Vita Chiesa
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Dal n. 28 del 17 luglio 2005

Costruttori pazienti della città terrena

«I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per il modo di vestire. Abitano ciascuno la propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure portano i pesi della vita sociale con interiore distacco. […] Dimorano sulla terra ma sono cittadini del cielo» (Lettera A Diogneto V).

Questo testo del II secolo, molto caro alla Chiesa antica, non perde la sua attualità anche al presente; ci appare anzi bene adatto a introdurre una riflessione - in queste domeniche in cui la liturgia ci presenta le parabole del Regno - sulla collocazione dei credenti laici nel mondo e nella storia dei nostri giorni.

Già l'apostolo Paolo nel suo epistolario esorta più volte i cristiani della Chiesa apostolica, e con essi anche noi oggi, ad adempiere con tutto l'impegno ai doveri politici e sociali (ad es. in Rm 13,1-7; Ef 6,1-9; Fil 2,15) senza però mai distogliere lo sguardo dalla prospettiva di eternità cui come figli di Dio siamo interiormente protesi. «La nostra patria - infatti - è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Fil 3,20).

Oggi la Chiesa del Concilio Vaticano II ci ricorda che «l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo...» (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, «Gaudium et Spes» 39).
Possiamo dunque dire che, consapevoli che le nostre radici sono nell'oltre di Dio, proprio in forza di questo radicamento siamo chiamati ad essere costruttori pazienti della città terrena, pienamente inseriti nelle vicissitudini del mondo. La nostra vocazione ultima infatti non esclude il presente, ma lo raccoglie e sublima nella vita trinitaria in cui il battesimo ci ha immersi, e nella realtà del Regno che anima dal di dentro la storia preparando l'avvento definitivo del Signore.

È questa spiritualità, propria del cristiano consapevole e coerente che non relega la sua esperienza nei confini dell'esistenza terrena ma affida ogni giorno la sua vita al Signore, che alla fine ci fa detentori di una scelta nuova, perché evangelica, rispetto ai parametri culturali del nostro tempo.

Si è spesso parlato, in passato, della funzione repressiva e alienante della religione cristiana, considerata «oppio» dell'intelletto e ostacolo alla libertà morale. Ancora oggi si paventa per i credenti il pericolo di una fuga di stampo intimistico dalle responsabilità del mondo…

Chi realmente vive la sua vita con la fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo tra gli uomini, sa bene che come cristiani non soltanto non ci è lecito fuggire le responsabilità politiche e sociali, bensì ci è chiesto di animare dall'interno tutte le dimensioni del vivere.
Modellati interiormente sulle virtù evangeliche, il nostro mandato come cristiani d'oggi è quello di essere gli uomini e le donne abitati dallo Spirito: dinamici e miti, intraprendenti ma sempre obbedienti, pienamente partecipi del travaglio della fatica umana e nello stesso tempo liberi da ogni forma di cupidigia. Così la parola di Dio e la Chiesa, nostra madre e maestra, ci educano.

Costruttori pazienti della città terrena
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