Toscana

Sanità, le risorse delle Chiese

DI FRANCESCO PALETTIAncora un mese di lavoro, o poco più, per dare contorni sempre più chiari e concreti alla riforma del «welfare» toscano. Tanto, infatti, impiegherà il consiglio regionale ad approvare il Pianto integrato sociale, il secondo pilastro delle politiche sociosanitarie regionali. Lo ha annunciato Federico Gelli, presidente della commissione «sanità», intervenendo, venerdì sera a Pisa, ad una tavola rotonda promossa dalla Caritas diocesana in collaborazione con l’Ufficio della pastorale sociale e del lavoro, il Vicariato episcopale per la pastorale sanitaria e l’Osservatorio giuridico legislativo della Conferenza episcopale toscana. Lo scopo: fare il punto sullo stato dell’arte ma soprattutto riflettere sul ruolo e il contributo che può offrire la comunità ecclesiale.

«A meno d’intoppi – ha detto Gelli – contiamo di giungere alla votazione del documento entro la fine del mese». Alcuni elementi, però, sono già noti. A cominciare dal finanziamento: circa duemila miliardi di vecchie lire che vanno sommati ai quasi dieci mila previsti dal Piano sanitario regionale, già approvato dal consiglio regionale. Perché la strada che la Toscana ha scelto di percorrere è tracciata: sociale e sanitario saranno, sempre più una cosa sola, ossia, come ha spiegato Gelli, «sono confluiti in una pianificazione unica, in un’ottica di rete di servizi a disposizione della comunità e finalizzata alla tutela della salute in senso ampio».

Da qui altre tre scelte qualificanti del sistema sociosanitario regionale: «un welfare d’impronta universalista, finalizzato a ridurre le disuguaglianze nell’accesso a servizi e prestazioni», una «programmazione partecipata dal basso» traducibile anche con il concetto di sussidiarietà verticale e orizzontale e, soprattutto, «obiettivi concreti e strumenti di valutazione e verifica dei risultati chiaramente individuati».«Tutte scelte – ha concluso Gelli – che, dopo la riforma costituzionale che ha affidato alle regioni la competenza quasi esclusiva in materia di politiche sanitarie e sociali, non erano affatto scontate. Tant’è vero che altre amministrazioni hanno scelto modelli molto distanti dal nostro».

In questo nuovo scenario andranno a collocarsi anche le «Società della Salute», una sperimentazione che, nella prima fase, coinvolgerà solo tre aree, fra cui quella pisana. Per saperne di più è necessario attendere l’approvazione dei regolamenti da parte del consiglio regionale. Ma qualcosa si sa già. Ad esempio che si tratterà di «un soggetto unico che gestirà la sanità territoriale e il cosiddetto “sociale” della zona», ha spiegato l’assessore alle politiche sociali del comune di Pisa Carlo Macaluso. Che «sarà aperto alla partecipazione, non solo delle Asl e degli enti locali, ma anche dei sindacati, del “non profit”, del volontariato e di tutti gli altri soggetti, come ad esempio i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta, necessari per programmare le politiche di un territorio».

Infine, che l’obiettivo è quello di giungere alla costituzione di «uno sportello unico» cui il cittadino può rivolgersi per i bisogni di carattere sociosanitario.Le novità in cantiere sono tante e «stimolano ad un diverso protagonismo le chiese locali, le opere da esse promosse e, più in generale, tutti i credenti impegnati nei servizi pubblici e in quelli promossi dal privato sociale» ha spiegato, aprendo i lavori, monsignor Antonio Cecconi, direttore dell’Osservatorio giuridico legislativo della Cet.

Che, poi, ha subito tenuto a porre alcuni punti fermi. Il primo: «Salute non significa solo assenza di malattia». Il secondo: «È vero che le opportunità di benessere stanno crescendo, almeno nella nostra società, ma non c’è “welfare” se queste non vengono redistribuite fra tutti i cittadini». Il terzo viene di conseguenza: «Se non riusciamo a canalizzare le risorse esistenti in percorsi di solidarietà effettiva il rischio è la residualità degli esclusi, lasciati ai margini della rete dei servizi promossi sul territorio».

Da qui alcuni interrogativi «forti» che la comunità ecclesiale rivolge ai politici e agli amministratori, ma anche, ai funzionari pubblici, ai professionisti della sanità e del sociale e soprattutto a sé stessa. Uno su tutti: «Le opera di carità che abbiamo promosso – ha domandato monsignor Cecconi – contribuiscono a creare condizioni di vita giuste o rischiano, invece, di diventare l’alibi per una società che genera esclusione sociale?».Domande che, secondo mons. Alessandro Plotti (arcivescovo di Pisa e presidente della Cet), chiamato a presiedere la tavola rotonda, «dovrebbe essere maggiormente discusse e meditate nelle parrocchie e, in generale, nei luoghi d’incontro e di confronto dei credenti» perché «quando si parla di “welfare” ci si riferisce al bene comune, non certo un “optional” pastorale ma una questione a cui, in quanto cristiani e cittadini, non possiamo restare insensibili».

Al riguardo per don Emanuele Morelli, direttore della Caritas di Pisa, è il momento di dare concretezza ad un passaggio «ineludibile»: «Per essere all’altezza delle sfide che ci attendono è necessario fare un salto: da una comunità ecclesiale che si organizza per farsi carico dei bisogni ad una che si dota degli strumenti necessari per leggere la società contemporanea, con una particolare attenzione alle vecchie e alle nuove povertà, e suscitare le risposte».