Toscana
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Edizione on line del 23 settembre 2002

«Sentinelle», insieme per la pace

Sottoscritto a Firenze da sessanta gruppi e associazioni cattoliche un «manifesto» sui temi della pace, dello sviluppo e della globalizzazione. Nel suo intervento l'arcivescovo di Firenze, mons. Ennio Antonelli, ha chiesto che la globalizzazione sia ispirata da valori alti è ha dato voce alle richieste dell'associazionismo cattolico: «Noi diciamo no al terrorismo internazionale, no alla guerra preventiva, no alla globalizzazione pilotata dalla finanza internazionale a scopo di lucro». Ecco il testo integrale del suo intervento.

«Sentinelle», insieme per la pace

Sottoscritto a Firenze da sessanta gruppi e associazioni cattoliche un «manifesto» sui temi della pace, dello sviluppo e della globalizzazione. Nel suo intervento l'arcivescovo di Firenze, mons. Ennio Antonelli, ha chiesto che la globalizzazione sia ispirata da valori alti è ha dato voce alle richieste dell'associazionismo cattolico: «Noi diciamo no al terrorismo internazionale, no alla guerra preventiva, no alla globalizzazione pilotata dalla finanza internazionale a scopo di lucro». Ecco il testo integrale del suo intervento:

«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. […] In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
[…]
Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. […] In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me». (Mt 25,35-36.40.42-43.45)

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Sono lieto di salutare, a nome della Chiesa Fiorentina, tutti voi Sentinelle del Mattino 2002, rappresentanti di oltre sessanta organizzazioni di ispirazione cristiana, che siete qui convenuti per riflettere, assumere impegni e pregare insieme sui grandi temi della pace e della globalizzazione.

Vi ringrazio per la tenace e paziente ricerca dell'unità che ha caratterizzato la preparazione di questo incontro. Un grazie particolare al carissimo don Giovanni Momigli, direttore dell'Ufficio diocesano di Pastorale sociale che vi ha offerto la sua assidua e intelligente collaborazione.
Così ringrazio vivamente Sua Eccellenza Mons. Diarmuid Martin che ci porta oggi il suo contributo autorevole e ricco dell'esperienza acquisita in un osservatorio privilegiato quale è il suo, presso l'Ufficio delle Nazioni Unite e Istituzioni Specializzate a Ginevra e presso l'Organizzazione Mondiale del Commercio.

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Considero, assai positivo che qui siano presenti numerose componenti del mondo cattolico, diverse tra loro per sensibilità culturale, valutazione delle dinamiche storiche e scelte operative in campo sociale e politico.

Innanzitutto è bello e necessario dare visibilità alla nostra unità in Cristo, al di là delle legittime differenze. L'unità dei credenti in lui è stata al centro della sua preghiera nell'ultima cena e costituisce il presupposto di ogni evangelizzazione. «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).

La nostra comune fede in Gesù Cristo dà estrema serietà e urgenza alla nostra responsabilità verso gli altri uomini, quando li vediamo nel bisogno, materiale o spirituale che sia. Abbiamo ascoltato proprio adesso una pagina del Vangelo, verso la quale dobbiamo mantenere sempre vigile la nostra attenzione. Quello che avete fatto ai miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me (cf. Mt 25,40). Questa parola, afferma Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte, fa diventare la questione etica una questione di cristologia, mette cioè alla prova la nostra fede in Gesù Cristo (cf. NMI 49).

A riguardo, mi piace citare un testo straordinario di Giorgio La Pira, il mai dimenticato sindaco di Firenze, “il sindaco santo”. Egli, sulla base dell'affermazione teologica di San Tommaso d'Aquino (S.Th., III, 18, 3), secondo cui Cristo è il capo di tutti gli uomini, nessuno escluso, si domandava: «Non è evidente allora che non vi è problema umano, evento umano, gioia umana, dolore umano, speranza umana, che non sia anche problema di Cristo, evento di Cristo, dolore di Cristo, gioia di Cristo, speranza di Cristo? […] Noi siamo uomini del nostro tempo: un tempo che siamo tenuti a scrutare: un tempo che, come tutti i tempi, ha problemi umani più particolarmente marcati: problemi che sono connessi, in certo senso, con la stagione storica di cui esso è portatore: che hanno una risonanza vasta ed una dimensione vasta. Ebbene: questi problemi umani, che danno animazione e colore, per così dire, all'epoca nella quale viviamo, sono problemi di Cristo?

La risposta non può essere dubbia, ormai: se sono problemi umani, se toccano la vita degli uomini – il loro nutrimento e il loro vestimento spirituale e fisico; la loro sete di grazia e di acqua; la loro libertà interiore ed esterna; la loro vita celeste e terrena – questi problemi umani sono problemi di Cristo: per la soluzione di essi vale la sentenza finale, semplice e severa: l'avete fatto a me; non l'avete fatto a me!» (Relazione alla Settimana internazionale degli intellettuali cattolici, Parigi 1954).

Allora, dobbiamo aggiungere, i problemi della globalizzazione e della pace sono problemi di Cristo. Non semplice questione di etica, ma per noi cristiani questione di cristologia.

Sebbene il testo evangelico enumeri, a titolo esemplificativo e per esigenza di concretezza, solo alcuni bisogni materiali, opportunamente Giorgio La Pira, come abbiamo ascoltato, include anche i bisogni spirituali.
Non c'è solo la povertà socio-economica. Una povertà ancora più grave è la povertà di valori morali, la povertà di amore, di umanità, di fede in Dio e di speranza. E questa povertà è diffusa sia nei paesi economicamente sottosviluppati (dove spesso prende corpo nelle dittature, nella corruzione delle classi dirigenti, negli sprechi di risorse, nella violazione dei diritti umani fondamentali, nelle guerre locali) sia, e in misura forse maggiore, nei paesi economicamente sviluppati, dove si concretizza nella corsa sfrenata al potere, al profitto, al consumo, al piacere; corsa che nasconde il vuoto esistenziale, la mancanza di senso e la perdita di Dio. «Il mondo» - diceva Heidegger - «è diventato così povero da non poter nemmeno riconoscere la mancanza di Dio come mancanza» (M. HEIDEGGER, Perché i poeti?). Ecco, a riguardo, ancora un altro testo assai lucido e penetrante di Giorgio La Pira. «Contemplando Firenze – la ‘Firenze essenziale' (‘teologale'), con la sua cattedrale e le sue basiliche, i suoi monasteri, il suo Palazzo della Signoria, la sua poesia, la sua arte e le sue botteghe artigiane – vedemmo quasi plasticamente che la crisi del tempo nostro aveva ben altre dimensioni che non quelle solamente economiche, o sociali,o politiche. […] La radice ultima e la dimensione vera della crisi del tempo nostro andava ricercata altrove: in gradini ben più alti di quelli che la produzione ed il lavoro ed i problemi sociali e politici occupano nella scala dei valori umani. […] Si trattava, se così mi è permesso di dire, della crisi di Dio, della radicale esclusione di ogni valore trascendente dalla scala dei valori dell'uomo.
Si trattava, perciò, di un tramonto della civiltà fondata sui valori superiori di Dio e dello spirito, per dare posto a una civiltà di tipo radicalmente opposto, fondata sui valori inferiori della tecnica e della produzione. […] Crisi immensa, perché insieme teoretica e pratica, teologica e culturale, politica e giuridica, sociale ed economica» (V Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana, 21 giugno 1956).

Noi come Chiesa siamo chiamati a essere segno visibile ed efficace della presenza salvifica del Signore Gesù nel mondo. Possiamo esserlo nella misura in cui accogliamo nella fede e incarniamo nella testimonianza personale e nell'azione culturale e sociale il suo amore misericordioso verso tutti gli uomini; nella misura in cui le ferite fisiche, sociali e spirituali dell'umanità trovano una risonanza profonda nel nostro cuore e si traducono in impegni precisi.

[3]
In ambito socioeconomico e politico la Chiesa offre ai credenti e agli uomini di buona volontà la sua dottrina sociale, incentrata sui principi di solidarietà e sussidiarietà, come criterio per interpretare i processi storici e per orientare l'impegno alla costruzione di una società libera e solidale, ben ordinata, degna della immagine e della vocazione dell'uomo che troviamo delineata nella divina rivelazione.

«Educare le coscienze è il compito fondamentale della Chiesa.
Spetta poi ai cristiani, singoli o associati, particolarmente ai fedeli laici, inserirsi intimamente nel tessuto della società civile e “iscrivere la legge divina nella vita della città terrena” (GS 43). Essi operano non a nome della Chiesa, ma con responsabilità propria, nella complessità delle situazioni concrete, sapendo che la fede stessa li obbliga ad assumersi compiti temporali e ad attuarli con coerenza evangelica» (CEI, Catechismo degli Adulti, 1093).

Anche a riguardo del processo di globalizzazione spetta ai cristiani laici, assumendo come criterio di giudizio la dottrina della Chiesa nel suo insieme (non una parte soltanto di essa) e cercando di acquisire competenza, anche scientifica, nei vari ambiti, fare analisi e formulare proposte concrete e operative.

Ho molto apprezzato il documento che avete elaborato e che oggi consegnate ai rappresentanti delle istituzioni e all'opinione pubblica. L'ho apprezzato sia per l'ispirazione ideale che per la competenza specifica sui problemi, sia per l'atteggiamento costruttivo che per la concretezza delle proposte.

Mi pare che potrà essere un punto di riferimento importante, non solo per la forza numerica delle associazioni che lo esprimono ma anche per la sua qualità intrinseca.
Specialmente offrirà a molti cristiani uno stimolo e un orientamento all'impegno non solo sul piano dei principi generali ma anche su quello delle scelte concrete, integrando così le indicazioni del Magistero con l'apporto proprio dei laici.

A partire da questa visione e da questo progetto sul mondo attuale, coerenti con la dottrina sociale della Chiesa, si potrà dialogare e collaborare con i soggetti di altra matrice culturale e religiosa, senza venir meno alla propria identità.

[4]
Volendo sottolineare che il processo di globalizzazione è assai complesso, difficile da interpretare e ancor più difficile da governare, la nostra Chiesa fiorentina ha voluto promuovere sul tema il 26 giugno scorso un seminario di studio di alto profilo culturale, Globalizzazione: responsabilità dell'uomo contemporaneo. E continuerà anche in futuro sulla stessa linea, offrendo opportunità di incontro e di dialogo con personalità altamente qualificate e rappresentative.

In questo modo pensiamo di essere fedeli alla vocazione eminentemente culturale di Firenze.

Nel 1969, in piena stagione della contestazione giovanile, Giorgio La Pira scriveva: «I giovani cosa devono fare? Contestare: lo so, e va bene, ma cosa? Con quale metodo? In vista di quale fine? Per costruire, abbattendo la casa vecchia e il modello vecchio, quale casa nuova e secondo quale modello?
La stagione storica è nuova, ed i giovani (più degli altri) lo avvertono; si tratta di entrare nella terra promessa della pace e della giustizia; si tratta di costruire un vestito nuovo per il corpo cresciuto, mondiale, dei popoli; ma come?
Ecco: anzitutto prendendo coscienza del carattere scientifico, sempre più scientifico, di tutti i problemi del nostro tempo; non è più ammessa (perché superficiale, inefficace, antistorica) un'azione che non sia scientificamente fondata: ogni azione deve essere ‘pesata, numerata, misurata'!» (Lettera a Pino, in Prospettive, nn. 5-6, luglio-agosto 1969).

E' davvero singolare questo appello alla competenza scientifica che viene da un uomo che era accusato di fare poesia e utopia. Egli era certo traboccante di idealità, di generosità e di entusiasmo contagioso, ma era una persona seria e si rendeva conto che il buon cuore da solo non risolve i problemi, anzi a volte li può persino aggravare.

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Noi siamo qui, non per contestare la globalizzazione come tale, ma per contestarla nella misura in cui genera ingiustizia e favorisce il terrorismo e la guerra. «La globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno» (GIOVANNI PAOLO II, 27 aprile 2001).

La globalizzazione è un flusso inarrestabile e immenso di informazioni, immagini, denaro, merci e persone su scala planetaria, reso possibile dall'odierno progresso tecnologico. Essa offre grandi opportunità per vincere mali endemici che pesano ancora su tanta parte dell'umanità (quali la fame, le malattie, l'ignoranza) e nello stesso tempo produce effetti estremamente negativi come la diffusione di una mentalità materialista e consumista e il divario crescente di istruzione, tecnologia, capacità produttive e reddito, tra paesi diversi e a volte all'interno di uno stesso paese. «Non soltanto la tecnologia e l'economia sono state globalizzate, ma anche l'insicurezza e la paura, la criminalità e la violenza, l'ingiustizia e la guerra» (GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Caritas italiana, 2002)

Noi vogliamo la globalizzazione della solidarietà, della giustizia e della pace. Questo è l'impegno che assumiamo insieme solennemente, oggi 21 settembre, giornata internazionale della pace proclamata dall'ONU.
Pace significa rispetto della dignità di ogni persona umana e dei suoi diritti fondamentali. Pace significa dialogo di culture e religioni. Pace significa libertà e solidarietà coniugate insieme per lo sviluppo integrale delle persone e dei popoli, salvaguardando l'equilibrio della natura.
La povertà di molti paesi è terreno adatto dove possono attecchire i semi del fondamentalismo e del terrorismo. «Il terrorismo», ha affermato il Santo Padre, «rappresenta una formidabile e immediata minaccia alla pace mondiale […] è in se stesso un vero crimine contro l'umanità». Ma, ha aggiunto, «come parte essenziale della lotta a ogni forma di terrorismo, la comunità internazionale è chiamata a farsi carico di nuove e creative iniziative politiche, diplomatiche ed economiche, tese a risolvere le scandalose situazioni di grossolana ingiustizia, oppressione e marginalizzazione che continuano a pesare su innumerevoli membri della famiglia umana».

E nell'anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle di New York, l'11 settembre scorso, il Papa ribadiva con forza: «Il terrorismo è e sarà sempre una manifestazione di disumana ferocia, che, proprio perché tale, non potrà mai risolvere i conflitti tra esseri umani. La sopraffazione, la violenza armata, la guerra, sono scelte che seminano e generano solo odio e morte. Soltanto la ragione e l'amore sono mezzi validi per superare e risolvere le contese tra le persone e i popoli. E' tuttavia necessario e urgente uno sforzo concorde e risoluto per avviare nuove iniziative politiche ed economiche capaci di risolvere le scandalose situazioni di ingiustizia e di oppressione, che continuano ad affliggere tanti membri della famiglia umana, creando condizioni favorevoli all'esplosione incontrollabile del desiderio di vendetta. Quando i diritti fondamentali sono violati è facile cadere preda delle tentazioni dell'odio e della violenza. Bisogna costruire insieme una cultura globale della solidarietà, che ridia ai giovani la speranza del futuro».

La risposta strategicamente più valida al terrorismo globalizzato è la globalizzazione della solidarietà, un'azione comune per lo sviluppo integrale, una paziente costruzione di strutture e dinamismi di giustizia e di fraternità su scala planetaria. In un mondo, divenuto piccolo, è illusorio, oltre che ingiusto, pensare di difendere la prosperità dei paesi ricchi chiudendosi come in una fortezza assediata.

Non c'è alternativa alla globalizzazione della solidarietà e della pace.

[6]
Noi dunque, con convinzione e fermezza, diciamo:
• No al terrorismo internazionale;
• No alla guerra preventiva;
• No alla globalizzazione pilotata dalla finanza internazionale a solo scopo di lucro.

Noi diciamo invece:
• Sì alla globalizzazione nella solidarietà, senza marginalizzazione di persone e di popoli;
• Sì allo sviluppo integralmente umano e capace di rispettare e proteggere l'ambiente;
• Sì a regole e istituzioni internazionali veramente rappresentative e adeguate a governare il mercato globale;
• Sì alla cooperazione internazionale, valorizzando al massimo i soggetti della società civile nei paesi sviluppati e in quelli sottosviluppati;
• Sì al primato dell'educazione e della formazione, perché l'uomo è il primo protagonista dello sviluppo (cf. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio 58)
• Sì all'incontro e al dialogo di culture e religioni diverse, per far emergere i valori universali come l'amore del prossimo, la dignità di ogni persona, la libertà, la giustizia, la solidarietà, sui quali soltanto è possibile costruire, come su un solido fondamento, una convivenza pacifica, e per promuovere il rispetto verso le legittime differenze, cioè verso le concezioni, i costumi, le istituzioni proprie di ogni tradizione culturale e religiosa;
• Sì infine (ma è la prima cosa da fare per essere coerenti e credibili) a stili di vita personale e familiare, improntati a sobrietà e solidarietà, senza cedimenti al consumismo esasperato che degrada la persona ed è incompatibile con l'equilibrio della natura.

[7]
Carissimi fratelli in Gesù Cristo, con la vostra presenza qui a Firenze, nella città del fiore, vedo sbocciare un fiore di speranza.

La nostra Chiesa vi accoglie con affetto e con gioia. E saluta in voi le sentinelle del mattino, le sentinelle della speranza e della pace.
Ennio Antonelli
Arcivescovo di Firenze

Il documento: La pace condizione essenziale per lo sviluppo globale

Il saluto dei vescovi toscani: Dare un'anima alla globalizzazione

Primo piano: Pace e sviluppo, tornano le «sentinelle»

Per le sintesi degli interventi, consulta il sito:

«Sentinelle», insieme per la pace
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