Vita Chiesa
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Card. Betori: «Se accogliamo quel Bambino il mondo può cambiare»

Dalla mangiatoia di Betlemme giunge un duplice messaggio: «l’invito anzitutto a uscire fuori da ogni disperazione, a ritrovare coraggio e fiducia… perché Dio lo abita con la sua presenza. Ma per accogliere questo dono di misericordia occorre condividere il modo con cui Dio si incarna tra noi, la strada cioè dell’umiltà, della condivisione, del dono di sé».  Lo ha detto il card. Giuseppe Betori nell’omelia della Messa della notte di Natale, celebrata nella cattedrale di Firenze.

Giuseppe Betori

Condividere il modo in cui Dio si incarna, ha spiegato l’Arcivescovo significa misurarci «sulla nostra disponibilità al sostegno solidale di chi soffre in condizioni di privazione, penso in particolare ai terremotati; all’accoglienza generosa verso chi fugge da guerre e calamità, penso in particolare ai richiedenti asilo e profughi; a chi ha bisogno di fiducia per ricominciare, penso in particolare a chi sconta una pena in carcere».

L’annuncio di gioia del Natale ci dice che c’è «speranza per l’umanità», come svela il profeta Isaia: «un giogo viene spezzato, i soldati in guerra si allontanano, l’oppressione ha fine a la guerra cessa. Sono queste esperienze che ci toccano da vicino – ha proseguito l’Arcivescovo – perché vessazioni e violenze accompagnano ancora la storia degli uomini. Nei nostri giorni hanno il volto dei conflitti che insanguinano tante regioni del mondo, delle devastazioni che riducono interi popoli alla fame, delle calamità naturali da cui provengono precarietà e insicurezza. Pensiamo ai popoli del Medio Oriente che vivono sotto l’infuriare delle battaglie, alle genti, soprattutto dell’Africa, ancora schiacciate da condizioni inumane di sottosviluppo, ai fratelli a noi vicini delle zone del Centro Italia colpite dai recenti terremoti».

«Tutto questo – ha detto ancora il Cardinale - ci interpella in modo singolare come fiorentini, questa città che cinquanta anni fa subì la dolorosa catastrofe dell’alluvione e da lì trovò forza per risorgere, grazie al coraggio che trasse dalla sua storia e identità ma anche grazie al sostegno che le venne da tanti che vennero ad aiutarci da ogni dove». E il ricordo, in particolare, è andato a quella notte di 50 anni fa «illuminata dalla presenza del beato papa Paolo VI, che venne a incoraggiarci e a indicarci nel Bambino Gesù la luce che doveva guidarci nella nostra rinascita».

Betori ha concluso la sua lunga omelia, nella quale ha riletto parte del discorso che Paolo VI rivolse ai fiorentini, ricordando quel suo  «gesto inatteso», quando «appuntò sul gonfalone della nostra città una medaglia del suo Pontificato, quella che celebra il Concilio Vaticano II, come riconoscimento alla sofferenza e al tempo stesso al coraggio e alla incipiente rinascita della nostra città. Sono grato alla nostra Amministrazione comunale per aver portato questa notte nella Cattedrale il nostro gonfalone, il solo gonfalone nel mondo – ha sottolineati Betori - che si fregi di una medaglia della Santa Sede, per di più appostagli dalle mani stesse del Papa. Sia richiamo per noi alle nostre virtù ma anche alla missione di Firenze quale “città sul monte”, come la definiva Giorgio La Pira, una missione universale di verità dell’umano e di costruzione della pace»

Ecco il testo integrale:

La luce che risplende dalla mangiatoia di Betlemme è sorgente di gioia per il popolo di Dio e per l’intera umanità. È il dono che Dio fa al mondo e che deve confortare i nostri cuori, come canta il profeta Isaia: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (Is 9,2). Questo perché, come svela il profeta, un giogo viene spezzato, i soldati in guerra si allontanano, l’oppressione ha fine a la guerra cessa.

Sono queste esperienze che ci toccano da vicino, perché vessazioni e violenze accompagnano ancora la storia degli uomini. Nei nostri giorni hanno il volto dei conflitti che insanguinano tante regioni del mondo, delle devastazioni che riducono interi popoli alla fame, delle calamità naturali da cui provengono precarietà e insicurezza. Pensiamo ai popoli del Medio Oriente che vivono sotto l’infuriare delle battaglie, alle genti, soprattutto dell’Africa, ancora schiacciate da condizioni inumane di sottosviluppo, ai fratelli a noi vicini delle zone del Centro Italia colpite dai recenti terremoti.

Che cosa e chi può far uscire tutte queste vittime dal loro oscuro destino? C’è speranza per l’umanità che giace nelle tenebre di tornare a essere rischiarata dalla luce? La risposta del profeta è disarmante e umanamente incomprensibile: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9,5). Parole che ci lasciano stupiti e che fatichiamo ad accettare, perché ci è difficile credere che un bambino possa fornire saggi consigli, che in un essere umano si debba riconoscere il volto di Dio, che un figlio possa essere detto al tempo stesso un padre che genera e regge, che un fanciullo possa portare e garantire la pace.

Non diversamente parla l’angelo nella notte di Betlemme: «È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc2,11-12). L’annuncio dell’angelo conferma le parole del profeta e vi aggiunge un’altra nota inattesa per noi uomini: non solo il Salvatore, il Signore, il Messia ha le fattezze fragili di un bambino, ma anche la condizione marginale di un neonato che è nella povertà di una mangiatoia.

Davvero il pensiero di Dio è lontano da quello degli uomini! Egli non viene a salvarci con un atto di potenza, ma nelle forme della debolezza, non con un gesto dall’alto, ma nella condivisione, anzi condividendo le condizioni più povere dell’umanità.

Un duplice messaggio viene dunque dalla mangiatoia di Betlemme. L’invito anzitutto a uscire fuori da ogni disperazione, a ritrovare coraggio e fiducia, e questo perché Dio stesso interviene per noi e ci apre alla speranza che ci conduce alla gioia. Il mondo può davvero cambiare, perché Dio lo abita con la sua presenza: egli che non dispera dell’uomo, egli che – come cantano gli angeli – ama gli uomini (cfr. Lc 2,14), se viene accolto è in grado di portare davvero pace e giustizia (cfr. Is 9,6). Ma per accogliere questo dono di misericordia occorre condividere il modo con cui Dio si incarna tra noi, la strada cioè dell’umiltà, della condivisione, del dono di sé. Occorre misurarci allora sulla nostra disponibilità al sostegno solidale dichi soffre in condizioni di privazione, penso in particolare ai terremotati; all’accoglienza generosa verso chi fugge da guerre e calamità, penso in particolare ai richiedenti asilo e profughi; a chi ha bisogno di fiducia per ricominciare, penso in particolare a chi sconta una pena in carcere.

Tutto questo ci interpella in modo singolare come fiorentini, questa città che cinquanta anni fa subì la dolorosa catastrofe dell’alluvione e da lì trovò forza per risorgere, grazie al coraggio che trasse dalla sua storia e identità ma anche grazie al sostegno che le venne da tanti che vennero ad aiutarci da ogni dove. Dobbiamo ricordarlo in questa notte di Natale che, cinquanta anni fa, fu illuminata dalla presenza del beato papa Paolo VI, che venne a incoraggiarci e a indicarci nel Bambino Gesù la luce che doveva guidarci nella nostra rinascita. Quella piccola vita apparsa a Betlemme doveva invitarci a ritrovare fiducia nella vita e a porre le premesse di una rinascita per questa città. Vi ricordo alcune delle parole che il papa pronunciò in quella notte da questa cattedra episcopale: «Celebriamo la beata memoria dell’umile e meravigliosa nascita di Cristo nel mondo, nella storia, fra noi, uomini dispersi e cercanti. Anzi una sua rinnovata presenza noi celebriamo. Ed è così vero, così suggestivo questo avvenimento, che non è fantasia pensare a noi stessi come a viandanti nello sconfinato panorama della vita, i quali si mettono al passo sopra uno stesso sentiero, e l’uno all’altro si rivelano pellegrini verso una stessa meta. Eccoci insieme. Dove andiamo? Andiamo a Cristo. […] È nato il Messia, il centro dell’umanità, Colui che conosce ciò che è nell’uomo (cfr. Io. 2, 25), Colui al quale, scienti o no, tutti gli uomini sono rivolti […] E nessuno sia stupito o scandalizzato se l’apparizione delude ogni fantasia trionfalistica (come oggi si dice), ma si presenti invece nelle vesti dell’umiltà, della povertà, dello squallore terreno; una rivelazione di suprema bontà […], un’offerta di fratellanza a pari livello con ogni uomo, intenzionalmente compreso l’uomo minore, l’uomo minimo, e una tacita, ma potente lezione rieducativa sui veri valori della vita, non poteva avvenire che così: l’humilis Deus del Presepio è proprio quello che ci può convincere, e che può finalmente cavare dal nostro arido cuore la nuova scintilla, l’amore. E questo, Fratelli e Figli carissimi, spiega il perché la Nostra celebrazione del Natale quest’anno ha scelto questa sede. […] Siamo qua venuti, sospinti dalla carità del Natale, perché la vostra prova Ci ha chiamati, Ci ha quasi obbligati a venire. Siamo qua venuti, nel giorno della tenerezza e della fortezza dell’amore, per piangere con voi, dicevamo. Sì, Fiorentini, ai cento titoli, che voi potete avanzare per la Nostra affezione, per la Nostra stima, per l’umana e cristiana comunione, un altro titolo si è aggiunto, che ora, più d’ogni altro, Ci ha messi in cammino: il vostro dolore, così grande, così singolare, così fiero e così degno. […] Siamo venuti per condividere la speranza, che vi ha tutti sostenuti nella sventura, per esserne Noi stessi confortati. Conosciamo le vostre virtù umane e civili, la vostra tempra fiorentina, vibrante d’intelligenza, di coraggio, di laboriosità, di senso acuto ed operante della realtà; sono virtù, codeste, che, messe alla prova, insorgono, si affermano e si accrescono; non cedono. Così avviene in codesta drammatica contingenza, che, invece di fiaccare, corrobora le vostre energie e le moltiplica» (Paolo VI, Omelia della Santa Messa di Mezzanotte nella Cattedrale di S. Maria del Fiore a Firenze, 24 dicembre 2016).

Se le prime parole del Beato Pontefice ci emozionano e ci commuovono, queste ultime ci inorgogliscono e al tempo stesso ci intimoriscono nella consapevolezza che esse suonano anche come un esame di coscienza: siamo stati fedeli a tale alta consegna? Soprattutto, al di là dell’inevitabile riconoscimento delle nostre inadeguatezze e ritardi, ci interrogano su quale possa la sorgente alla quale alimentare tali virtù. La risposta ce la offre ancora Paolo VI nella conclusione della sua omelia: «Ma c’è ben altro nelle riserve della coscienza fiorentina: le riserve geniali e spirituali che vi ha depositato la vostra incomparabile tradizione; [… e] il Nostro accenno a codesta ricchezza mira soltanto a ricordarvi ch’essa non dev’essere, come del resto non è, puro oggetto di contemplazione e di orgoglio, ma sorgente di ispirazione e d’impegno; non dev’essere soltanto storia passata e finita, ma stimolo ad una ricerca sincera e originale dei valori immortali e universali, ch’essa racchiude ed illustra; e studio dev’essere, e sforzo per rivivere e per emulare la grandezza spirituale d’un tempo, per bandire da voi, se bisogno vi fosse, ogni imbelle pigrizia, ogni decadente criticismo, ogni opaco materialismo; e per rinascere. Rinascere popolo vivo ed unito; popolo laborioso e credente, popolo tipico e moderno. Rinascere, Figli carissimi, è […] una parola che sa d’utopia per chi non conosce il Natale. Rinascere vuol dire rifare se stessi, i propri pensieri, i propri propositi; […] vuol dire per voi, Fiorentini, ritrovare le energie interiori dello spirito, che la vostra tradizione cristiana ha inserito nell’essere vostro; e riacquistare coscienza della vostra vocazione a irradiare appunto lo spirito, e a diffondere nel mondo, cominciando da quello che viene qua pellegrinando alla vostra scuola, di arte e di storia e di lingua e di civiltà, quei valori immortali e universali, di cui dicevamo, e di cui la fede cattolica dei vostri Santi e dei vostri Grandi possiede la sempre feconda radice. […] La vostra vocazione, Fiorentini, è nello spirito, la vostra missione è nel diffonderlo. Ed è per riaccendere in voi codesta coscienza, codesta fiducia, in un’ora che può essere decisiva per il vostro orientamento morale, che Noi siamo venuti a celebrare il Natale con voi; il Natale non solo di Cristo, ma vostro, il Natale della speranza cristiana».

Faccio eco alle parole del Papa e vi esorto, fiorentini, a ritornare a Cristo, a ritrovarlo nelle periferie delle povertà dell’umanità, per ritrovare le radici delle nostre virtù e fare del Natale di Cristo il Natale nostro, la nostra rinascita.

Al termine di quella celebrazione Paolo VI compì un gesto inatteso: appuntò sul gonfalone della nostra città una medaglia del suo Pontificato, quella che celebra il Concilio Vaticano II, come riconoscimento alla sofferenza e al tempo stesso al coraggio e alla incipiente rinascita della nostra città. Sono grato alla nostra Amministrazione comunale per aver portato questa notte nella Cattedrale il nostro gonfalone, il solo gonfalone nel mondo che si fregi di una medaglia della Santa Sede, per di più appostagli dalle mani stesse del Papa. Sia richiamo per noi alle nostre virtù ma anche alla missione di Firenze quale “città sul monte”, come la definiva Giorgio La Pira, una missione universale di verità dell’umano e di costruzione della pace. Buon Natale!

Card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze

Card. Betori: «Se accogliamo quel Bambino il mondo può cambiare»
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