Vita Chiesa
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Dal n. 36 del 10 ottobre 2004

A scuola di pace in Bosnia

al 2 al 10 agosto un gruppo di giovani toscani si è recato nella Bosnia Erzegovina per tre campi di lavoro all'interno di una collaborazione che le Caritas di Grosseto, Siena, Volterra, Pescia e Pitigliano stanno portando avanti da tempo con quel paese uscito dieci anni fa da una guerra fratricida che ha lasciato morti, macerie e dolorose lacerazioni. Ecco la testimonianza di due giovani volontarie toscane che hanno fatto l'esperienza del «campo di pace» a Derventa.

Dal 2 al 10 agosto un gruppo di giovani toscani si è recato nella Bosnia Erzegovina per tre campi di lavoro all'interno di una collaborazione che le Caritas di Grosseto, Siena, Volterra, Pescia e Pitigliano stanno portando avanti da tempo con quel paese uscito dieci anni fa da una guerra fratricida che ha lasciato morti, macerie e dolorose lacerazioni. Ecco la testimonianza di due giovani volontarie toscane che hanno fatto l'esperienza del «campo di pace» a Derventa.

La nostra società è ormai abituata che è importante solo ciò che fa notizia e che coinvolge un altro numero di persone. Anche il volontariato spesso si piega a questo gioco e vive solo degli eventi che sembrano più urgenti e attuali, dimenticando o trascurando realtà di estrema povertà che ancora permangono, ma che, come si suol dire, non sono più di moda. A quasi dieci anni dalla fine della guerra la Bosnia Erzegovina sembra proprio essere una di queste realtà: è assicurata una «pace», seppur imposta a condizioni ingiuste per la maggior parte della popolazione e che per la stragrande maggioranza dei casi permette una vita al limite della sopravvivenza in una società che ha il tasso di disoccupazione giovanile più alto d'Europa con un'economia nazionale disastrosa e dove gli aiuti finanziari, che nel periodo post-bellico arrivavano numerosi da ogni parte del mondo, oggi, col il passare degli anni, sono diminuiti sempre di più fino quasi a scomparire. Un mondo, insomma, passato di moda, non più sotto i riflettori.

Non è così per la Caritas italiana che spende molte energie e finanziamenti per questo paese e non è così neanche per le Caritas toscane (con le diocesi di Grosseto, Siena, Volterra, Pescia e Pitigliano) che come ogni anno hanno deciso di continuare ad organizzare dei campi estivi in Bosnia Erzegovina per offrire opportunità di crescita e formazione a giovani e adulti toscani e per continuare a far sentire la nostra vicinanza e amicizia verso questo paese e le persone che ci vivono.

I campi in questione sono stati tre, tutti organizzati con la Caritas della Bosnia Erzegovina e quella di Sarajevo: il campo di lavoro a Kolibe, una cittadina a nord della Bosnia Erzegovina dove da tre anni alcuni adulti prestano un valido aiuto alla ricostruzione del posto ancora molto danneggiato dai segni della guerra; la scuola di volontariato, ormai attivata da tre anni, e la scuola per la pace.

Quest'ultima era una novità e non è stato facile organizzarla in una realtà come quella di Derventa, nella repubblica Serba al nord della Bosnia, dove ancora molto forte si respira l'aria della divisione e della separazione. La scuola di pace si è tenuta dal 2 al 10 agosto e due sono stati gli aspetti fondamentali: il lavoro e il dialogo. Vi hanno partecipato in tutto una trentina di ragazzi: 15 giovani toscani e 15 bosniaci, alcuni alla prima esperienza di questo tipo, altri «veterani» dei campi in Bosnia.

Durante i giorni di lezione abbiamo cercato di affrontare e sviscerare il problema del conflitto, da cosa nasce, come si può evitare o risolvere. Abbiamo così avuto modo di confrontarci con dei nostri coetanei che in prima persona sono stati vittime di una guerra e meglio di mille articoli letti o telegiornali visti dal sofà di casa nostra hanno potuto trasmetterci e darci una visione, seppure parziale, del dramma che ha vissuto e vive la Bosnia. Di particolare interesse l'incontro interreligioso e quello con Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo. Al primo hanno partecipato l'imam Amel Premtic, della comunità islamica di Derventa, il rabbino Josef Atjas, della comunità ebraica di Doboj, e il decano Robert Ruzic, di Derventa; è mancato il parroco Dragan Krajinovic, della Chiesa Ortodossa Serba, segno inequivocabile che l'ecumenismo ancora è una realtà distante, come ci ha fatto notare mons. Sudar. Quest'ultimo, nel suo intervento ci ha descritto una terra ancora molto divisa, dove la pace è più fittizia che vera.

Gli altri giorni sono stati dedicati al lavoro, a Derventa presso casi di anziani e a Kulina dove abbiamo svolto i lavori più disparati, da scavare un canale per portare l'acqua potabile nella casa canonica, alla rimozione di macerie, a ripulire un cimitero dalle erbacce e all'impianto di una croce. Tutti abbiamo collaborato attivamente con i ragazzi bosniaci, senza lamentarci se dormivamo per terra, se c'erano lunghe file per le docce o se in casa mancava l'acqua e la corrente. Come sempre abbiamo trovato una calda accoglienza e hanno fatto di tutto per farci sentire come a casa. Un pensiero corre veloce a don Miro, parroco di Derventa, che ci ha accolto in casa sua e che spera di rivederci l'anno prossimo; ai responsabili della Caritas, che ci hanno permesso di vivere questa esperienza; a don Ivan, parroco di Kulina, un ragazzo di soli 27 anni che vive per i suoi 14 parrocchiani, una persona che ama profondamente la Chiesa e che segue con gioia la sua vocazione, sempre con un sorriso per tutti, senza mai lamentarsi delle difficili condizioni in cui è, ma con la speranza e una fede certa che sa trasmetterti in ogni suo gesto; ai ragazzi bosniaci con cui abbiamo condiviso questi giorni e che ormai sono amici e fratelli.

Ma un pensiero va anche a tutti i ragazzi italiani che hanno scelto, forse un po' controcorrente, di passare le loro vacanze come volontari in Bosnia, e a don Pietro della parrocchia di San Francesco a Cecina, che ci ha accompagnati e ci ha fatto un po' da babbo e da mamma, con spirito di adattamento e con grande simpatia.
Elisabetta e Margaret Calabria

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