Toscana

Psichiatria in Toscana, si conclude la nostra inchiesta

Con il «primo piano» di questa settimana si conclude la nostra inchiesta sulla psichiatria in Toscana iniziata nel numero 1 dell’8 gennaio scorso. Ricordiamo qui gli argomenti trattati nelle nove puntate precedenti.

Numero 1 – 8 gennaio 2012«Per una cura che abbia al centro la persona». Questo il titolo del nostro primo servizio dedicato all’ultimo convegno «Quanto la persona è al centro della sua cura», appuntamento organizzato annualmente a fine novembre dal Coordinamento toscano delle associazioni per la salute mentale assieme alla Regione. Nella stessa pagina sono stati presentati in una scheda scopi e attività del coordinamento. Numero 4 – 29 gennaio 2012«Per gli antidepressivi siamo i primi della classe». La seconda puntata è stata dedicata a un’indagine dell’Agenzia regionale di sanità presentata nei giorni precedenti, da cui emergeva tra l’altro il primato della Toscana nel consumo di questo tipo di farmaci. Numero 6 – 12 febbraio 2012«Piano regionale, le scommesse da vincere». Il terzo appuntamento ha preso in esame la bozza di Piano Sanitario Sociale Integrato 2012-2015 della Regione Toscana, approvata dalla Giunta prima di essere portata all’esame del Consiglio. Numero 9 – 4 marzo 2012«Serve la voglia di migliorarsi». In questa quarta puntata, una lunga intervista allo psichiatra Andrea Fagiolini, direttore del Dipartimento interaziendale di salute mentale di Siena, nato nel giugno 2012 come vero e proprio modello innovativo di psichiatria territoriale a livello nazionale, come abbiamo spiegato in una scheda a parte. Numero 11 – 18 marzo 2012«L’auto aiuto, quando i pazienti sono risorsa per loro stessi». Il Centro regionale e l’esperienza dei gruppi presenti in Toscana nel quinto appuntamento dell’inchiesta, con un cenno alle iniziative in programma presso la Casa della Cultura di Firenze e, a parte, la notizia di un riuscito convegno sulla psicoeducazione come ausilio nel trattamento del disturbo bipolare, una della patologie psichiatriche più impegnative in assoluto. Numero 14 – 8 aprile 2012«Integrazione sociosanitaria, una scommessa da vincere». Nella sesta puntata, la problematica dell’organizzazione dei servizi psichiatrici nel capoluogo toscano attraverso i pareri dell’assessore comunale alla sicurezza sociale Stefania Saccardi e della psichiatra Gemma Brandi, responsabile della Salute mentale adulti per il quartiere 4. Nella stessa pagina, l’esperienza dell’apporto terapeutico di un filosofo, sperimentato positivamente nello stesso quartiere. Numero 17 – 6 maggio 2012«La battaglia degli utenti». La settima uscita ha presentato le proposte della quinta conferenza regionale della Rete degli Utenti per la costituzione di un coordinamento nazionale e il relativo documento programmatico, il tutto introdotto da una presentazione di Galileo Guidi, già responsabile della Commissione regionale per il governo clinico della salute mentale e ora attivo come volontario. Numero 19 – 20 maggio 2012 «Sulle orme di Sigerico» il cammino come terapia. Nell’ottavo appuntamento l’esperienza della comunità terapeutico-riabilitativa «I Prati» di Abbadia San Salvatore, avviata lo scorso autunno lungo la Via Francigena e i sentieri limitrofi e poi estesa ad altri centri di salute mentale del Senese. Numero 23 – 17 giugno 2012«Fasm, l’associazione nata con un blitz alla Usl di Lucca». Nella nona puntata, l’esperienza ventennale di una delle più attive realtà di volontariato nel campo della salute mentale in Toscana, presieduta dall’infaticabile Gemma Del Carlo.

La Regione punta sulle associazioni

Uno su quattro: fa davvero impressione, eppure è questa la percentuale di cittadini europei che sperimenta, nel corso di un anno, una forma di disagio mentale. Anzi, detto così il dato è approssimato per difetto, visto che gli studi compiuti attestano la percentuale al 27%. Una moltitudine in costante aumento, soprattutto tra i giovanissimi e gli anziani, e la precarietà derivante dalla crisi che investe l’Occidente non fa altro che gettare benzina sul fuoco. Secondo altre ricerche recenti (2010), nell’intera Unione europea si può parlare di veri e propri disturbi di salute mentale per un cittadino su dieci, e in molti stati la depressione rappresenta tout court il problema di salute più comune. Non solo: gli italiani, dipinti come popolo allegro, presentano, secondo le stesse fonti, uno stato emotivo di gran lunga più negativo rispetto alla media europea.

Un quadro preoccupante, quindi, che avevamo già visto nella seconda puntata della nostra inchiesta sulla psichiatria in Toscana, pubblicata sul numero del 29 gennaio scorso in occasione della presentazione di un’indagine dell’Agenzia regionale di sanità, e che è stato riproposto giovedì 5 luglio a Palazzo Strozzi Sacrati, sede della presidenza della Giunta regionale toscana, nell’ambito della firma di un protocollo tra la stessa Regione – rappresentata dal direttore generale per i Diritti di cittadinanza e coesione sociale, Edoardo Michele Majno – e il Coordinamento toscano delle associazioni per la salute mentale, la presidente Gemma Del Carlo. Ed è stato proprio Majno a sottolineare come sia improprio – oltre che scorretto – lo stesso termine «malato di mente» dal momento che il disagio psichico bene o male, direttamente o no, finisce per riguardare tutti.

Nel protocollo, Regione e Coordinamento concordano «sulla necessità di attivare e sviluppare forme di cooperazione e integrazione al fine di assicurare una più ampia azione di promozione a tutela della salute mentale della popolazione della Toscana» e per questo «si impegnano a concordare azioni congiunte e a collaborare a singole iniziative rispondenti agli indirizzi programmatici condivisi». Un ulteriore, importante passo verso una convergenza d’impegno tanto più necessaria in quanto alla «domanda» crescente si affianca, per colpa della crisi, lo spettro della diminuzione delle risorse che obbliga a razionalizzare e a ottimizzare gli sforzi. «Il nuovo Piano Sanitario e Sociale Integrato Regionale 2012-2015, che nei prossimi mesi sarà approvato dal Consiglio Regionale – ha sottolineato non a caso il nuovo assessore al Diritto alla salute Luigi Marroni, assente per altri impegni alla firma, in una dichiarazione affidata all’agenzia d’informazione della Giunta – dedica alla salute mentale un ampio capitolo, ponendosi l’obiettivo di accogliere i bisogni delle persone di ogni età con disturbi psichici e promuovere servizi finalizzati a percorsi di prevenzione e ripresa. Per questo è fondamentale la collaborazione con le associazioni di familiari e utenti, che ci consente di intercettare prima possibile il disagio psichico e mettere a punto interventi sempre più mirati ed efficaci». E visto anche il sempre più preoccupante quadro epidemiologico, ha aggiunto, « diventa indispensabile trovare nuovi approcci, più proattivi degli attuali, capaci di intercettare il bisogno e di riorganizzare i servizi in modo adeguato alla domanda, per rispondere con tempestività, pertinenza, efficacia».

Una scommessa, anzi, la scommessa da vincere, come abbiamo cercato di dimostrare attraverso la nostra inchiesta, che si conclude con il «primo piano» di questa settimana rimandando ad un successivo approfondimento la questione della dismissione dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Dieci puntate in cui abbiamo cercato di dare conto dei problemi ma anche delle «buone pratiche» e delle esperienza positive, senza la pretesa di fornire un impossibile quadro di tutte le situazioni locali, purtroppo ancora assai diversificate tra loro.

La firma del protocollo rappresenta certamente, in questo senso, non un punto di arrivo ma di partenza nell’ambito della prossima applicazione delle stesse linee guida del Piano Sanitario che, perché non restino lettera morta, necessiteranno senz’altro di opportuni strumenti di verifica, a cominciare dall’analisi dei dati sull’efficacia dei servizi, finora forniti in modo decisamente parziale.

La psichiatria dovrà quindi uscire da una gestione autoreferenziale ormai superata, perché se è vero che gli operatori, tecnici o professionisti che dir si voglia (medici, infermieri, animatori) restano indispensabili per affrontare in modo adeguato malattia e disagio, è altrettanto vero che la salute mentale è una questione che riguarda tutti e che investe profondamente l’intera società. E se è da considerare ormai superata l’impostazione ideologica che vede la malattia mentale come conseguenza delle contraddizioni sociali, è altrettanto vero che una solidarietà diffusa può creare le condizioni per affrontarla nel migliore dei modi. In questo senso le esperienze associative dei familiari e degli stessi utenti sono una ricchezza di cui fare sempre maggiormente tesoro, come ha dimostrato anche l’incontro di Casa al Giogo, cui accenniamo in queste pagine, ma dovrebbe al tempo stesso crescere in questo settore il volontariato tout court, non circoscritto cioè a chi con la malattia mentale ha purtroppo a che fare, e magari anche lo stesso privato sociale. E in questo senso ci sarà forse bisogno di una crescita di sensibilità anche all’interno della comunità cristiana verso questi «ultimi» così particolari ma che restano in ogni caso persone con la loro dignità, le loro attese, i loro desideri. Dignità, attese e desideri che costituiscono comunque il punto da cui partire per qualsiasi buona pratica di salute mentale. Perché se spesso il disagio psichico nasce come risposta «sbagliata» a un’esigenza vera e reale, la cura di quel disagio non può consistere nell’inibizione di quell’esigenza invece che nella correzione della risposta. Come afferma Alessandra, esponente della Rete degli Utenti della provincia di Massa Carrara, non si può pretendere di curare la mente ignorando il cuore.

«Familiari consapevoli», incontro al Giogo

«Cara Maria Grazia, in questi due giorni al Giogo abbiamo riflettuto sul lavoro che come Rete Regionale degli utenti state portando avanti. Abbiamo capito l’importanza della sfida che avete intrapreso per il riconoscimento del vostro fondamentale sapere di natura esperienziale. Sappiamo che l’incontro tra il vostro sapere e il nostro produrrà una crescita di consapevolezza per tutti noi. Sappiate che non solo condividiamo il vostro lavoro ma cercheremo di essere più presenti alle vostre iniziative». Queste poche righe indirizzate alla presidente della Rete regionale degli utenti di salute mentale, Maria Grazia Bertelloni, hanno concluso la due giorni che ha visto impegnati sabato 7 e domenica 8 luglio al Rifugio Casa al Giogo, nei pressi del Giogo di Scarperia in provincia di Firenze, i rappresentanti di molte associazioni di familiari della Toscana.

Casa al Giogo, bell’immobile del patrimonio agricolo forestale regionale recuperato alcuni anni fa come centro d’incontro e convivialità e di accoglienza per turismo sociale e iniziative socioculturali, ospita da alcuni anni – grazie soprattutto all’impegno dell’associazione mugellana «Astolfo», guidata da Beppe Pratesi – l’iniziativa «Familiari consapevoli», giunta ormai al sesto appuntamento, che quest’anno ha avuto tra gli argomenti di dibattito anche l’inchiesta che abbiamo portato avanti in questi mesi, segno di un’attenzione che ci ha colpito e di cui siamo grati. Tema di fondo della due giorni, sintetizzato da una frase di Alessandra (utente della provincia di Massa Carrara) e confermato dallo psichiatra Pino Pini nell’intervento del pomeriggio del sabato, era appunto rappresentato dal fatto che il «sapere» degli utenti psichiatrici, appreso sulla propria pelle attraverso l’esperienza diretta, è altrettanto importante di quello degli operatori. In quest’ottica sono state proposte, domenica mattina, le esperienze delle associazioni «Comunicare per crescere» di Piombino, «Matilde» di Viareggio, «Riabilita» di Siena e «Oltre l’orizzonte» di Pistoia.

L’importanza di una sempre maggior comprensione tra familiari e utenti di salute mentale è stata ben evidenziata nella mattinata di sabato da un intervento di Francesca, un’utente che a partire dalla propria esperienza ha sottolineato come il non essere capiti all’interno della propria famiglia sia molto peggio che non essere capiti nella società, chiarendo però che le famiglie di questo non hanno colpa, ma vanno aiutate a capire ed aiutare la persona che sta male.

I lavori dei due giorni sono stati seguiti anche da Marzia Fratti della Regione Toscana, che ha evidenziato l’importanza di un percorso di confronto tra i vari soggetti in questione (utenti, familiari, operatori). Imporre, ha detto, non serve e il superamento delle autoreferenzialità richiede necessariamente del tempo. L’importante è porre il miglioramento dei servizi come obiettivo comune, superando divisioni e contrapposizioni e procedendo in una logica propositiva e collaborativa che sappia anche coinvolgere i medici di base, nonché in una «cultura della valutazione» non per definire primi e ultimi della classe ma per crescere tutti davvero in qualità e aprire prospettive concrete anche nel campo dell’inserimento lavorativo. Marzia Fratti ha inoltre comunicato la ricostituzione della Commissione regionale per il governo clinico della salute mentale, affidata al direttore del Dipartimento interaziendale salute mentale di Siena, lo psichiatra Andrea Fagiolini, che proseguirà il lavoro avviato da Galileo Guidi, pure intervenuto al Giogo nella mattinata di domenica. Una nomina che sa anche di riconoscimento, sia pure indiretto, al valore dell’esperienza senese del Dism, realtà «pioniera» già trattata nella nostra inchiesta e che dal prossimo autunno dovrebbe essere realizzata anche a Pisa.

Le testimonianze: «Dopo tanti anni di attività ora dico basta: qui manca il dialogo, la battuta, la risata»

«Scrivo a lei, dottore, perché ritengo giusto dare una spiegazione della mia assenza. Posso farlo però solo tramite lettera perché la mia emotività non mi permetterebbe, incontrandoci, di mettere i giusti pesi sulla bilancia e verrebbe compromesso il messaggio che voglio comunicarle». Sono le parole di un utente fiorentino al responsabile del proprio servizio territoriale (ufficialmente «modulo operativo multidisciplinare») per la salute mentale adulti. Una lettera attraverso cui Rodolfo (nome di fantasia), alla soglia dei quarant’anni, con esperienze positive nel campo dello spettacolo, ha voluto manifestare il proprio disagio dopo anni di rapporto con gli operatori. Ne citiamo alcuni stralci, ovviamente con il permesso dell’autore, perché ci sembra che dal racconto della sua esperienza emergano le criticità fondamentali del sistema.

«Non mi importa – continua Rodolfo – delle tante incomprensioni che ho vissuto nel servizio, incomprensioni abbastanza nette perché nate non dall’incompetenza di chi gestisce, bensì dalla leggerezza, spesso nota a chi si affida al servizio. Ma non importa chi ha torto o chi ha ragione perché contano soltanto le persone; la ragione, per chi sta male è un punto creduto di arrivo ma le persone, se appassionate al loro lavoro, sono un grande punto di partenza e quindi di crescita». Ancora: «Fare diagnosi è il vostro mestiere, (…) il nostro (dei pazienti) è quello di farci capire. Posso però parlare di ciò che non c’è. Manca il dialogo, la battuta, la risata, l’incontro, in una sola parola manca l’affettività che porta sempre ottimi risultati. Noto che da sei anni a questa parte, la mancanza di rapporti con molti, porta solo la costruzione di muri che non facilitano nel bisogno, nell’urgenza della sofferenza, l’accesso al servizio».

«Da anni – continua la lettera – faccio attività con la richiesta della mia presenza quasi imposta. La concludo e torno a casa, a volte mi sembra di essere al servizio di leva. Devo dire che io non ho potuto scegliere, perché ero delirante quando sono entrato al Villino (…); ritengo però, forse perché i tempi erano diversi, che c’era affettività, intesa, disponibilità da parte di tutti. Inizialmente il dottor (…) mi ha curato bene e il delirio con l’aiuto di tutti passò, perché nelle fasi acute c’è una sinergia nel vostro lavoro; finito il delirio si resta a mezz’aria senza grossi riferimenti. Ultimamente con il dottor (…) non ci capiamo, poi se non sono capace di fare a meno dei farmaci, potrebbe cercare di bilanciare la terapia: ad esempio, tolto il litio ci sono molti altri stabilizzatori dell’umore. Ovviamente non sono un medico ma è meno faticoso cronicizzare che far crescere. Inoltre sarebbe positivo parlare di tutto ma senza mettere toppe. (…) Una volta col dottore volevo parlare di idee suicidarie e gli ho detto: “Dottore, mi butto sotto una macchina”, la risposta è stata “Stia attento che si rimane anche invalidi”. Non so cosa sia accaduto, ma il rapporto con il dottore, non è più lo stesso».Altro punto dolente, l’inserimento al lavoro: «So che sono poche le possibilità lavorative, ma quelle che ho avuto sono state prive di organizzazione, che spesso garantisce il rispetto di chi lavora. Nella lavanderia, le macchine erano fuori norma e vecchissime fino al punto di essere pericolose. Nel vivaio non insegnavano niente e l’attività principale era strappare le erbacce. Tutto questo non invoglia senz’altro a essere continuativo nel lavoro affinché possa essere terapeutico. Del (…) posso dire solo che se fissavamo alle 15 per andare in ufficio, loro arrivavano alle 16,30 e se avessi tutto il tempo perso ad aspettare, potrei costruire un bellissimo spettacolo, anche pirotecnico. Tutto questo si è prolungato in interminabili attese per tre lunghi anni».

Rodolfo annuncia quindi la sua intenzione di sospendere le attività terapeutiche «per pensare strade diverse» e torna su ciò che a suo parere deve contraddistinguere il servizio, sottolineando che «le persone appassionate al loro operato, sono cercate dai ragazzi stessi, perché si avverte che parlano per noi anche sbagliando». E conclude accennando a un’altra questione fondamentale: «Il fatto di non poter cambiare medico o quartiere crea una dipendenza che non giova ai rapporti e alle attività. I ragazzi diventano non sinceri o comunque condizionati da questa forma di ricatto. Anche per me è un problema questa mia sincerità, ovviamente pensando a un bisogno futuro, al mio piano terapeutico; insomma il bisogno serve da bavaglio». La speranza finale, assieme ai saluti, è «che questa mia sia servita a qualcosa, anche per gli altri ragazzi»: una solidarietà che fa anch’essa pensare e che commuove pure.

Senza voler assolutamente generalizzare una singola esperienza, ci pare quindi che la lettera di Rodolfo richiami a una riflessione seria sull’efficacia dei servizi e sulla necessità di ampliare al massimo l’offerta e ottimizzarla, avendo sempre presente come obiettivo il bene della persona e non la salvaguardia di uno schema organizzativo. Ma un’ulteriore aspetto da sottolineare è l’apertura – mentale, ancor prima che professionale – a «saperi» ed esperienze psichiatriche e psicoterapeutiche diverse ma magari in grado di risolvere quel caso di cui non si riesce a venire a capo.Un’altra esperienza di cui siamo venuti a conoscenza è in questo senso altrettanto significativa: quella di una giovane che, dopo anni di sofferenza, in assenza di strutture adeguate nel territorio regionale ha trovato nella Comunità Terapeutica Psichiatrica per Borderline gravi Raymond Gledhill di Marino Laziale la possibilità di un percorso adeguato, seppure molto esigente. Ma c’è stato da lottare, da parte dei genitori, per dimostrare al «sistema» che per la loro figlia era quella la strada giusta e che era giusto che la Asl – non essendo la Regione Toscana convenzionata con quella struttura, a differenza di molte altre – contribuisse alla sostenibilità economica del suo cammino terapeutico. Alla fine ce l’hanno fatta, ma hanno anche pensato che era giusto far conoscere la loro esperienza agli psichiatri del loro territorio che avevano seguito il caso. Li hanno invitati a casa loro, hanno parlato del metodo, invitando a sperimentarlo e ne è nata una serata assolutamente imprevedibile, in cui è venuta a galla l’umanità di ciascuno. Quell’umanità messa magari in un angolo in nome di una concezione asettica e tecnicistica del rapporto con i pazienti, ma che in fondo è quel «di più» che consente di fare davvero bene un mestiere tanto difficile quanto importante.