Vita Chiesa
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Dal n. 36 del 15 ottobre 2006

Dal «tragico destino» al disegno di Dio

DI DON FRANCESCO SENSINI
Qualche anno fa in un test per giovani emerse una realtà interiore legata alla patente. Non risultava solo un documento. Era molto di più. Prima ero bambino ora sono adulto; prima dipendevo ora sono libero. Prima invidiavo ora sono soddisfatto; prima ero nessuno ora sono qualcuno.

Più che comprensibile quindi che un giovane voglia festeggiare questo evento. Però... «Un giovane per festeggiare la patente appena presa muore insieme a due suoi amici alla guida della Maserati che il padre gli ha dato».
Istintivamente, dentro di me, dimenticando volutamente le parole del Vangelo «non giudicate e non sarete giudicati!», giudico il padre irresponsabile, il figlio megalomane, gli amici ingenui. Ma non è questo quello che direi al loro funerale di fronte ai familiari. Supero la fase istintiva e dialogo ragionevolmente. Mi accorgo comunque di far fatica a sentir commentare questo gravissimo incidente con la parola risolutiva «destino». «Si vede che era destino!».

Alla mia reazione negativa nei confronti di una macchina potente avuta per festeggiare la patente appena presa, mi sono sentito rispondere: Guardi, padre, che se anche avessero avuto una macchina più piccola sarebbero morti lo stesso! Purtroppo non posso smentire questa affermazione. Il fatto è già accaduto. «Si vede che era destino». Ma non c'è superficialità nel tono di voce, vi trovo invece un senso di impotenza e di dolore. Però, mi chiedo potrei applicare questo principio per coloro che muoiono di fame?

Se non hanno nulla da mangiare muoiono ma, se sono destinati a morire, è inutile dar loro da mangiare. Perché curare i malati se sono destinati a morire? È forse destino che una donna muoia per le violenze subite? È forse destino che un bambino non debba nascere? Perché, allora, impegnarsi a vivere se tutto è destino? Se un bambino non è destinato a morire anche se non ha niente da mangiare continuerà a vivere?

Qualcuno può ricordarmi che anch'io sono destinato a morire, lo so. Ma le modalità sono tutte legate alla mie scelte e a quelle degli altri. Quei giovani è certo che sarebbero morti prima o poi. Ma le circostanze che hanno anticipato la loro morte sono state create dalle scelte del padre e di loro stessi. Se per destino si intende la debolezza umana sono d'accordo, ma se si vuole dire che tutto sia già stabilito allora io non credo al destino. Altrimenti dovrei ritenere gli uomini privi di libertà.

È stata infatti la libertà di parlare e agire in nome di Dio che ha procurato la morte allo stesso Gesù, è la stessa libertà di professarsi cristiani che ha procurato la morte a tanti martiri. È la stessa libertà di drogarsi che procura la morte, e la stessa libertà di correre e di festeggiare ha procurato la morte.

Questo per dire che l'uso della libertà non sempre ottiene risultati positivi. L'uomo deve coniugare libertà e responsabilità. E ricordo che la responsabilità non necessariamente coincide con la colpevolezza.
Alla parola destino il cristiano oppone la parola disegno. Non esiste tragico destino che impedisca a Dio di realizzare il suo disegno che vuole tutti, quindi anche quei giovani, felici nella vita eterna.

Dal «tragico destino» al disegno di Dio
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