Vita Chiesa
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Buone feste o Santo Natale? Il rischio di svuotare la fede

Per caso, mi è capitato di vedere uno spezzone di una trasmissione televisiva dedicata alle «parole», in cui venne proposto il termine «metànoia»: una parola greca, tipica del linguaggio cristiano perché mutuata direttamente dalle prime parole che l’evangelista Marco mette in bocca a Gesù all’inizio della sua predicazione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15).

Giovanni Paolo Benotto

La cosa mi incuriosì e seguii con attenzione quanto veniva detto. I termini usati per tradurre in italiano corrente il termine metànoia furono numerosi e anche appropriati; l’unica parola che non venne usata, se non erro, fu «conversione», e non ci fu alcun accenno al significato cristiano di questo termine. Si tratta di un fatto che può apparire banale; certamente è la spia di un linguaggio che non è più capace o disdegna di utilizzare tante parole della cultura nata dal Vangelo e che progressivamente stanno perdendo il loro significato originario, svuotandosi dei contenuti tipici della fede. Questo rischia di accadere anche per il Natale di Gesù.

Buone Feste, dunque o Santo Natale? Non si tratta di pignoleria linguistica, bensì di riferimento sostanziale al mistero della fede cristiana. Che cosa significa, oggi, parlare di incarnazione del Verbo di Dio? Che cosa fa pensare il riferimento alla nascita di Gesù a Betlemme? Quale incidenza ha la celebrazione natalizia sulla vita della gente di oggi? C’è vera comprensione di qualcosa di straordinario – il mistero di Dio nella vita e nella storia degli uomini – che viene di nuovo annunciato come lieta notizia per il mondo? Non si tratta di domande retoriche bensì di interrogativi vitali perché la trasmissione della fede in Cristo possa attraversare le generazioni e giungere a tutti anche domani. Il timore è che ci si contenti di cogliere qualche sentimento di condivisione umana per sentirsi cristiani, mettendo però tra parentesi, o eliminando del tutto, la nostra personale relazione con il Signore Gesù, Salvatore del mondo.

Ed ancora: si parla di salvezza. Ma di che cosa si tratta? È cercare di mantenere la propria salute fisica in questo tempo di pandemia? È la ricerca di quello «star bene» che pensa solo a sé e poco si preoccupa degli altri? È solo dare spazio a una sensazione di benessere individuale che però non riesce più a rapportarsi in maniera piena a quel bene comune che riguarda tutti e che va ben oltre l’orizzonte limitato di questo mondo? Come si vede, le domande si rincorrono e si affastellano, e già è importante che ce le poniamo senza timore; ma, quali possono essere le risposte che pacificano il cuore, aprono la mente e permettono di avere una visione integrale della nostra vita e della meta alla quale siamo diretti?

Le risposte della riflessione cristiana non mancano, e sicuramente sono più che valide anche oggi; è però cambiato del tutto il modo di recepirle. Rispondere con la teologia alla mano, viene percepito come una indebita pressione sulla libertà individuale; indicare il Catechismo della Chiesa, viene tacciato di dogmatismo inaccettabile; il silenzio che troppo spesso si oppone a queste domande è sicuramente tradimento della verità; la riduzione al minimo, alla ricerca di ciò che può andare bene per tutti, è un annacquare talmente il messaggio da renderlo del tutto irrilevante.

Lo stile evangelico è sicuramente il modo migliore anche oggi, come lo è stato sempre in ogni tempo, per lanciare a tutti, senza differenze o preclusioni, la notizia lieta che apre l’orizzonte della speranza e permette di rileggere con occhi puliti il grande mistero della salvezza. È quanto l’angelo annunciò ai pastori nella notte di Betlemme: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). La salvezza non è una teoria; non è un’idea soltanto.

È la Parola eterna di Dio che è diventata uno di noi: è Cristo Gesù, Salvatore e Redentore. Colui che salva e libera. È lui che abbiamo ancora una volta la possibilità di incontrare per lasciarci abbracciare dal suo amore. Dunque, sì: buone Feste a tutti, ma queste feste saranno davvero buone se per ciascuno, per ogni famiglia, per le nostre comunità e per la società intera il Natale sarà Santo. L’augurio è di un Natale Santo per ognuno e per tutti!

*arcivescovo di Pisa

Fonte: Tog
Buone feste o Santo Natale? Il rischio di svuotare la fede
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