Toscana
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Dal n. 43 del 1° dicembre 2002

Quando il sociale si fa cooperativa

Sono 359 le cooperative sociali, in Toscana, riconosciute dalla legge 381 del 1991. Questo dato, per chi non sa niente di cooperative sociali, di terzo settore o più in generale di non profit, non significa nulla; perché dietro ad una semplice statistica si cela un settore molto complesso di tutto l'universo del sociale.
DI REBECCA ROMOLI

Quando il sociale si fa cooperativa

di Rebecca Romoli
Sono 359 le cooperative sociali, in Toscana, riconosciute dalla legge 381 del 1991. Questo dato, per chi non sa niente di cooperative sociali, di terzo settore o più in generale di non profit, non significa nulla; perché dietro ad una semplice statistica si cela un settore molto complesso di tutto l'universo del sociale.

In primo luogo, bisogna chiarire che le cooperative sociali, si distinguono dal resto di tutte le altre imprese, perché erogano servizi anche ai non soci e soprattutto per la presenza di soci volontari; in più perseguono un fine più ampio rispetto al semplice scopo mutualistico rivolto alla comunità, come potrebbe essere quello di un'associazione di volontariato. Nel caso delle cooperative sociali, si parla, infatti, di mutualità esterna o solidarietà e non di aiuto.
Per questo, alle cooperative sociali viene attribuito una funzione di pubblica utilità ed ogni regione italiana ha istituito un albo regionale. L'iscrizione a questo albo è una condizione necessaria perché una cooperativa sociale possa iniziare ad operare sul territorio da lei prescelto, stipulando anche delle convenzioni con gli enti pubblici.
In più, a seconda del settore di azione le cooperative sociali si dividono in tre categorie.

La prima è composta dalle cooperative di tipo «A» che gestiscono servizi socio sanitari ed educativi alle persone. All'interno di questo tipo di cooperative lavorano persone senza problemi particolari sia a livello fisico che psichico.
La seconda categoria è rappresentata dalle cooperative di tipo «B» e cioè quelle che gestiscono attività agricole, artigianali, industriali, commerciali e di servizi. Questo tipo però, a differenza del precedente, al loro interno non hanno solo persone normodotate, ma anzi hanno almeno il 30% di persone disabili. La loro attività è finalizzata all'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. Con questo termine si vuole comprendere tutti gli invalidi civili, psichici e sensoriali, le persone ricoverate negli istituti psichiatrici, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in età lavorativa che hanno difficoltà familiari ed i condannati ai quali sono state accordate misure diverse dalla detenzione.

La terza categoria è quella costituita dalle cooperative di tipo «C», che sono i Consorzi di Cooperative e cioè cooperative che si sono unite insieme per vicinanza degli scopi, bacini di utenza o per rendere più efficaci le loro azioni. In questo caso, però il 70% delle cooperative che si consorziano devono essere già iscritte all'albo regionale.
Per tutti e tre i tipi di cooperative, la legge prevede che negli statuti venga esplicitamente e chiaramente indicato che la loro attività è senza fine di lucro e che i loro scopi sono solidaristici e nell'interesse della comunità. Oltre a questo nella denominazione sociale deve apparire l'indicazione «cooperativa sociale».

Per ogni cooperativa poi è necessario presentare una documentazione che varia a seconda del tipo di attività svolta.

Per esempio, per una cooperativa di tipo «A» è necessario che il rappresentante legale attesti il possesso dei titoli di studio o degli attestati professionali richiesti dalla normativa regionale e nazionale vigente dei lavoratori, dei soci o dei dipendenti.

Per quella di tipo «B», la dichiarazione legale deve attestare il numero delle persone svantaggiate inserite o da inserire nel lavoro che non può essere inferiore al 30% dei lavoratori della cooperativa e, comunque essere socie della cooperativa stessa.

Per i Consorzi di cooperative, è richiesta insieme alla documentazione sopra descritta, anche una dichiarazione del rappresentante legale del consorzio, del possesso dei requisiti che inquadrano il consorzio stesso in una delle due precedenti tipologie («A» o «B»).

Ceramica e computer così si inseriscono i disabili
Parentesi giuridica a parte, facciamo parlare chi dentro le cooperative sociali ci vive e ci lavora come Quinto d'Amico, presidente della cooperativa «Immagine» e Laura Maccioni coordinatrice delle cooperative sociali che fanno parte del «Consorzio Forma».

Il Consorzio si è costituito quest'anno con l'obiettivo di recuperare ed ampliare le attività svolte da A.MI.G. (Associazione minorati gravi) nel campo della formazione professionale e delle tecnologie applicate.
Il consorzio si configura come un'agenzia per la formazione e il lavoro e vuole offrire servizi qualificati per l'orientamento, la formazione professionale e l'inserimento lavorativo.

L'Associazione minorati gravi è nata nel 1967 e riunisce sotto di sé cinque cooperative, tutte di tipo «B». C'è «Terre 2000» che si occupa della produzione di ceramiche per l'arredamento degli interni, «Media informatica» che gestisce siti web, realizza corsi di formazione e prodotti multimediali, per arrivare al «Filo di Arianna» che svolge servizi di legatoria moderna restauro carte, servizi logistici, spedizioni, giardinaggio e manutenzione del verde. Le ultime due sono «Zaffiro» che svolge attività di decoro a mano e stampe serigrafiche su foulard, bandane e altri oggetti, e «L'Immagine», una tipografia che si occupa di tutte le pubblicazioni possibili dal piccolo formato fino a quello più grande. Tutte queste cooperative sono di tipo «B» e tutte sono volte all' inserimento lavorativo di soggetti disabili.

«Le cooperative sociali – sottolinea Laura Maccioni – vivono del loro lavoro, della loro produzione. Qui noi recuperiamo con il lavoro quelle persone che sarebbero soggette ad una sorta di esclusione sociale perché disabili, ma che attraverso determinate strategie produttive riescono ad essere indipendenti e non a carico del servizi sanitari».
Parole che trovano d'accordo anche Quinto d'Amico: «Per questo – aggiunge – ci sono delle difficoltà ad inserire queste persone in un mercato che non si occupa più del lavoro solidale, ma di un lavoro legato solo alla produzione ed al profitto. Tutto questo schiaccia in un certo senso queste esperienze che recuperano tutta una serie di valori che qualificano il lavoro stesso».

Allora, portare delle persone disabili in un mercato che ha come obiettivo solo quello di produrre a ritmi frenetici sembra quasi impossibile, ma negli ultimi anni, grazie soprattutto alle esperienze maturate dalle varie cooperative, lo scenario sta cambiando e si stanno aprendo prospettive concrete. Lo ribadisce D'Amico sottolineando i successi che le cooperative stanno avendo in tutti i campi in cui operano.

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