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La Toscana e la crisi/3: la «ricetta» degli industriali

Dalla crisi si esce solo con una svolta epocale. Ma gli industriali non sono rassegnati. «Rilancio», «cambiare passo», «privatizzazioni», «liberalizzazioni», «semplificazioni», «infrastrutture», «taglio dei costi della politica»: non sono slogan, ma i punti salienti della battaglia che Confindustria Toscana sta portando avanti contro una manovra finanziaria definita «confusa e del tutto inadeguata». È la chiave di lettura di un ciclo negativo che la Presidente Antonella Mansi ha preparato per i 5.600 associati, riuniti in assemblea a Firenze. Il punto di vista degli imprenditori per la nostra inchiesta giunta alla terza puntata.
DI ANTONIO LOVASCIO

Parole chiave: lavoro (615), crisi economica (372), imprese (136)
La Toscana e la crisi/3: la «ricetta» degli industriali

di Antonio Lovascio

Dalla crisi si esce solo con una svolta epocale. Esiste un caso Toscana all'interno del contesto nazionale. Quella slow economy erroneamente considerata un esempio di economia virtuosa, è invece una patologia su cui bisogna intervenire rapidamente. Proprio perchè la congiuntura sì è ormai consolidata, la crescita è piatta da troppi anni. Molte fabbriche stentano a rimettersi in moto dopo l'estate, la disoccupazione galoppa, gli ordini dall'estero incominciano purtroppo a rallentare, come i consumi delle famiglie. Ma gli industriali non sono rassegnati, anche se dovranno fare i conti con un «autunno complicato». «Rilancio», «cambiare passo», «privatizzazioni», «liberalizzazioni», «semplificazioni», «infrastrutture», «taglio dei costi della politica»: non sono slogan, ma i punti salienti della battaglia che Confindustria Toscana sta portando avanti contro una manovra finanziaria definita «confusa e del tutto inadeguata». È la chiave di lettura di un ciclo negativo che la Presidente Antonella Mansi ha preparato per i 5.600 associati, riuniti in assemblea a Firenze. Il punto di vista degli imprenditori per la nostra inchiesta giunta alla terza puntata.

Dottoressa Mansi, la crisi economica  toscana si trascina dagli anni Novanta. C'è un ristagno e la crescita non si vede. Cosa vi preoccupa maggiormente?

«Non c'è dubbio che la crisi parta da lontano. In gran parte è dovuta alle mancate riforme strutturali. Abbiamo avuto cicli di crescita più brevi e meno significativi, nonostante lo sforzo continuo di un sistema industriale che, con i suoi limiti ed i suoi talenti, ha cercato di cambiar pelle. Sappiamo del resto che un'economia troppo legata alle esportazioni come la nostra vola quando la domanda mondiale si espande, ma frena quando i ritmi della globalizzazione non sono brillanti. Quello che ci dà più pensiero, comunque, è l'instabilità politica in Italia».

Il nostro modello di sviluppo è sempre valido o bisogna modificare qualcosa? È vero, come dicono alcuni autorevoli economisti, che nel Dna dei toscani c'è una specie di avversione al rischio?

«Abbiamo riflettuto a lungo fino dagli inizi della crisi e ci rendiamo conto dell'urgenza di reindustrializzare. Prendiamo ad esempio  l'immagine della Toscana, legata al turismo, alla qualità della vita e della buona cucina. Dobbiamo ridisegnare tutte queste attività con un approccio più industriale anziché legato alla semplice rendita. Tante piccole imprese stanno morendo? Dobbiamo cercare di reinvestire; fare in modo di intercettare quanto di positivo sta emergendo sul piano della iniziativa privata, togliendo i lacciuoli che possono frenarne la ripresa. Finora la coesione sociale ha avuto un ruolo importante. Ora bisogna tutelarla con meccanismi di crescita. Non direi però che i toscani abbiano un'avversione al rischio. C'è una Toscana molto esposta sul mercato ed un'altra che ha vissuto di servizi pubblici di nicchia, e non ha sentito l'esigenza di mettersi in gioco. Forse la nostra è una terra che ha molto sonnecchiato, ma questo non mi pare un problema irrisolvibile».

La presidente Marcegaglia in queste settimane non è stata tenera con il Governo Berlusconi. Ma anche  lei non ha risparmiato critiche alla Regione. Cosa rimproverate alla politica?

«In questa fase critica c'è stata una incapacità assoluta del governo e dell'intero sistema politico nel dare risposte concrete, coraggiose, magari pure impopolari, senza guardare al tornaconto elettorale. Abbiamo toccato con mano un'evanescenza complessiva che mette in dubbio le prospettive di investimenti, di nuova imprenditorialità, il ruolo dell'Italia nell'euro e nell'Europa. In fondo è stata messa a rischio la credibilità del sistema-Paese, e questo è un grave danno per le nostre imprese ed il “made in Italy”. La manovra è debole, non introduce riforme strutturali e tagli alla spesa, ma solo nuove tasse. Ecco perché la nostra presidente Emma Marcegaglia ha espresso un giudizio negativo sugli strumenti che non danno alcuna spinta alla crescita. Con la Regione, se non altro, abbiamo avviato un dialogo costruttivo sulla distribuzione dei fondi europei: si è dimostrata un interlocutore attento e ha dato ascolto alle proposte di Confindustria Toscana per sostenere il sistema economico».

Troppa burocrazia, infrastrutture carenti. Da dove partirebbe per rilanciare l'economia e sottrarla al declino? Quattro o cinque opere indispensabili, da fare subito?

«Ci vorrebbe una scossa. La burocrazia resta un costo per le aziende. Per questo chiediamo semplificazioni. Ed è importante che nel progetto di attrattività di impresa della Regione siano previste procedure snelle e tempi certi. Venendo alle infrastrutture, sono il motore della crescita. A livello di Paese siamo in ritardo, ed anche qui in Toscana bisogna accelerare i tempi ed aprire presto i cantieri.  Della Tirrenica (il tratto autostradale tra Rosignano e Civitavecchia) si parla dal 1968, ma tra le opere urgenti dobbiamo mettere il completamento della “Due Mari”, l'Alta Velocità ferroviaria, i collegamenti tra la costa e Firenze. Va presto affrontato anche il problema del porto di Livorno, per aprirlo ai grandi bacini europei».

Non solo ombre, immaginiamo. L'export  ha ripreso a tirare. È bello lavorare con l'estero? Cosa rende più orgogliosi i nostri industriali?

«L'export, che fin qui ha spinto l'economia toscana, non sarà brillante nei prossimi mesi. Le nostre imprese dovranno quindi avere una certa flessibilità e saper intercettare le opportunità che la globalizzazione offre, le domande che arrivano dai nuovi mercati che crescono; non accontentarsi di guardare a quelli tradizionali come Stati Uniti e Germania, ormai saturi.  Noi imprenditori siamo orgogliosi quando vediamo i nostri prodotti affermarsi all'estero. Ma siamo altrettanto orgogliosi – in un momento così drammatico – per aver saputo mantenere in piedi le nostre fabbriche, salvaguardando le professionalità e la formazione creata in azienda».

Il vento contrario dei mercati vi fa paura? L'industria toscana si sente ancora competitiva? In quali settori siete pronti a scommettere?

«La paura non è una sensazione, i mercati non si governano. Bisogna avere la capacità di navigare.  L'industria toscana è ancora altamente competitiva non si tratta di scommettere su un settore o un altro, ma sulle capacità delle singole imprese».

Spesso chiedete più soldi per la ricerca tecnologica. Com'è il rapporto tra l'industria e le tre università toscane?

«In Toscana abbiamo eccellenze e tradizioni nell'innovazione.  Ma il nostro sistema economico è formato in gran parte da un tessuto di piccole e medie imprese per le quali – dati i loro limiti strutturali – non è facile avere un rapporto con le università. Queste difficoltà possono essere superate attraverso delle reti di imprese. La tecnologia è troppo importante nella sfida della competizione».

Che autunno sarà? La disoccupazione ha raggiunto livelli di emergenza, migliaia di giovani diplomati e laureati  non trovano lavoro: si invertirà la rotta o molte famiglie dovranno ancor più tirare la cinghia?

«Sarà un autunno complicato. Per l'instabilità politica e per manovre finanziarie che ci portano verso stagioni recessive, non  avendo ancora previsto incentivi per la crescita. Ma se anche ci fosse una lieve ripresa, non sarebbe in grado di riassorbire i posti di lavoro persi nell'ultimo anno. Poi c'è il problema della disoccupazione giovanile e femminile che spesso passa in secondo piano, ma di cui bisogna invece tener conto. Insomma c'è davvero il pericolo che si possa frantumare la coesione sociale. Se si spezza l'attuale equilibrio, è fatta».

Le nostre banche sono più miopi, avare o troppo prudenti? Da cosa sono condizionate? Qualche suggerimento per mutare la politica del credito. 

«Le banche hanno un sacco di problemi, sono chiamate a sfide importanti imposte da nuove regole nazionali ed internazionali.  In questo momento di crisi non sono obiettivamente i nostri migliori interlocutori. Gli Istituti di credito devono fare di più. È giusto essere severi; ma ci vuole anche più coraggio, maggior capacità di lettura per saper scegliere tra piani industriali che funzionano e quelli che invece non hanno futuro».

Tutti dobbiamo fare un po' di autocritica. Confessi il «mea culpa» degli industriali toscani. Siete pronti a fare nuovi sacrifici?

«Sacrifici li stiamo già facendo, tutti i giorni.  Anche noi certo dobbiamo migliorare. Aprirci un po' di più, saperci raccontare, specie nel rapporto con le Banche. L'aspetto finanziario è un elemento troppo importante nella gestione aziendale, molto più di quanto lo fosse qualche anno fa. Con umiltà dobbiamo imparare ad essere imprenditori a 360 gradi, come fossimo sui banchi di scuola».

Presidente, alla fine del suo mandato ha avuto un bel coraggio a lanciare quell'appello ai quarantenni! Ha suonato la sveglia e indicato un sentiero alla sua generazione: riuscirete a rilanciare l'Italia? La Toscana è una terra fertile: ha già trovato compagni di viaggio? Ci vorranno facce nuove, ma soprattutto tante proposte nuove...

«Non sono mai stata giovanilista. Ho sempre valutato le persone  secondo criteri meritocratici all'insegna della trasversalità. Ma la mia generazione, quella dei quarantenni, ha un'occasione unica per innestare un cambiamento: questa crisi ha fatto emergere una grande tensione per la politica, amore verso il Paese e lo Stato. Con coraggio, spirito di servizio  può assumere responsabilità pubbliche. Più lo facciamo uniti tra di noi, più facilmente riusciremo ad avviare una svolta culturale, che – certo – non si fa in un giorno. Le proposte ci sono. La grande rivoluzione sta però nella capacità di assumersi responsabilità senza guardare al consenso. O rilanciamo l'Italia o l'affossiamo».

La scheda: Volontà di ferro, guanto di velluto
«Volontà di ferro, guanto di velluto»: era stato titolato così, nel gennaio 2008, l'avvento di Antonella Mansi alla guida di Confindustria Toscana, a soli 33 anni. Una presidente donna, che – infrangendo la tradizione – aveva anticipato di qualche settimana l'ascesa di Emma Marcegaglia sulla prestigiosa poltrona romana di via dell'Astronomia. La Mansi era stata scelta per succedere ad un navigatore di lungo corso come Sergio Ceccuzzi, con un accordo-lampo, dopo veti incrociati e le consultazioni condotte dai tre saggi: conosciuta per le sue doti manageriali, aveva mostrato buone attitudini di mediazione e di comando nei sei mesi passati alla testa dei giovani imprenditori toscani. Un programma ambizioso ed una squadra affiatata: esibì subito la sua tempra di lavoratrice, confrontandosi senza complessi con i rappresentanti di tutte le istituzioni. Promossa sul campo. E presto (2009) arrivò il primo riconoscimento: l'onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica conferitagli dal Presidente Napolitano.

Senese di nascita, vive a Gavorrano (in provincia da Grosseto) da quando è consigliere di amministrazione e dirigente di Nuova Solmine, società con stabilimenti a Scarlino ed a Serravalle Scrivia (Alessandria), leader in Italia e nel Mediterraneo nella produzione e commercializzazione di acido solforico ed oleum. In questi quattro anni Antonella Mansi ha fatto la pendolare tra la Maremma, Firenze e Roma per gli impegni nella giunta di  Confindustria, dove la sua presenza propositiva è stata molto apprezzata dalla Marcegaglia, che non ha voluto mancare all'appuntamento fiorentino del 23 settembre. Da gennaio la giovane manager forse avrà più tempo e libertà d'azione da dedicare alla sua battaglia per il ricambio generazionale nella società e nelle istituzioni, ma sarà ancora più assorbita dalla Nuova Solmine: «E' un momento importante per la mia azienda, alle prese con un investimento di sei milioni di euro per interventi di manutenzione e di sostituzione di parti strutturali degli impianti, per l'innovazione del processo produttivo e per alleggerire ancora l'impatto ambientale». Così lo stabilimento di Scarlino, adagiato tra la costa e le colline metallifere, diventerà ancor più un fiore all'occhiello per la Toscana. Evidentemente hanno portato fortuna le parole pronunciate nel 1989 da Giovanni Paolo II nel suo storico incontro in Maremma con i lavoratori del Casone. Dirigenti e vecchi operai ricordano ancora quei momenti emozionanti e le parole di incoraggiamento del Papa beato.

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