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Anziani: don Arice (Cei), prioritario accompagnamento serio, non leggi su interruzione della vita

«Considerare la cura degli anziani nel nostro tempo significa non dimenticare il pericolo che corrono ‘i vecchi’ di essere tra le vittime più illustri della cultura dello scarto, tante volte denunciata da Papa Francesco». Lo ha affermato don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, aprendo oggi, a Roma, il convegno «Dolore e sofferenza nell’anziano», organizzato dall’Ufficio Cei in collaborazione con la Società italiana di gerontologia e geriatria.

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Anziani (Foto Sir)

Nella sua relazione, il direttore ha richiamato il magistero della Chiesa, sempre «attento ai segni dei tempi» anche relativamente alla «presenza degli anziani nel contesto socio-culturale» con continui interventi, a partire da Paolo VI fino a Papa Francesco passando anche per la «testimonianza personale» di san Giovanni Paolo II. Secondo il direttore, rispetto alla cura verso gli anziani, è necessario «accompagnare la solitudine e l’esistenza di ciascuno di loro perché possa percepire che la sua esistenza è ‘molto buona’ e non soltanto un problema o un peso difficile da risolvere e oneroso da sopportare». «Prima ancora di pensare a leggi che garantiscano l’autodeterminazione e l’interruzione della vita – ha ammonito – dovremmo adoperarci in un accompagnamento serio perché nessuno si trovi in una radicale solitudine, così pesante da dover chiedere la morte». Don Arice ha concluso individuando quattro aspetti per «un progetto che voglia considerare seriamente ‘la questione anziani’»: quello «giuridico-politico, con politiche sugli anziani e per la famiglia»; quello «culturale, riflettendo seriamente su questione antropologica, dignità della persona e qualità di vita»; quello «pastorale, ponendo la dovuta attenzione a dimensione spirituale e orizzonti di senso necessari per vivere»; infine, quello «operativo, cominciando ad agire concretamente e subito, nelle situazioni di crisi, ciascuno secondo le proprie responsabilità».

«L’aumento della longevità - ha proseguito don Arice - ci ha fatto dimenticare che siamo esseri limitati, finiti, destinati a non restare per sempre su questo pianeta, e il pensiero della morte è stato spostato ‘da questione ultima’ a ‘un’ultima questione’ che, prima o poi, grazie al progresso scientifico, sarà in qualche modo risolta». C’è «un cambiamento culturale epocale che stiamo subendo con un certo senso di impotenza e che, quando si parla di anziani, manifesta tutta la sua complessità per non dire drammaticità», ha osservato don Arice, secondo cui «l’operatore sanitario o pastorale che non accetta i propri limiti, il declino del proprio corpo, l’invecchiamento, la possibile realtà della malattia e anche la morte, poiché non è né onnipotente e nemmeno immortale, non può stare serenamente vicino ad una persona anziana, soprattutto in una relazione di cura». «La cura degli anziani è un bisogno emergente», ha proseguito il direttore, rilevando però come ci sia «molta poca attenzione concreta e operativa dei responsabili della cosa pubblica» e «purtroppo anche della comunità ecclesiale». Viviamo in «una società sempre più vecchia, molto pesante a gestirsi economicamente per la mancanza di un numero sufficiente di contribuenti e decisamente impegnativa da gestire» nella quale gli anziani «vedono peggiorare la loro povertà di salute», ha notato don Arice secondo cui «umanamente parlando il quadro è davvero drammatico».

Fonte: Sir
Anziani: don Arice (Cei), prioritario «un accompagnamento serio»
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