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La Toscana e la crisi/5: intervista al segretario della Cisl

Ikea «raddoppia» in Toscana. Il colosso svedese del mobile entro il 2013 aprirà un nuovo punto vendita a Pisa, a sud dei Navicelli, che creerà per la costa  qualche centinaia di posti di lavoro in più con un investimento complessivo di 70 milioni di euro. È però l'unico segnale positivo che arriva sul fronte dell'attrazione di capitali provenienti dall'estero. Non chiudono solo fabbriche, ma anche piccole imprese artigianali. Disoccupazione in aumento, consumi sempre fermi, risparmio al minimo, perché le famiglie stanno bruciando o erodendo i loro «tesoretti». Nostra intervista al segretario della Cisl Toscana Riccardo Cerza.
DI ANTONIO LOVASCIO

Parole chiave: sindacato (29), crisi economica (372), lavoro (615), imprese (136), regione toscana (1598)
La Toscana e la crisi/5: intervista al segretario della Cisl

di Antonio Lovascio

Ikea «raddoppia» in Toscana. Il colosso svedese del mobile entro il 2013 aprirà un nuovo punto vendita a Pisa, a sud dei Navicelli, che creerà per la costa  qualche centinaia di posti di lavoro in più con un investimento complessivo di 70 milioni di euro. È però l'unico segnale positivo che arriva sul fronte dell'attrazione di capitali provenienti dall'estero. Mentre invece escono a getto continuo indicatori negativi che disegnano l'aggravarsi della crisi economica in Toscana. Non chiudono solo fabbriche, ma anche piccole imprese artigianali. Disoccupazione in aumento, consumi sempre fermi, risparmio al minimo, perché le famiglie stanno bruciando o erodendo i loro «tesoretti». Una volta tanto Sindacati e Confindustria si trovano sulla stessa linea nell'analizzare l'entità e le cause di questa interminabile congiuntura. D'accordo anche sulle misure da mettere in atto per far partire la «ripresa». Bocciate le ultime manovre del Governo, il loro primo interlocutore è la Regione, chiamata a rafforzare, con adeguati interventi, tutto il sistema produttivo toscano, correggendone le debolezze strutturali e rendendolo più competitivo sui mercati globalizzati. Per raggiungere questi obiettivi la squadra del Governatore Enrico Rossi Regione dispone delle risorse del proprio bilancio e di quelle, molto consistenti, dei fondi europei, ora gestiti in maniera integrata per potenziarne l'efficacia. E allo stesso tempo può agire sull'accesso al credito delle piccole e medie imprese, con garanzie gratuite sui prestiti e tassi agevolati grazie ai rapporti con le banche e all'azione di Fidi Toscana, la finanziaria regionale.

Richieste rilanciate oggi dal segretario regionale della Cisl Toscana, Riccardo Cerza, da noi intervistato dopo il presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Gabriello Mancini (leggi qui), il direttore dell'Irpet  professor Stefano Casini Benvenuti (leggi qui), la presidente di Confindustria Toscana Antonella Mansi (leggi qui), l'economista professor Ivano Paci (leggi qui), presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

Riccardo Cerza, il governo è stato finora incapace di fronteggiare la crisi. In che cosa sta sbagliando?

«Questo governo è inaffidabile, perché si è  impegnato a tutelare gli interessi e i privilegi di pochi, piuttosto che ricercare la maggiore equità ed efficacia possibile dei provvedimenti adottati. In un momento di crisi epocale dovrebbe dire la verità agli italiani: e cioè che ci aspettano sacrifici e che servono manovre dure per annullare il debito accumulato nel corso degli anni. Invece di attuare prove di forza con le opposizioni, quando è diviso anche al  suo interno, deve cercare il massimo di coesione  e fare gli interessi di tutto il Paese. Non avendo questo esecutivo più credibilità, auspichiamo un governo di larghe intese: tutti devono farsi carico di questa pesante situazione».

Ma la Cisl è molto critica anche nei confronti della Regione. Che misure deve mettere in atto per sostenere l'occupazione?

«Certo non abbiamo mai risparmiato critiche alla giunta regionale. Ora però il Governatore Rossi ha capito che la “Toscana felix” che viveva di rendite di posizione è finita: bisogna fare di più mettendo al centro del rilancio economico il lavoro e l'industria manifatturiera, combattendo la conservazione, i localismi e i corporativismi, puntando sulla modernità e sulla creatività. Occorre cambiare passo: in questo condivido la presidente regionale degli industriali Antonella Mansi quando attacca una certa “Toscanina” – purtroppo esiste sia a destra che a sinistra – che ha finora imbrigliato lo sviluppo. Con coraggio la Regione deve fare scelte difficili, spendere i pochi soldi a disposizione bene e subito, integrandoli con i fondi dei privati, per realizzare le infrastrutture indispensabili per la crescita. Va potenziato il sistema aeroportuale Firenze-Pisa, come quello portuale che fa capo a Livorno, senza dimenticare gli stanziamenti per risolvere le carenze della rete stradale e ferroviaria di cui si parla, senza fatti concreti, da decenni».

Un sindacato diviso come può arginare questa lunga fase congiunturale?

«È ovvio: l'unità fa la forza. Ma in Italia ora c'è un sindacato riformista ed uno conflittuale. La Cisl si batte per le grandi riforme ed è cresciuta molto, come adesioni, pure in Toscana: le nostre scelte sono state apprezzate dai lavoratori. Certo non abbiamo condiviso lo sciopero della Cgil , legittimo ma sbagliato perché proclamato quando non si conoscevano ancora i contenuti esatti dell'ultima manovra. E poi danneggiava le aziende e i lavoratori. Ma dobbiamo dire che sulle cose di fondo i sindacati toscani si ritrovano abbastanza uniti. A volte la Cgil ha dubbi in partenza, ma poi arriva sulle nostre posizioni e su quelle della Uil. Per questo tutti insieme abbiamo aperto un positivo tavolo di confronto con la Regione e con gli imprenditori».

Crescita zero, disoccupazione a picco. La Toscana sta peggio di altre regioni?

«Peggio non direi. Sta in linea con altre regioni. Purtroppo non si vedono all'orizzonte segnali positivi. Si teme anzi una recessione: se si dovesse avverare sarebbe un disastro. I tagli lineari del governo hanno già fatto molto male alla Toscana in termini di occupazione ma anche di efficienza dei servizi: stanno ammazzando gli enti locali e quel welfare di qualità finora riconosciuto anche fuori dai nostri confini come uno dei segni distintivi della nostra regione».

È fallito il modello di sviluppo essenzialmente basato sui distretti?

«Il mondo è cambiato. I distretti industriali, distribuiti in larga parte del Paese, dominati dalla presenza di piccole imprese (specializzate spesso in produzioni tradizionali) tra loro strettamente interconnesse in un rapporto di cooperazione-competizione, sono stati i principali protagonisti del “miracolo economico” italiano ed ancor più della Toscana. Questo modello di sviluppo, come ha rilevato l'Irpet, è riuscito a fare dell'elasticità della piccola impresa l'arma vincente. Ma negli ultimi anni (ancora prima della recente crisi) è apparso in difficoltà suggerendo l'ipotesi di un suo presunto declino. La globalizzazione richiede imprese rivitalizzate dall'innovazione e dalla ricerca tecnologica, oggi sempre più indispensabili per fronteggiare la concorrenza che si è fatta più acuta proprio nei settori classici del “made in Italy”».

Allora quali dovrebbero essere i pilastri della politica industriale in Toscana in una nuova strategia di sviluppo ? Centralità all'industria, ma per fare che cosa?

«Serve una crescita omogenea, non si può far sviluppare un'area a scapito di un'altra. Ci sono vocazioni tradizionali: ad esempio, meccanica e turismo a Firenze, nautica in Versilia e sulla costa tirrenica; il tessile a Prato; quella orafa e della moda ad Arezzo; quella alimentare in altre province toscane. Ma in ognuna di queste aree ci vuole una grande azienda multinazionale che faccia poi lievitare le altre piccole e medie imprese del territorio. E per incrementare l'occupazione è necessario modificare, rispetto ai parametri che fanno registrare Emilia Romagna o Veneto, pure il rapporto tra occupati in aziende che operano in trincea sui mercati (27 per cento) e quelli delle cosiddette “imprese di retrovia” (73%) che non hanno la necessità di affannarsi troppo  per realizzare i propri affari. Deve pesare meno la pubblica amministrazione, per far riprendere il volo all'industria manifatturiera».

L'export  toscano tira, grazie al sistema-moda ed al tessile di Prato. Ma le nostre imprese sono ancora competitive?

«Sono competitive proprio le aziende della moda (Prada ad Arezzo e nel Valdarno), del tessile a Prato, della pelletteria a Scandicci (guidate dal marchio Gucci). Stanno invece arrancando le industrie meccaniche, se si esclude la General Elecritc con gli stabilimenti del Nuovo Pignone di Firenze e Massa, che non hanno mai smesso di assumere tecnici e figure specialistiche».

Per il rilancio ci vogliono investimenti. Indirizzati dove?

«Anche nella razionalizzazione dei servizi pubblici locali. Prendiamo i trasporti. La Regione vuole riorganizzare il settore per potervi far fronte e ha preannunciato un bando di gara unico ( superando le 23 aziende attuali) come chiedono da tempo i sindacati. Gli interrogativi sul tavolo restano però tanti. Che effetti potranno avere i nuovi tagli sulla Toscana? Il bando di gara unico arriverà in tempo? E chi pagherà  la riorganizzazione? I “soliti noti” – ovvero lavoratori dipendenti e pensionati – oppure si riuscirà davvero a ridurre inefficienze e doppioni, talora conseguenza di un legame a doppio filo tra le partecipate e la politica? Nel sociale, invece, dobbiamo aprire sui temi del welfare una nuova stagione politica. Vogliamo uscire dalla crisi rafforzando il welfare invece di demolirlo piano piano, riformandolo e adeguandolo a una società che è cambiata».

La nostra regione piace tanto agli stranieri, ma attrae pochi capitali. Perché non rischiano in Toscana?

«È sicuramente un grande marchio la “Toscana da cartolina”, tratteggiata da filari di cipressi e dolci colline. Un'immagine che ci ha procurato grandi vantaggi, ma occorre rendere la nostra regione appetibile anche agli stranieri che vogliono investire in attività produttive. Però c'è troppa burocrazia. E spesso si ripetono campanilismi che tengono lontani anche i possibili investitori di casa nostra».

Scuola, formazione, università, ricerca. Se ne parla tanto, ma i giovani continuano a non trovare lavoro?

«Sono sacrosante verità. Colpa anche di una eccessiva parcellizzazione. Abbiamo tre università che non fanno sistema. La ricerca porta vantaggi se è applicata all'industria. Attendiamo sempre una spinta per la crescita, nella speranza che vengano creati nuovi posti di lavoro per i giovani, che più di tutti pagano sulla loro pelle il ristagno».

L'assenza di solide prospettive di crescita può aprire anche in Toscana uno scenario di potenziale rottura del quadro sociale?

«Non ho la sfera di cristallo per indovinare fino a quando durerà questa crisi. Però temo che non usciremo presto dal tunnel. Per ora la coesione sociale regge. Ma la politica (maggioranza ed opposizione, senza distinzioni) deve  smetterla con i tatticismi, che rispondono solo a logiche elettorali. Deve prendere in mano  la situazione senza tentennamenti e non lasciare spazio agli speculatori».

Torniamo alle conseguenze della crisi. Avremo un ulteriore impoverimento?

«Purtroppo già vediamo ampliarsi le fasce di povertà. La Toscana ha comunque la fortuna di avere un movimento di volontariato cattolico e laico incomparabile, di primordine; una rete di sussidiarietà che altre regioni ci invidiano. Auguriamoci solo che non vengano penalizzati da politiche sociali miopi e autolesioniste».

«Le riforme per far ripartire lo sviluppo»
La Cisl unisce». Vuol tenere insieme giovani e anziani. Questo è un po' il manifesto, la sintesi programmatica del segretario regionale Riccardo Cerza per sfidare gli altri due sindacati, ma soprattutto per incalzare Governo e Regione sulla strada obbligata delle riforme. «Necessarie per far ripartire lo sviluppo, con politiche vere a Roma come in Toscana. Riformare il fisco, per recuperare l'evasione fiscale e alleggerire la pressione sulle fasce più deboli». Un altro punto fermo di Cerza  è l'integrazione tra sociale e sanitario, eliminando gli sprechi e qualificando la spesa. «Perché – spiega – anche nella nostra regione, dopo aver raggiunto buoni livelli, il welfare comincia a scricchiolare, come dimostrano il buco di Massa e i problemi di bilancio che ci sono stati per il finanziamento di 80 milioni del Fondo regionale per la non autosufficienza. Per questo chiediamo al Governatore Enrico Rossi di dimostrare ora quel coraggio che ha avuto da assessore alla sanità. Le società della salute sono un bellissimo fiore sbocciato in Toscana, ma rischiano di seccarsi senza acqua e senza concime».

Quarantanove anni, sposato con due figli, cresciuto nella parrocchia di San Luca al Vingone, quartiere popolare di Scandicci, si è fin da giovanissimo interessato alla politica e all'impegno sociale, con forti punti di riferimento ideali come La Pira e Don Milani ed ha trovato poi nel sindacato l'opportunità di mettere in pratica i valori in cui si riconosce. Prima tra i postelegrafonici, quando – preferendo il lavoro esterno agli sportelli – macinava chilometri con al bici ed il suo vecchio «Gabbiano» per distribuire la corrispondenza nel quartiere di Legnaia. E per tenersi in forma, nel tempo libero, faceva l'allenatore di pallavolo.

Nella Slp Riccardo Cerza ha bruciato le tappe: nel 1994 segretario provinciale e 5 anni dopo segretario regionale. Dal 2004 è entrato a far parte della segreteria provinciale Cisl di Firenze, di cui è divenuto segretario generale nel giugno 2007. Due anni dopo (il 10 giugno 2009) è stato eletto alla guida della Cisl Toscana per sostituire Maurizio Petriccioli. «Quella che ho in mente – disse quel giorno – è una Cisl con una sua anima profonda costruita intorno alla centralità dell'uomo, al suo lavoro, ai suoi diritti, alla sua dignità. Il lavoro è questione vitale per la persona e la società». Alle pareti del suo ufficio, accanto alla foto dei figli c'è quella dell'udienza concessa da Papa Ratzinger  alla Cisl nel gennaio 2009. E poi una foto con Bonanni, durante un volantinaggio proprio a Firenze. Da quest'anno campeggia pure la riproduzione della prima bandiera italiana, quella della Repubblica Cisalpina. E poi, naturalmente, il crocifisso.

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