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Stadio Franchi, Commisso si scontra con una Firenze che non vuol cambiare

La sensazione piuttosto diffusa è che il patron viola stia perdendo la pazienza. Ne ha tutto il diritto per come il suo pragmatismo si è schiantato contro la nostra burocrazia, ma questa è l’Italia e non la può cambiare Commisso. Però Rocco potrebbe cambiare Firenze, se Firenze si lasciasse cambiare.

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Pare sia stato il filosofo Eraclito (un po’ prima del cantante Gabbani) a dire – si parla di 2500 anni fa – «Tutto scorre», ossia «Panta rei». Un’aforisma che a Firenze non vale. Qui tutto resta immobile. Perché Firenze ha paura dell’ignoto. Preferisce nutrirsi di nostalgia, ma la nostalgia spesso è un tradimento, per non dire un inganno. Rocco Commisso-Eraclito ha spiazzato i fiorentini con quella storia che vuole distruggere lo stadio «Franchi». È vero: il patron della Fiorentina ha pronunciato parole piuttosto pesanti, per molti inaccettabili. Un ricco imprenditore che dice «i soldi sono miei e se devo costruire uno stadio nuovo, lo voglio fare come dico io», ha tutte le ragioni del mondo. Noi fiorentini abbiamo però tutte le ragioni per dire che questa è Firenze, lo stadio di Nervi è un monumento mondiale e tu, caro Rocco, non hai il diritto di raderlo al suolo: come dici tu, il «Franchi» non sarà il Colosseo, però è il nostro stadio, la casa della Fiorentina e della nostra memoria calcistica.
La storia la conoscete. Per accogliere le richieste di Commisso, questo elefantiaco Paese ha cambiato una legge, ha inserito nel dl Semplificazioni lo «sblocca stadi», e ha tolto alle soprintendenze il potere di vita o di morte su ogni intervento di restauro, sostituendolo con un parere non vincolante del ministero dei Beni culturali. Insomma: via libera. Commisso si è infilato in questa breccia e ha calato sul tavolo la disponibilità a investire 250 milioni.
Riconosco che il patron della Fiorentina s’è lasciato sfuggire di mano i toni, ma nella sostanza la sua posizione è piuttosto chiara: vorrebbe rifare il Franchi, demolirlo e spostarlo sempre nell’area del Campo di Marte; se non potrà realizzare il suo progetto, l’alternativa è un nuovo impianto a Campi Bisenzio. La terza strada è l’addio.
Siamo di fronte a un bivio epocale per Firenze: che può rimanere chiusa nella propria, solita autoreferenzialità, oppure consegnare a un uomo solo al comando, che appena poco più di un anno fa qui nessuno sapeva chi fosse, le chiavi del futuro.
Commisso ha spiegato la sua idea, l’ha legata alle ambizioni della Fiorentina, prendendo quindi per il cuore i tifosi, ma ha anche aggiunto che l’investimento è una grande opportunità per creare lavoro: l’anno scorso a Firenze si sono contati 13mila disoccupati, l’intervento per lo stadio offrirebbe un posto al 10 per cento di questo esercito in difficoltà.
La sensazione piuttosto diffusa è che il patron viola stia perdendo la pazienza. Ne ha tutto il diritto per come il suo pragmatismo si è schiantato contro la nostra burocrazia, ma questa è l’Italia e non la può cambiare Commisso. Però Rocco potrebbe cambiare Firenze, se Firenze si lasciasse cambiare.
Credo che dobbiamo smettere di piangere sui nostri ritardi. Sapete come hanno reagito le sentinelle della politica alla «distruzione» del Franchi minacciata da Commisso? Hanno proposto un «concorso di idee». Sono scattati in piedi: «Dobbiamo chiamare a Firenze le migliori menti e i migliori talenti e avviare un percorso culturalmente democratico». Io dico: Vade retro. L’ultima volta che sono stati fatti «concorsi di idee» ne è uscita la Loggia di Isozaki per gli Uffizi: sono passati vent’anni e in piazza Castellani ancora non c’è nulla; ne è uscito il progetto di Jean Nouvel per il recupero dell’ex area Fiat in viale Belfiore: fu presentato a Palazzo Vecchio il 28 ottobre 2002 e non si sa che fine abbia fatto. Potrei continuare.
Credo che quella offerta da Commisso, sia l’occasione per ripensare il Campo di Marte e farlo diventare il nuovo quartiere sportivo della città. E’ un pericolo, capisco, per i nostri sentimenti di tifosi e di fiorentini, ciascuno legato con la propria memoria alla torre di maratona. Ma per una volta, vogliamo trovare il coraggio di guardare avanti?
Nel 1865 Firenze diventò capitale d’Italia e l’architetto Giuseppe Poggi demolì le mura due-trecentesche e sventrò la Firenze medievale: se quel progetto fosse stato affidato a un «concorso di idee» oggi non ci sarebbero né i viali di circonvallazione né il viale dei Colli e saremo qui a piangere, more solito, perché non sapremo come andare da una parte all’altra della città.  Certo, per quello che gli lasciarono fare, ai nostri giorni Poggi finirebbe in galera. Però, al netto di chi ancora ha la forza storica di stramaledire quella operazione urbanistica,  non possiamo non essergli riconoscenti. La Firenze sventrata da Poggi era diventata un ricettacolo di malavita e sporcizia. Lo stadio Franchi, passateci la paradossale sproporzione, cade a pezzi e qualcosa bisogna comunque pur fare. E a noi, a Firenze, tocca decidere fra il «secolare squallore» e una «vita nuova» (dalla scritta incisa nel 1895 sull’arco di piazza della Repubblica).

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