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La farmaceutica toscana sbarca in America e investe a Firenze

Un nuovo stabilimento in Toscana? «Una scelta di cuore». L’investimento in un’azienda americana? «Un sogno che si realizza dopo trenta anni». A sentirli parlare sembra che le emozioni guidino le scelte di Lucia e Alberto Giovanni Aleotti anche se sono azionisti e membri del Board di Menarini. Ma fin da subito rivendicano il fatto che la loro azienda farmaceutica è fatta «di uomini e di donne». E il concetto non è in contrasto con l’idea di industria. 

Lucia e Alberto Giovanni Aleotti

Proprio al termine dell’intervista, mentre stiamo per salutarci, vogliono ribadire il loro pensiero: «Le aziende che riescono meglio sono quelle dove il fattore umano è in primo piano».

Andiamo con ordine e iniziamo dal nuovo stabilimento che avrà sede in Toscana, nell’area ex Longinotti a Sesto Fiorentino. Che tipo di investimento è per voi?

«Investiremo 150 milioni di euro per realizzare uno stabilimento estremamente moderno, il più avanzato del nostro gruppo. Non sarà un capannone asettico ma un gioiello della tecnologia per una produzione di altissima qualità. Le tecnologie produttive saranno innovative con sistemi di automazione e digitalizzazione avanzati. E sarà anche uno dei più grandi dei nostri stabilimenti: occuperà 40 mila metri quadri, produrrà 100 milioni di confezioni di farmaci all’anno che corrispondono in media a circa 3 miliardi di compresse orali. Sono farmaci che vengono utilizzati da decine di milioni di persone in tutto il mondo: antipertensivi, antidiabetici, anticolesterolo, antinfiammatori. Tutto ciò per continuare a dare il nostro contributo alla salute delle persone».

Non ci sarà solo tecnologia, perché lo stabilimento darà lavoro a 250 persone…

«Sì. Ma non solo. Perché ai 250 impiegati direttamente se ne aggiungeranno altri 250 di indotto diretto al servizio allo stabilimento con manutentori, elettricisti, idraulici. Poi ci sarà anche la ricaduta sul territorio con l’indotto indiretto che crea la ricchezza del territorio».

Perché saranno i dipendenti a scegliere il nome di questo nuovo stabilimento?

«La prima cosa curiosa è che abbiamo deciso di dare un nome specifico a questo nuovo stabilimento. Gli altri si identificano in genere con la città. Fare questo investimento per noi è stata una scelta di cuore: per questo lo vediamo come un bambino e come tale vogliamo abbia un nome per porre attenzione e amore fin dal primo momento, anche se la creatura ancora non ha visto la luce. E il nome lo sceglieranno i dipendenti che sono i pilastri fondanti dell’azienda».

A Firenze si trova la testa della vostra società che però è presente in 136 paesi del mondo. Potevate fare investimenti, forse anche più vantaggiosi, in altre nazioni. Perché avete scelto la Toscana?

«Quando si progetta un nuovo stabilimento si coinvolgono i tecnici, si guarda alla parte fiscale, agli incentivi e anche al costo del lavoro. Proprio nei giorni drammatici del lockdown, quando hanno cominciato a essere evidenti le conseguenze tragiche della pandemia sia dal punto di vista sanitario che economico è maturata la scelta su Sesto Fiorentino. Guardando alla cruda parte economica non sarebbe stata la prima scelta. Ma abbiamo voluto privilegiare il nostro paese che ha delle professionalità uniche e deve tornare a correre».

Nel frattempo avete deciso di investire nell’americana Stemline, azienda biofarmaceutica oncologica. Perché?

«Con questa scelta facciamo due salti. Il primo è portare la Menarini negli Stati Uniti: era il sogno di nostro padre perché quello è il più grande mercato farmaceutico. Un sogno che si realizza dopo 30 anni. Il secondo salto è quello che con Stemline facciamo in un settore di nicchia, quello oncologico, diverso dal nostro più rivolto ai farmaci di largo consumo. Stemline tra l’altro produce un farmaco efficace per un tumore molto raro del sangue. Si tratta di una piccola rivoluzione con un investimento da 670 milioni di dollari. Quindi una sfida senza dimenticare le nostre radici. Infatti questa nuova frontiera è arrivata praticamente insieme al nuovo stabilimento di Sesto Fiorentino che ribadisce invece il nostrocontributo alle decine di milioni di pazienti che ogni giorno affidano la loro salute ai nostri farmaci».

Due grandi investimenti, nessun ricorso agli ammortizzatori sociali. Il lockdown sembra non avere inciso negativamente sul vostro gruppo. Perché?

«Il settore farmaceutico ha continuato a lavorare anche nei giorni in cui altre aziende erano obbligate alla chiusura. Però anche noi abbiamo subito gli effetti della crisi perché la diagnostica si è paralizzata dando precedenza ai malati di Covid-19. Purtroppo abbiamo assistito anche a pazienti che non si sono recati dal medico per paura del contagio, magari con patologie importanti. Comunque, abbiamo lavorato in modo efficiente anche se il contatto umano non potrà mai essere sostituito dalle videoconferenze. La nostra azienda è fatta di persone: le idee nascono dalla relazione. Ci siamo concentrati sulla formazione, soprattutto degli informatori farmaceutici che non hanno potuto lavorare come al solito, incontrando i medici».

Spesso c’è un pregiudizio negativo sull’industria e in particolare sulla farmaceutica. Voi cosa rispondete?

«La nostra è un’azienda grande e familiare. Possiamo raccontare con limpidezza i nostri punti di forza e di debolezza, i nostri successi e le nostre sconfitte. Aziende più grandi, quotate in Borsa, hanno forse una comunicazione asettica che non le fa amare e comprendere. È un peccato perché quello dell’industria farmaceutica è un mondo bellissimo, con tanta umanità».

E nella ricerca?

«Sentiamo profondamente la missione di curare le persone. E c’è un senso di grande sconfitta quando una molecola sulla quale abbiamo lavorato e studiato per lungo tempo, credendo che avrebbe rappresentato la svolta di cura per molte persone, poi invece non fornisce i risultati attesi. C’è un grande lato umano, forse poco raccontato».

Pensate che le misure adottate dal governo per la ripresa dell’economia italiana, già stagnante prima della pandemia, siano efficaci?

«Non abbiamo una ricetta magica. In questo momento così straordinario sono stati messi sotto pressione i governi di tutto il mondo. Per questo dobbiamo essere molto umili e oggettivi. In Italia dobbiamo fare attenzione a non mettere troppi obblighi e oneri aggiuntivi a carico delle aziende, altrimenti le piccole imprese muoiono. Forse servirebbero poche regole ma per tutti, in modo da facilitarne anche l’applicazione».

Cosa chiedete per il vostro settore?

«L’Italia deve investire di più sulla farmaceutica e farla sviluppare. Perché è un settore pulito che non inquina. È un settore dove c’è grande tutela del lavoro e della sicurezza. È un settore dove ci sono relazioni sindacali costruttive. Infine, il settore produce nel nostro paese 33 miliardi di euro che in larga parte vengono esportati. Abbiamo battuto la produzione della Germania. Non sono molti i settori che possono vantare questi primati».

Fonte: Tog
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