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Protezione civile: alluvioni, pochi fondi per ricostruire

«I danni causati dal maltempo in Lunigiana nell'ottobre scorso ammontano a circa 850 milioni di Euro, mentre quelli registrati in novembre nell'Isola d'Elba si aggirano intorno ai 20 milioni di Euro. Si tratta solo di un calcolo approssimativo e sicuramente per difetto». Così, di getto, Maria Sargentini, dirigente del servizio di Protezione Civile della Regione Toscana, che poi prosegue: «Di fronte a queste cifre, per la Lunigiana sono a disposizione 85 milioni di Euro, di cui 25 da parte dello Stato ed i restanti 60 garantiti dalla Regione Toscana attraverso quei 5 centesimi al litro che gli automobilisti della Toscana devono pagare in più sul costo della benzina. Per i danni dell'Isola d'Elba ci sono 5 milioni di Euro di fondi regionali e 500 mila della Protezione Civile regionale».
DI MARIO PELLEGRINI

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Protezione civile: alluvioni, pochi fondi per ricostruire

di Mario Pellegrini

«I danni causati dal maltempo in Lunigiana nell'ottobre scorso ammontano a circa 850 milioni di Euro, mentre quelli registrati in novembre nell'Isola d'Elba si aggirano intorno ai 20 milioni di Euro. Si tratta solo di un calcolo approssimativo e sicuramente per difetto». Così, di getto, Maria Sargentini, dirigente del servizio di Protezione Civile della Regione Toscana, che poi prosegue: «Di fronte a queste cifre, per la Lunigiana sono a disposizione 85 milioni di Euro, di cui 25 da parte dello Stato ed i restanti 60 garantiti dalla Regione Toscana attraverso quei 5 centesimi al litro che gli automobilisti della Toscana devono pagare in più sul costo della benzina. Per i danni dell'Isola d'Elba ci sono 5 milioni di Euro di fondi regionali e 500 mila della Protezione Civile regionale. Ecco, allo stato attuale delle cose, la situazione che dobbiamo affrontare per affrontare l'emergenza soprattutto nei quattordici comuni della Valle del Magra: una zona che da quattro anni è interessata da fenomeni idrogeologici più o meno gravi».

Ma al di là delle cifre che sarebbero necessarie per tornare non alla normalità, ma per affrontare il futuro con una certa sicurezza – quindi con opere strutturali e non di tampone – non è possibile mettere mano alla ricostruzione senza avere monitorato l'intero territorio sottoposto alla furia del Magra, osservato l'alveo del fiume e dei suoi affluenti dopo la piena (con eventuali modifiche del loro alveo), verificato lo stato degli argini ed eseguito una razionale potatura degli alberi.  In sostanza c'è da rivedere tutto il sistema geomorfologico della Lunigiana interessata dall'alluvione, perché quanto verrà fatto non dovrà essere un puro e semplice ripristino dello «statu quo ante». Senza dimenticare poi che, se per il momento è stato recuperato con un «Bailey» il ponte Santa Giustina per Parana, sono ben quattro i ponti crollati che dovranno essere ricostruiti: quelli di Stadano e di Mulazzo (qui è stato realizzato un guado provvisorio per il transito dei camion ecologici) sul fiume Magra, di Villafranca e di Castagnoli sul torrente Teglia. Questi, inutile sottolinearlo, sono lavori che richiedono un grosso impegno, sia dal punto di vista della progettazione che da quello della costruzione, per cui rimane difficile stabilire una data per la loro inaugurazione.

«Una cosa molto importante da tenere in considerazione è poi quella che riguarda gli interventi sulla criticità del territorio – ha poi continuato Maria Sargentini nell'incontro avuto presso la sede regionale della Protezione Civile – visto e considerato che nella zona alluvionata esistono collegamenti spesso unici per diverse frazioni montane, e quindi potenziali difficoltà in casi di emergenza, che ormai non dipendono più dall'eccezionalità dei fenomeni, ma da quella che è diventata una normalità per le mutate condizioni meteorologiche che interessano non soltanto il nostro paese. Piogge così insistenti e persistenti stanno infatti provocando smottamenti e movimenti franosi - alcuni dei quali di vaste proporzioni - che non dipendono esclusivamente dal dissesto idrogeologico, anche se ne costituiscono una concausa da non sottovalutare. Per esempio nell'Isola d'Elba si sono dovuti registrare cadute di blocchi di granito dai costoni delle montagne che non sono certamente dipese da disboscamento o abbandono delle stesse, bensì da un loro progressivo sgretolamento».

Non va poi sottovalutata, per comprendere a pieno la gravità della situazione che si è venuta a creare di fronte al ripetersi dei sempre più devastanti fenomeni atmosferici, la progressiva antropizzazione del territorio con conseguente inosservanza delle più elementari regole di sicurezza, visto e considerato che persino ruscelli in secca per gran parte dell' anno – come quelli dell'Isola d'Elba – d'improvviso diventano autentiche bombe d'acqua. E questo in aggiunta a pregressi e secolari interventi edilizi, eseguiti quando non esistevano regole e divieti da osservare, senza dimenticare che in passato l'acqua era l'unica fonte di energia e quindi la necessità di costruire in prossimità di fiumi e torrenti. Certe affermazioni su presunte od effettive cementificazioni nelle zone a rischio, sono quindi da prendersi spesso come pretestuose, perché non si può non constatare – come del resto sottolineato anche da Maria Sargentini – che fenomeni atmosferici disastrosi come quelli che ultimamente hanno interessato e devastato zone della Toscana, in passato erano eccezionali per la rarità del loro verificarsi. «Semmai – ha infine concluso la dirigente della Protezione Civile regionale – si rende indispensabile, al fine di migliorare il coordinamento degli interventi di massima urgenza, e non solo, la delocalizzazione su siti di massima sicurezza, delle strutture pubbliche, in modo da non venire coinvolte in allagamenti, smottamenti e frane. Premesso quanto sopra, infatti, tutti ci si deve considerare in emergenza continua, perché l'evento calamitoso può verificarsi da un momento all'altro, senza preavviso ed a prescindere dall' allerta meteorologica. In Toscana, purtroppo, ne sappiamo qualcosa».

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