Toscana
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Dal n. 3 del 20 gennaio 2002

Merse, bonifica inutile? «Si tratta di uno spreco»

È una vicenda davvero curiosa quella del fiume Merse, del suo inquinamento – se di questo si tratta davvero – e della sua bonifica. Infatti c'è chi giura che la situazione non è così disastrosa come è stata disegnata da associazioni ambientaliste, da partiti politici, da enti locali e anche dalla Regione Toscana. Il geochimico Marino Martini sostiene che l'intervento della Regione per depurare il fiume dal ferro è addirittura peggiorativo. E costa 6.000 euro al giorno.
DI SIMONE PITOSSI

DI SIMONE PITOSSI
È una vicenda davvero curiosa quella del fiume Merse, del suo inquinamento – se di questo si tratta davvero – e della sua bonifica. Infatti c'è chi giura che la situazione non è così disastrosa come è stata disegnata da associazioni ambientaliste, da partiti politici, da enti locali e anche dalla Regione Toscana. A pensarla così è un esperto del settore: Marino Martini, docente di geochimica e vulcanologia all'Università di Firenze. Secondo il professore l'intervento di bonifica che la Regione ha predisposto rappresenta «uno spreco di risorse finanziare», produce «una non trascurabile alterazione ambientale» e così facendo «si alimenta un'attitudine catastrofista». Non si può dire che la sua non sia una posizione controcorrente.

Ma andiamo con ordine. Il fiume Merse – o la Merse, come dicono nella zona – nasce da una miriade di piccoli ruscelli dal Poggio Croce di Prata in provincia di Grosseto e scorre per una trentina di chilometri fino a gettarsi nell'Ombrone in provincia di Siena. Il «problema inquinamento» sembra nascere nel Comune di Montieri dove ha sede la «Campiano mineraria spa» del gruppo Eni che si trova in prossimità del fiume. La miniera – 800 metri di profondità, 35 chilometri di gallerie – è stata chiusa nel '96, ma nei primi anni Novanta è stata usata per stoccare materiali potenzialmente tossici. Non più drenata, la miniera si è allagata e, nell'aprile scorso, ha iniziato a versare nel Merse le ceneri di pirite, ricche di arsenico e di altri metalli. L'acqua del fiume, per un tratto, ha preso la colorazione di un rosso intenso. Il fenomeno – già previsto dalla Procura di Grosseto nel '97 durante un'inchiesta e, probabilmente, sottovalutato sia dalla Regione che dall'Arpat (Agenzia regionale di protezione ambientale toscana) – ha fatto precipitare la situazione.

Così arriviamo all'estate scorsa quando la Regione – dopo aver firmato un accordo di programma con le Province di Grosseto e Siena, e i Comuni di Montieri e Chiudino – è corsa ai ripari. Ad agosto è stato attivato il depuratore – presso il fosso di Ribudelli – che pulisce le acque dal ferro e le rende più limpide. E proprio qui iniziano i dubbi del professor Marino Martini sul tipo di intervento adottato. «A causa della natura geologica dell'area – spiega il geochimico –, che include estese mineralizzazioni di pirite intensamente coltivate fino ai tempi recenti, numerose sorgenti recano tracce di tutto ciò assumendo un carattere ferruginoso. Il contatto con l'atmosfera produce l'ossidazione del ferro e la successiva precipitazione dell'idrossido ferrico che impartisce temporaneamente alle soluzioni e permanentemente agli alvei dei corsi d'acqua un'intensa colorazione rossa. L'idrossido ferrico precipitando porta con sé tutti gli elementi potenzialmente nocivi (arsenico, antimonio, bismuto, ecc) associati al minerale primario, sottraendo alle acque ogni ulteriore caratteristica di rischio ambientale». Questo significa che i metalli tossici una volta precipitati sul fondo da lì non dovrebbero più muoversi. E quindi sarebbe scongiurato, secondo il professore, il rischio di degrado ambientale.

L'assessore regionale all'ambiente Tommaso Franci afferma però che con il depuratore la qualità dell'acqua è migliorata. «È notevolissimo l'abbattimento del carico inquinante rappresentato dal ferro – osserva l'assessore – che entra con una concentrazione fino a 850 milligrammi per litro ed esce invece con una presenza limitata a meno di 10 milligrammi». «Tutto questo è vero – replica il professor Martini – ma tali interventi, che sottraggono effettivamente in maniera massiccia il ferro e altri metalli in tracce, introducono altrettante massicce quantità di sostante veramente inquinanti come il sodio». Insomma si toglie il ferro – e l'acqua torna chiara... – ma si immette il sodio, un elemento potenzialmente più pericoloso. «Sì. L'intervento – continua il geochimico – non contribuisce a risolvere un problema che già la natura per suo conto ha regolato nei corso dei secoli. E il tratto di fiume con presenza di sodio è oggi maggiore di quello, in precedenza, interessato dal ferro. Così viene prodotta una non trascurabile alterazione ambientale».

In ogni caso, secondo il professor Martini, la questione non si esaurisce qui. «Infatti – spiega – il sodio è pericoloso ma, come anche il ferro, si ferma prima di arrivare nei centri abitati». E allora qual è l'aspetto più clamoroso? Se l'intervento di bonifica non è necessario ma anzi è potenzialmente dannoso, osserva Martini, «tutto ciò rappresenta uno spreco di risorse finanziarie della Regione». La domanda è: quanto costa tutto questo? Secondo la Regione la messa in funzione del depuratore è costata 570 milioni di lire, mentre il costo della gestione dell'impianto da parte della ditta Teseco è di circa 3 milioni di lire al giorno (oltre 1.500 euro). Anche su questo però non c'è accordo. Infatti il Wwf della Toscana ipotizza che il costo giornaliero dell'intervento possa arrivare fino a 3.000 euro, e alcune fonti locali assicurano che si tocchino i 6.000 euro (12 milioni di lire) quotidiani.

Ma di tutto ciò la Regione è informata? Sì. Infatti il professore prima di parlarne con noi ha fatto arrivare una lettera all'assessore Franci nella quale spiegava la situazione. Ha avuto riscontri? «Purtroppo no. Non pretendo che mi si dia ragione – chiude la nostra chiacchierata Marino Martini – ma vorrei almeno poter esporre i miei dati e le mie ricerche». E se avesse ragione lo scienziato?

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