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Benelli: un «buon pastore» sempre pronto al dialogo

«E' stato un uomo che ha servito la Chiesa, senza mai servirsi di essa». Credo che nessuno, meglio di Giovanni Paolo II, abbia in poche parole saputo collocare nella sua vera e giusta dimensione religiosa – esaltandola - l'opera del Cardinale Giovanni Benelli, di cui in questi giorni (il 26 ottobre) ricorre il venticinquesimo anniversario della morte.
DI ANTONIO LOVASCIO

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di Antonio Lovascio

«E' stato un uomo che ha servito la Chiesa, senza mai servirsi di essa». Credo che nessuno, meglio di Giovanni Paolo II, abbia in poche parole saputo collocare nella sua vera e giusta dimensione religiosa – esaltandola - l'opera del Cardinale Giovanni Benelli, di cui in questi giorni (il 26 ottobre) ricorre il venticinquesimo anniversario della morte. Così il Papa già invocato «Santo » dalla folla dei fedeli, ha saputo rendere merito a questo Pastore dal cuore d'oro, che alcuni vaticanisti in vena d'ironia chiamavano «Sua Efficienza» e si ostinavano a definirlo un «prete di potere», forse per gli anni trascorsi nella diplomazia ed al fianco di Paolo VI come sostituto alla Segreteria di Stato e gran regista della Curia romana. Minimizzando purtroppo lo spessore della sua azione pastorale, realizzata sì con dinamismo (quasi presagisse una fine precoce e volesse guadagnare tempo) ma soprattutto con intelligenza acuta e lungimiranza (oserei dire: senso profetico) e soprattutto nel segno della fedeltà ai suoi Pontefici: Montini, Luciani, Woityla. Un «seminatore» infaticabile, silenzioso e modesto, che liquidava con un'eloquente alzata di spalle i pronostici che ben due volte – alla vigilia del Conclave - lo vedevano in corsa per salire sulla Cattedra di Pietro. Lui, invece, si preoccupava solo di rispondere alle attese del suo servizio pastorale, alimentato da una fede che possiamo definire semplice, robusta e coerente, senza cedimenti, per usare profili che spesso ricorrono nelle omelie di Papa Ratzinger, eletto alla porpora cardinalizia proprio insieme al compianto Arcivescovo di Firenze.

Un vescovo scomodo, certo. Il suo amore alla Chiesa ed alle anime lo spingeva ad affrontare con coraggio e determinazione i problemi anche più difficili, senza badare al proprio tornaconto o all'impopolarità; senza cercare compromessi, ma guardando a ciò che la coscienza gli suggeriva come scelta giusta e doverosa. Ecco allora farsi promotore, negli anni Settanta, della mobilitazione e delle battaglie della Cei contro le leggi su divorzio e aborto, attirandosi gli strali del fronte cosiddetto laicista, ma soffrendo interiormente per le lacerazioni della società italiana.

Con lo stesso slancio e con tanta umiltà si è tuffato nella realtà fiorentina. Lui pratese di Vernio, proprio per le esperienze maturate nella Segreteria di Stato e come Nunzio in varie capitale del mondo (precursore del dialogo tra le diverse etnie e confessioni) era perfettamente cosciente dell'importante ruolo che era chiamato a svolgere nella «Città sul Monte». In un mondo singolarmente ricco e percorso da vivaci fermenti culturali, storici ma soprattuto religiosi. Basti ricordare «animatori di fede» come il card. Dalla Costa, Giorgio La Pira, don Facibeni, don Milani, monsignor Bartoletti, mons. Agresti, padre Balducci, don Bensi, padre Turoldo, padre Santilli, don Divo Barsotti, padre Gino Ciolini; «viandanti dello spirito » che nel loro viaggio terreno hanno saputo diventare «santuari» per chi ha avuto la fortuna di incontrarli.

Nella Chiesa fiorentina era ancora aperta la «ferita» dell'Isolotto di don Mazzi; così come altre profonde rotture si erano consumate nella Chiesa italiana, nonostante le speranze del Concilio Vaticano II. Anni di confusione ecclesiale in cui si infittavano le sterili discussioni sul valore del sacerdozio, su come doveva vestire il prete, sul ruolo dei laici e sulla necessità di cambiare la liturgia. Non a caso il successore di Florit scelse per il suo motto le parole «Virtus ex alto». E nel luglio del 1977 si presentò in Santa Maria del Fiore facendo sue – oltre al motto - le parole dell'indimenticabile card. Elia Dalla Costa, una figura certamente unificante per tutta la comunità ecclesiale: «Desidero solo essere il Buon pastore: questa è l'unica mia aspirazione. Non appartengo più a me stesso, ma a voi, diletti figli. Saranno per voi il mio cuore, la mia mente, la mia vita. Il mio cuore perchè ami Dio e voi; la mia mente, perchè non pensi che a Dio e a voi; la mia salute perchè si esaurisca servendo Dio e voi».

Parole forti e in qualche modo profetiche, una «manifesto» esigente, preludio di una pastorale a 360 gradi. Fatto in pochi mesi un «inventario» delle forze della Diocesi, si è generosamente prodigato per raggiungere tutte le parrochie, per ridare spinta alle associazioni ed ai movimenti del laicato cattolico, al mondo del volontariato, aprendosi al dialogo con la società, cogliendone non solo la positività delle aspirazioni, ma anche il peso di alcune drammatiche emergenze. Rifuggendo ad ogni forma di sfarzo, si privò dei suoi beni personali offrendoli in una vendita di beneficienza, per sostenere l'oneroso impegno dell'arcidiocesi in favore dei senza tetto, dei drogati e dei profughi della Cambogia.

Ma il «Buon pastore», ideatore e punto di riferimento del Movimento per la Vita, che si adoperò per la liberazione dei fratelli Kronzucker rapiti dalla banda dei sardi; che stava in mezzo ai disoccupati, ai giovani emarginati alla ricerca di comprensione e riscatto (raccolti nelle benemerite comunità terapeutiche create da don Giacomo Stinghi e Zaira Conti), non si scordava di essere «missionario» in una città di Cultura. Si preoccupò allora di completare il progetto per una Facoltà teologica e di creare un osservatorio antropologico in stretto contatto con le istituzioni universitarie toscane. Incoraggiato dal suo fedele compagno di studi e segretario, monsignor Italo Taddei, creò l'Ufficio delle Comunicazioni Sociali, affidandolo a sacerdoti-scrittori sensibili come don Averardo Dini e don Mario Carrera. Avendo colto fin dai tempi della Segreteria di Stato l'importanza dei mass-media, mise la stampa cattolica al centro di tutta la sua poliedrica e feconda attività pastorale: essendo stato in quegli anni alla guida della redazione fiorentina, posso testimoniare quanto il card. Benelli sia stato premuroso di attenzioni e generoso di finanziamenti per il quotidano «Avvenire» e di come la sua spinta propulsiva abbia poi sensibilizzato e trainato l'intera Conferenza Episcopale Italiana. Con «Avvenire» e il settimanale diocesano «Osservatore Toscano» (diretto da un intellettuale e teologo di razza, padre Reginaldo Santilli) Palazzo Pucci era diventato (merito di Benelli e del suo predecessore card. Florit) il «centro motore» dell'informazione cristiana.

Un «laboratorio» che tenne pure a battesimo la prima radio cattolica. Un bel gruppo che in perfetta armonia lavorava per il quotidiano allora diretto da Angelo Narducci, mentre i più giovani collaboravano pure con il settimanale diocesano al fianco di don Alberto Alberti, don Danilo Gozzi e don Giuliano Fissi. La «fucina» di via de' Pucci ha indubbiamente sfornato fior di giornalisti: molti lavorano con me a «La Nazione»; altri hanno creato, con Alberto Migone ed Andrea Fagioli, le fondamenta di quel vivace e autorevole settimanale che è «Toscana Oggi». Altri ancora nobilitano la professione alla Rai, all'Ansa, negli uffici stampa. Tutti, certo, con un debito di gratitudine nei confronti del cardinal Benelli. Anche perché abbiamo ben scolpito nel nostro personale codice etico il suo profondo e sempre attuale Magistero, il suo forte testamento spirituale («Fidatevi sempre di Cristo»), lasciato - come sintesi della sua vita e della sua esperienza pastorale - a tutta la Chiesa fiorentina.

Benelli: un «buon pastore» sempre pronto al dialogo
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