Toscana
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Dal n. 3 del 19 gennaio 2002

Se la pace nasce nel quotidiano

Giovanni Paolo II continua a ripetere ad ogni occasione che questa guerra preventiva all'Iraq non è né opportuna né giusta, invitando i responsabili delle nazioni a trovare soluzioni negoziali. Ma cosa ne pensano le grandi associazioni del laicato cattolico toscano? Lo abbiamo chiesto ai responsabili di Acli, Mcl, Cisl e Aione Cattolica.

Le Acli toscane ribadiscono la loro preoccupazione per le ipotesi, purtroppo sempre più concrete, di una possibile guerra in Iraq. «Ancora una volta – afferma il presidente regionale Antonio Nicolò – diciamo forte il nostro “no” a qualsiasi azione militare unilaterale, non gestita e controllata direttamente dalle Nazioni Unite. La nostra ferma condanna di ogni forma e tipo di terrorismo in quanto si fonda sul disprezzo della vita dell'uomo, si unisce al rifiuto, altrettanto categorico, del concetto di “guerra preventiva” proposto da Bush, in completa violazione con la Carta delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale. Il presidente degli Stati Uniti non si può assurgere ad unico difensore della libertà e dei diritti umani in tutto il mondo. E, per cortesia, non parliamo più, demagogicamente, di “antiamericanismo”. Chi si sforza di lottare per la pace contro ogni violenza, chi si ritiene cristiano non può essere “contro” qualcuno».

Il presidente regionale delle Acli dice di «constatare con amarezza come gli appelli di Giovanni Paolo II continuino a cadere nel vuoto e a restare del tutto inascoltati. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti internazionali vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma alla luce della ragione e, cioè, nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, ricordando che non c'è pace senza giustizia e non c'è giustizia senza perdono. Le Acli, proprio riscoprendo il grande valore profetico dell'enciclica di Papa Giovanni XXIII, fanno propria una scelta integrale di pace, di non violenza, di rispetto dell'uomo e della dignità umana, dovunque e per chiunque; pace come valore universale, la vita umana come bene inalienabile; è, prima di tutto, un fatto di cultura, di mentalità, di sensibilità, una scelta etica e morale che non può essere disgiunta dall'azione. Ecco perché le Acli – conclude Nicolò – intendono moltiplicare i propri sforzi: ancora più informazione, ancora più formazione, più educazione alla pace, ancora più azione sociale: ricerca tenace di unità per una diplomazia popolare più cosciente ed incisiva per un mondo autenticamente in pace».

«Come cristiani e come uomini di buona volontà non possiamo non aderire agli appelli per la pace che incessantemente ci arrivano dal Papa», dice a sua volta il presidente provinciale del Mcl fiorentino Pierluigi Grossi, che ribadisce: «No alla guerra preventiva, no a tutte le guerre dalla Cecenia al Medio Oriente, dall'Africa all'America del Sud e no a tutti quei regimi che si basano sul disprezzo della vita e della dignità umana. Personalmente ritengo – aggiunge Grossi – che lavorare per la pace significhi ricercare senza sosta le condizioni per una autentica promozione di tutti gli uomini e per un giusto sviluppo di tutta la famiglia umana. Per noi “comuni mortali” l'impegno comincia dalle nostre famiglie, da coloro che ci sono più vicini e da tutti quegli umili e semplici gesti quotidiani necessari a ritrovare e rinsaldare i rapporti umani laddove si sono create divisioni e lacerazioni. Non sarà certamente facile, ma se ognuno di noi, dai governanti del mondo all'ultimo degli uomini semplici, farà la sua, spendendo se stesso per il bene di tutti, il traguardo della pace non sarà impossibile. Non dimentichiamo mai – conclude il dirigente del Movimento cristiano lavoratori – che la guerra porta distruzione e morte e alla fine restano solo sconfitti e nessun vicnitore».

Ricorre ad un'iniziativa dal titolo «La pace senza se e senza ma», che recupera una frase di Ernesto Balducci, il segretario della Cisl di Firenze, Adriano Fratini, per dire che «è giusto porci il problema della pace con riferimento a rischi di estensione della guerra e di coinvolgimento di altre nazioni. Che è giusto opporci all'uso della guerra come strumento di gestione dei rapporti economici e politici fra stati. Aveva un suo significato l'espressione di don Balducci, coniata in un momento storico dove si voleva affermare la giustezza della guerra di liberazione rispetto a quella di oppressione, ritenendo necessario riportare il concetto di pace come fattore totalizzante non parziale e ideologico. Ma è giusto pensare che è solo la guerra lo strumento che viene utilizzato contro l'umanità? Purtroppo no – dice Fratini –. Così come non è condivisibile che il movimento per la pace riesca a mobilitarsi solo in occasione di conflitti che vedono coinvolti gli Stati Uniti. Non voglio sollevare una polemica che rischia di assumere aspetti ideologici, voglio contrappormi alla cultura che intende realizzare un'impostazione strabica e che sostanzialmente è: “I fatti non vanno giudicati per quello che sono ma per chi li compie”. Un reato commesso da un agente di polizia può generare maggior disprezzo, ma non riduce la colpa se a commetterlo è un cittadino comune».

«Io credo nella pace – spiega il sindacalista –, ma essa dipende dalla cultura dei valori e della responsabilità che ogni soggetto deve avere e trasmette. Per questo sono contrario all'utilizzo della parola “pace” come strumento di divisione culturale».

Nessuna differenza tra guerra preventiva o d'altro genere. L'Azione cattolica regionale per bocca del suo delegato Enzo Cacioli ribadisce il proprio «no». «Attenzione però – avverte Cacioli – a non fermarsi ai massimi sistemi e alle questioni di principio: la pace è un qualcosa che si conquista giorno per giorno a partire dalla creazione dei presupposti per una minore conflittualità nella società civile». Rifacendosi al documento dell'Ac nazionale, il delegato toscano conclude con un appello al «dialogo paziente e autentico per superare divisioni e conflitti. Il dialogo non lascia indifesi: può proteggere. Non indebolisce: può rafforzare. Nulla è mai perduto con il dialogo».
A.F.

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