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Matrimoni in crisi, coppie in affanno. La famiglia è finita?

È al primo posto in tutti i sondaggi che indagano sui valori che le giovani generazioni ritengono essenziali. Eppure sembra destinata all'estinzione. Stiamo parlando della famiglia la cui fine sembra ormai annunciata. Ma è davvero così o si tratta di una provocazione? Giriamo la domanda a Roberto Volpi, pisano, di professione statistico, autore di un volume dal titolo inequivocabile, La fine della famiglia e a don Roberto Brandi, presidente della commissione di pastorale familiare della diocesi di Fiesole.

Parole chiave: matrimonio (93), famiglia (461), coppie di fatto (36)

Intervista a Roberto Volpi

di Andrea Fagioli

E' riconosciuta come una delle strutture portanti di quel complesso edificio che è la nostra società. È al primo posto in tutti i sondaggi che indagano sui valori che le giovani generazioni ritengono essenziali per la loro vita e il loro futuro. È un fondamentale elemento della nostra identità, del costume e della cultura popolare. Eppure sembra destinata all'estinzione. Stiamo parlando della famiglia la cui fine sembra ormai annunciata. Ma è davvero così o si tratta di una provocazione?

Giriamo la domanda a Roberto Volpi, pisano, di professione statistico (ha progettato tra l'altro il Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza presso l'Istituto degli Innocenti di Firenze), autore di un volume dal titolo inequivocabile, La fine della famiglia, che sarà presentato il 2 marzo a Pisa dal ministro Giuliano Amato, dall'arcivescovo Alessandro Plotti e dal sindaco della città, Paolo Fontanelli. Il volume sarà presentato anche a Firenze dal ministro Rosy Bindi.
«Se intendiamo la famiglia come istituzione sociale, come prima aggregazione tra individui su cui si regge tutta la restante impalcatura della società e come cellula primaria che assicura la continuità biologica della specie, non c'è dubbio – risponde Volpi – che la famiglia così intesa è, almeno qui in Italia, in un declino tale da far temere per la sua stessa sopravvivenza».

Non è un'interpretazione troppo pessimistica, la sua, professor Volpi?

«Per natura sono ottimista, ma in questo caso parlano i numeri. Il matrimonio è in crisi e lo dimostra l'aumento di quelli civili, ovvero di quelli che prevedono in sé il divorzio. E ci si sposerebbe ancora meno se non ci fosse in prospettiva questa possibilità. Persino la prospettiva di coppia ha perso fascino. Non c'è soltanto, infatti, la crisi della coppia costituita, c'è ancor prima la crisi della coppia che non si forma. Gli italiani, e segnatamente i giovani, trovano crescenti difficoltà a mettersi insieme, a fare coppia, a metter su famiglia. Gli stessi pacs stanno ad indicare proprio questo. Si aderisce a queste forme perché non c'è nessuna certezza sulla coppia in quanto tale. La coppia sembra restringere gli orizzonti esistenziali di una persona anziché ampliarli. E poi c'è un altro declino, almeno in Italia perfino più grave».

Immagino sia quello dei figli?

«Esatto. Il calo delle nascite è impressionante. La proporzione di donne rimaste senza figli nella generazione di donne del 1960 è pari al 14 per cento; nella generazione di donne del 1990, che dunque non ha ancora cominciato a fare figli, la proporzione che resterà senza figli si prevede tra il 21 e il 29 per cento. Per la prima volta nella storia dell'umanità, la famiglia in quanto istituzione non tende necessariamente ai figli ma risulta, al contrario, da essi sempre più svincolata. Si può fare famiglia, questo sembra il succo dell'esperienza odierna, a prescindere dai figli, anche senza mettere al mondo dei figli. La famiglia già oggi non ha più nel suo orizzonte i figli come obiettivo e completamento. La coppia di oggi vede in se stessa le aperture, cerca e persegue per se stessa i traguardi, non demanda ai figli né le une né le altre. Soltanto 43 famiglie su 100 (in base ai dati del censimento del 2001) sono rappresentate da coppia di genitori con figli. Un valore che l'aggiornamento dell'Istat al 2003 dava ancora in calo».

Si ha paura del futuro, ci sono problemi economici, mancano i servizi…

«Al contrario: sono proprio le regioni che offrono più servizi (Toscana in testa) quelle in cui la media dei figli si abbassa».

Allora c'è qualcosa di più?

«C'è quella che io chiamo l'ipertrofia dei figli, ovvero un figlio sembra richiedere talmente tante cure e attenzioni da inglobare tutta la prospettiva della coppia in sé. Fare un figlio è diventato un'impresa. Essere genitori è mestiere, a leggere libri e riviste che si sprecano sull'argomento, di una complessità della quale è quasi impossibile venire a capo. Addirittura è diventata la maternità a scoraggiare la maternità».

In che senso?

«Nel senso che è la venuta al mondo di un figlio a scoraggiare quella di altri figli perché la maternità è uscita dalla sfera di quel che è naturale e perfino ovvio per entrare in tutt'altra sfera connotata come eccezionale e quasi miracolistica in cui comanda l'apparato medico-sanitario e in cui tutto è artificio, verifica, esame continuo, adeguamento progressivo dei comportamenti e delle condizioni delle donne in gravidanza ai comportamenti e alle condizioni previste dalla medicina».

Crisi della coppia, instabilità dei matrimoni, calo demografico, «famiglie unipersonali o monogenitoriali»… quali le conseguenze sul piano sociale?

«Una famiglia oltremodo piccola e tutta percorsa da logiche individuali, che è ormai l'emblema della famiglia, ha perso peso e prestigio nella società, non riuscendo a influenzarne le dinamiche socio-economiche, culturali e politiche che in misura sempre più debole. Al tempo stesso, una società che ha alla base una siffatta famiglia sempre meno sarà portata a rifletterla, sempre più si rivolgerà piuttosto ai singoli o comunque ai suoi componenti. E perso l'ancoraggio dei figli, la famiglia si sbilancia sempre più verso la prevalenza di esigenze e spinte individualui piuttosto che verso una superiore logica familiare che riesca a conciliarle senza per questo annullarle».

C'è una via d'uscita, un modo per salvare la famiglia?

«Ci vorrebbe una convinzione da parte della politica, della quale non si sono viste fino a quest'oggi che alcune tracce di dubbia consistenza. Il fatto è, detto con parole semplici e dirette, che non ci sono attualmente e da molto tempo in Italia le condizioni favorevoli alla formazione e all'esistenza piena e vitale delle famiglie. Ed è chiaro che se queste condizioni non vengono o ripristinate o create di sana pianta non ci sarà neppure modo di contare su alcuna correzione culturale che sgorghi autonomamente. I valori che sono cambiati o si sono indeboliti, come il sentimento di appartenenza al genere umano e quello del futuro della specie, della prosecuzione della vita oltre le nostre individuali esistenze, questi valori non si risollevano semplicemente discutendo o predicandone la bontà, quanto piuttosto operando perché il loro motore concreto, quello che consiste pur sempre nella generazione e nei figli, riprenda a funzionare almeno secondo un più congruo regime, per il bene delle famiglie e della società. E poi sul dibattito sviluppatosi in Italia sulla famiglia ci sarebbe da dire anche un'altra cosa».

Quale?

«Che questo dibattito si è sviluppato per vie collaterali, ovvero attraverso il dibattito sulla fecondazione assistita e sulla regolamentazione legislativa delle coppie o unioni di fatto attraverso i pacs. Il problema è che nella fecondazione assistita il centro è il figlio, mentre la coppia passa in secondo piano; nei pacs il centro è la coppia, e sono i figli a passare in secondo piano. Quali che siano i frutti di questo dibattito, manca una visione d'insieme della famiglia. E anzi sul nucleo composto di genitori e figli non c'è in giro alcun vero dibattito. Non si fa che parlare di famiglia e nel contempo si parla di tutt'altro».

La rivoluzione degli anni Settanta
Ci sono regioni in cui solo un terzo delle famiglie è composto da più di due persone, mentre quattro coppie su cinque hanno uno o zero figli. D'altra parte, in un solo decennio, dal 1991 al 2001, i single sono aumentati di due milioni e mezzo e, mentre i giovani si sposano sempre meno, le famiglie invecchiano sempre più (neanche una su tre ha un capofamiglia con meno di 45 anni). Ma come si è arrivati alla quasi scomparsa della famiglia? Ce lo spiega Roberto Volpi nel suo volume fresco di stampa, La fine della famiglia (Mondadori, pp. 162, euro 16,50), che ha per sottotitolo «La rivoluzione di cui non ci siamo accorti». Questa rivoluzione, secondo la statistico pisano (che tra l'altro coordina il Gruppo tecnico di programmazione incaricato di redigere il Piano strategico della città di Pisa), è quella iniziata a metà degli anni Settanta e conclusasi dopo un quarto di secolo: 25 anni in cui la popolazione italiana è aumentata ma ha perso 350 mila nascite annue dalle 870 mila iniziali, mentre il numero medio di figli della donna italiana nel corso della sua vita riproduttiva si è ridotto esattamente della metà, passando da 2,4 a 1,2. Alla rivoluzione demografica si è accompagnata una rivoluzione culturale di cui la legge sul divorzio, con il relativo dibattito e il referendum, rappresenta uno «spartiacque».

Intervista a don Roberto Brandi
La medicina? Inizia per «p»:
parola, perdono e pane...

di Simone Pitossi

Ci sono tante bugie che circondano la famiglia. Ma questa, anche nelle difficoltà, è sempre vitale. Parola di don Roberto Brandi, giovane sacerdote della diocesi di Fiesole, presidente della commissione di pastorale familiare fiesolana. L'impegno di don Brandi e dell'equipe diocesana è a tutto campo: giovani fidanzati, coppie conviventi o sposate, separati e divorziati.

Molti pensano che la famiglia sia verso la fine...

«Capita anche a me di ascoltare o di leggere gli oracoli di molti profeti di sventura pronti a celebrare il funerale della famiglia. Penso che il discernimento necessario è quello che sa distinguere i genuini germogli di novità, di crescita umana, di coraggiosa interpretazione dei segni dei tempi, dalle “bugie antropologiche” che inquinano l'aria che respiriamo. Io non credo alla fine della famiglia, semplicemente perché essa è “vera”, profondamente umana. Un bambino, per crescere bene e sano ha bisogno di una famiglia buona e sana, di un babbo che faccia il babbo, di una mamma che faccia la mamma. Più ci spostiamo da questa verità naturale iscritta nella nostra carne umana, più la nostra carne griderà forte il suo disagio e piangerà le sue ferite».

Quali, secondo lei, le «bugie antropologiche»?

«Ve ne sono molte in giro. E spesso si presentano a grappoli. Un primo grappolo sta intorno allo spostamento del primato, che non è più attribuito alla persona umana nell'interezza del suo mistero, dal concepimento fino alla morte naturale, ma al diritto individuale del singolo. Così, sull'altare dei diritti individuali, si immolano, manipolandoli, il concetto di “persona” e quello di “vita umana”. La famiglia, nel suo ruolo di sacrario della vita e di scuola di umanità, può rimanere disorientata e ingannata».

E poi c'è confusione sulla sessualità...

«Questo è il secondo grappolo di bugie. La “liberazione sessuale” degli ultimi decenni sta producendo l'effetto contrario. Ai giovani arriva un bombardamento di messaggi che deturpano la bellezza della sessualità. La coppia maschile-femminile, che secondo l'antropologia consegnataci dalla Genesi rivela l'immagine e la somiglianza stessa di Dio, viene addirittura relativizzata dall'attuale deriva del pensiero omosessuale. Il concetto di matrimonio viene così minato nelle sue radici costitutive. Un terzo grappolo lo vedo intorno al concetto di amore e di relazione d'amore. L'amore è pensato come esperienza transitoria, destinata comunque a «consumarsi», a finire. Il valore della fedeltà quasi un corrosivo. Il matrimonio, un contratto a tempo determinato. La relazione d'amore non ha un valore in sé, ma soltanto un valore per me. Quando non la si sente più come un bene immediato, si preferisce interromperla».

Di cosa hanno bisogno oggi, le famiglie, per rafforzarsi?

«Mi vengono in mente tre “P”: Parola, Perdono, Pane».

Cominciamo da parola...

«C'è un pericoloso virus che aggredisce mortalmente le relazioni familiari. I sintomi principali sono: le parole non dette, i sentimenti e le emozioni non comunicate; le parole vuote, superficiali, o false. Si può cominciare a guarire decidendo di ascoltarsi in profondità. Imparando ad ascoltarsi nel profondo del cuore è possibile ascoltare anche un'altra Parola, quella di Dio, che illumina e che salva».

E poi perdono...

«Ogni relazione umana è ferita. È normale allora una certa fatica del relazionarsi, il fraintendimento, l'incomprensione, il dolore. C'è un farmaco necessario: il perdono. Non si può crescere nelle relazioni senza l'uso direi giornaliero di questa medicina. Il perdono è insieme una grazia e un'arte. La si riceve da Dio perché solo lui rimette i peccati, ma insieme va anche imparata, esercitata, maturata».

Infine pane...

«Penso alla mensa intorno alla quale la famiglia si riunisce. Penso, per i cristiani, al Pane Eucaristico spezzato per tutti nel Giorno del Signore. Penso all'esperienza della vita comunitaria. È necessario anche per la famiglia rimanere aperta, in cordata con altre famiglie, condividendo il pane della gioia e quello del dolore. Una famiglia che si isola, presto si ammalerà».

I giovani fidanzati che visione hanno della famiglia?

«Intanto direi che il termine stesso di “fidanzato” ha mutato il suo significato o, per lo meno, lo ha esteso ad una fascia più ampia di situazioni che oggi comprendono anche coloro che iniziano un'esperienza di convivenza, magari con l'idea di sposarsi dopo un po' di rodaggio o di assestamenti finanziari. L'innalzamento dell'età media alla quale ci si sposa, unito ad una crescente instabilità affettiva dell'età giovanile, fa sì che molte coppie arrivino a sposarsi con alle spalle delusioni o ferite, relazioni cariche di promesse poi naufragate. Questo genera timori e qualche diffidenza. Nel cosiddetto “esame dei fidanzati” prima del matrimonio, una domanda suona così: “… vuoi il matrimonio indissolubile e quindi escludi di scioglierlo mediante il divorzio?”. La prima reazione è spesso una stretta di spalle, poi un sospiro, e poi… “Speriamo!”».

Che tipo di lavoro si può fare con i giovani?

«Già a partire dai primi gruppi con i giovanissimi, cercare di creare un clima di dialogo e di apertura dove si possa parlare e confrontarsi senza timori o tabù sull'ambito dell'affettività e della sessualità, tornando ad annunciare con coraggio la bellezza della visione cristiana. Da un pezzo c'è un silenzio colpevole nelle nostre parrocchie su questi temi, credo legato alla paura di risultare impopolari o travolti dalla corrente contraria del pensiero dominante. In secondo luogo, sarebbe importante che chiunque rivesta un ruolo educativo si faccia vicino al giovane e ci sia, soprattutto, nei suoi momenti di crisi o nelle esperienze negative. Vivere il sacramento del matrimonio è una vocazione bellissima e la chiesa deve gridarlo sui tetti e anche sui muretti dove i giovani s'incontrano».

Separati, divorziati: quale percorso per queste persone?

«Si tratta di una ferita profonda nel cuore della Chiesa, una ferita che si sta purtroppo allargando. Uno degli obbiettivi primari verso cui camminare è aver cura che le comunità cristiane, attraverso la vicinanza e l'accoglienza, manifestino in pienezza il volto materno della Chiesa che, senza compromessi contro la verità, desidera continuare a trasmettere l'amore di Dio per ciascuno dei suoi figli».

I DATI
Tipologia delle famiglie italiane
al censimento 2001 (per 100 famiglie)
Famiglie unipersonali 25
Famiglie monogenitoriali 10
Coppie senza figli 22
Coppie con figli 43

Matrimoni in crisi, coppie in affanno. La famiglia è finita?
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