura. Ed abbiamo due dati significativi, se non sorprendenti: Grosseto che, secondo l'Istat, è la provincia che ha avuto il più alto tasso di crescita in Italia, e Prato addirittura all'ultimo posto nella classifica del Pil».

L'aspetto forse più evidente è l'emergenza disoccupazione, soprattutto quella giovanile: quanti sono i senza lavoro ? Aumenteranno ancora dopo i tagli alla spesa pubblica?

«È giusto parlare di emergenza, anche perchè è una situazione che, a breve, può solo peggiorare. Attualmente sono più di centomila  in Toscana quelli che si dichiarano disoccupati, oltre il  6 per cento. A questi vanno aggiunti i cassintegrati (2%), poi ci sono quelli che hanno perso lavoro e, sfiduciati, non si propongono nemmeno. Si fa alla svelta ad arrivare a 150 mila disoccupati. Nei prossimi mesi vedremo gli effetti della manovra finanziaria: potremmo registrare una perdita di altri 40 mila posti di lavoro nella nostra regione. E a rendere ancor più allarmante questo dramma c'è la disoccupazione giovanile, calcolabile attorno al 25 per cento. Generazioni di diplomati e laureati che rischiano di non avere “chances”. Preferiscono restare perché attaccati al territorio ed alle famiglie, che in molti casi non sono in grado di sostenerli per tentare esperienze all'estero».

Anche l'innovazione sembra diventato un fattore di debolezza. Come se lo spiega ?

«Oggi l'innovazione è più importante che in passato e richiede investimenti, un forte aggancio con la ricerca ed il mondo dell'e Università. Molte piccole imprese, che prima puntavano sulla genialità, non ce la fanno. Non devono competere solo sul costo del lavoro, ma soprattutto sulla qualità del prodotto».

«Il made in Tuscany», comunque, tira sempre. L'export è tornato ai livelli pre-crisi? Sarà ancora un buon traino anche nei prossimi mesi ? Abbiamo conquistato nuovi mercati?

«La situazione alla fine del  2010 e nei primi mesi del 2011 era apparentemente migliore, pur presentando delle anomalie, come quella – ad esempio – di esportare oro (non prodotti orafi!) in Svizzera. Lo sviluppo dell'export (+13%) era dovuto ad un andamento del cambio favorevole e da una ripresa sostenuta della domanda mondiale, specie da Paesi emergenti come Brasile, Russia, India e Cina. Tra i beni esportati spiccano sempre i macchinari di alta tecnologia (come quelli realizzati dal Nuovo Pignone) e la moda. Ma purtroppo stanno per uscire dati che evidenziano un rallentamento dell'export: anche qui stiamo perdendo alcune posizioni».

Per il turismo toscano dovrebbe essere stata una buona stagione, o meglio, una discreta annata. Ma può compensare la battuta d'arresto dell'industria?

«È ancora un buon volano, legato soprattutto al turismo d'arte. La domanda  internazionale è in continua  espansione, per merito di Paesi nuovi; mentre quella interna è ferma. Il Pil complessivo del settore ha raggiunto il 6-7 % dell'economia tascana, mentre il manifatturo continua a pesare per il 18 per cento. La crescita del turismo non compensa però le perdite dell'industria».

Per rilanciare l'economia servono investimenti e una più incisiva politica del credito. La Regione potrebbe agire sulla leva delle infrastrutture, coinvolgendo gruppi finanziari e banche: tra le grandi opere quali sono le più urgenti?

«Diciamo la verità: la Regione non ha risorse per fare investimenti pubblici. Sono quindi a rischio grandi infrastrutture già programmate, per me indispensabili, come l'autostrada Tirrenica, il completamento della Grosseto-Fano per collegarla poi alla direttrice Balcanica, la sistemazione della Firenze-Pisa-Livorno e della Firenze-Siena, il potenziamento del porto di Livorno nel quadro del sistema portuale toscano; il potenziamento dell'aeroporto di Firenze, definendo il rapporto con quello di Pisa. Mancano soldi pubblici? Allora bisogna riprendere con coraggio, serietà e realismo il discorso della partecipazione dei privati e delle banche a questi progetti, rimettendo in piedi meccanismi funzionali a questa strategia. Se non si farà questo il declino della Toscana sarà inarrestabile».

Però urgono anche  Grandi Riforme. Riuscirà a partire il Federalismo fiscale o è già stato affossato?

«Certo, sono indispensabili le riforme istituzionali e delle autonomie locali, ma serve soprattutto quella fiscale: bisogna ridurre e ridistribuire in modo diverso le tasse. Altrimenti non se ne esce fuori».

La Toscana viene spesso rappresentata come terra del benessere, per la qualità della vita che offre. Ma ora incomincia ad emergere tanta povertà…

«Per la verità in un Rapporto pubblicato agli inizi, dedicato al benessere ed alla qualità della vita in Toscana, già segnalavo una sorta di troppa attenzione al presente e scarsa cura per il futuro. Il benessere si perde lentamente, ma se si inquadra bene questa flessione la crisi può essere un'occasione per trovare i rimedi. Certo con la perdita di posti di lavoro, la cassa integrazione, è aumentata la povertà relativa ed assoluta. Le famiglie non ce la fanno: ecco quindi la necessità di una nuova politica fiscale e del Welfare, per evitare che si apra un grosso problema di tenuta sociale».

La scheda
Spiritosamente qualche collega lo chiama «il Bernacca dell'economia», per le sue previsioni rigorose e precise, presentate con stile sobrio e facilmente comprensibili anche dai non addetti ai lavori. Il professor Stefano Casini Benvenuti, classe 1951, è entrato all'Irpet nel 1978, dieci anni dopo la fondazione dell'Istituto per la programmazione economica della Toscana, avviato dal professor Giacomo Becattini con la finalità di compiere gli studi preliminari alla nascita della Regione.

Se nei primi anni di attività l'Irpet, sotto la guida di Giuliano Bianchi, si era concentrato sulla interpretazione strutturale del sistema economico e sociale della Toscana, sotto la direzione di Alessandro Petretto e poi di Casini Benvenuti – aprendosi all'esterno – ha affiancato a questo filone di analisi quello congiunturale, che si concretizza in un Rapporto Annuale sull'economia toscana e in una serie di «dossier settoriali» (con particolare attenzione alle esportazioni, al turismo ed al credito) che offrono alla Regione, a tutti gli enti locali ed alle associazioni di categoria della Toscana una base di conoscenze che fanno da supporto alla loro azione di programmazione.

Oggi l'Irpet è riconosciuto dal mondo scientifico e politico come centro di ricerca aperto al confronto nazionale ed internazionale, con Dipartimenti universitari di prestigio come quello di Cambridge. E consultato sui provvedimenti di politica economica e sui progetti di investimento. Negli ultimi anni è stato ad esempio chiamato a valutare, con tecniche costi-benefici, l'impatto di alcuni progetti infrastrutturali nell'area fiorentina quali l'Alta velocità ferroviaria, la metropolitana leggera, il centro intermodale e l'aeroporto di Peretola. Ma soprattutto l'equipe di ricercatori guidata dal prof. Casini Benvenuti è stata un prezioso ed affidabile «osservatorio» per le tematiche di più stringente attualità ed interesse sociale: il mercato del lavoro, l'efficienza dei servizi pubblici, l'evoluzione dei distretti industriali in Italia, l'inserimento delle aziende toscane sui mercati internazionali.

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