Vita Chiesa
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Domenica della Parola di Dio: siamo consapevoli che nel testo sacro incontriamo il Signore?

Domani si celebra la Domenica della Parola di Dio indetta da papa Francesco. Sessant’anni fa, nel 1962, si apriva il Concilio Vaticano II che, tra le altre cose, ha cambiato l’approccio verso la Scrittura. Ma oggi siamo ancora consapevoli che nella lettura del testo sacro incontriamo il Signore? La riflessione di don Giulio Cirignano, noto biblista, docente emerito della Facoltà teologica dell'Italia centrale.

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di Giulio Cirignano
Una domenica da dedicare al tema della Parola di Dio! Occasione preziosa per riflettere su un tema di fondamentale importanza per la vita cristiana. Fondamentale, perché?
Per comprendere appieno e lasciarsi coinvolgere è necessario partire dall’evento conciliare. È trascorso più di mezzo secolo dalla sua celebrazione e, per questo motivo, per molte persone, soprattutto giovani, quello straordinario momento non è percepito più in tutta la sua importanza. Per noi, più anziani, fu un momento che vivemmo e amammo con passione. Chiudeva una stagione e dava inizio a grandi prospettive di vita nuova nella storia cristiana.
Fra i suoi documenti importanti, il più celebre è quello relativo alla Parola di Dio, conosciuto come la dichiarazione «Dei Verbum» che ricollocò la Parola al centro della vita spirituale, della liturgia, della teologia, della vita. Parola di Dio, preziosa e amata, per ben cinque secoli, a causa delle note questioni legate alla Riforma protestante aveva subito una specie di eclissi. Il tesoro della vita credente messo quasi nel cassetto per un lungo periodo. Troppo lungo.
Dopo il Concilio, ogni domenica, nella celebrazione della liturgia eucaristica, si iniziò a proclamare le letture bibliche accompagnandole con l’espressione: «Parola di Dio»!
Lo continuiamo a fare ogni volta che celebriamo l’eucarestia ma, con quanta consapevolezza? Il passare del tempo consuma ogni cosa e, forse, anche la convinzione che nella lettura del testo sacro incontriamo il Signore che parla al suo popolo si sta, nella coscienza di molti, progressivamente appannando. Lo ripetiamo ma poi, quella Parola proclamata ci scivola addosso, senza lasciare tracce nella mente e nel cuore. Diciamo, sì, «Parola di Dio», ma come formula abitudinaria, senz’anima. Le ragioni di tutto ciò sono molte a cominciare dalla scarsa educazione alla comprensione della Parola che ancora connota la formazione cristiana. Per questo, una domenica dedicata al suo mistero e alla sua bellezza è occasione da valorizzare al meglio. Una domenica dell’anno liturgico dedicata al recupero della importanza della Parola è da salutare con sapiente attenzione.
La lezione di papa Francesco
A tale proposito ritengo che la cosa più preziosa da compiere sia quella di tornare a meditare la stupenda lezione di papa Francesco che affronta, nel capitolo terzo della sua prima esortazione sul gaudio evangelico, proprio l’annuncio del Vangelo. Il tema, in fondo è quello della Parola. Tornare a meditare, ho detto: per chi, invece non avesse ancora preso in considerazione l’insegnamento del Papa, può essere l’occasione buona per colmare una lacuna. È utile riportare i titoli della parte: I. Tutto il popolo di Dio annuncia il Vangelo; II. L’omelia; III. La preparazione della predicazione; IV. Un’evangelizzazione per l’approfondimento del Kerygma (nn.110-175). Come si vede dai titoli, gran parte della riflessione è proprio incentrata sulla predicazione e sulla necessaria preparazione.
Tra i numeri di quella parte mi piace citare: «Il predicatore per primo deve sviluppare una grande familiarità personale con la Parola di Dio: non gli basta conoscere l’aspetto linguistico o esegetico, che pure è necessario: gli occorre accostare la Parola con cuore docile e orante, perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in lui mentalità nuova. Ci fa bene rinnovare ogni giorno, ogni domenica, il nostro fervore nel preparare l’omelia, e verificare se dentro di noi cresce l’amore per la Parola che predichiamo» (n. 149). Accanto a questo testo, l’altro da leggere e meditare con calma: «Non solamente l‘omelia deve alimentarsi della Parola di Dio. Tutta l’evangelizzazione è fondata su di essa, ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimoniata. La Sacra Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale… Lo studio della Sacra Scrittura dev’essere una porta aperta a tutti i credenti. È fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede. L’evangelizzazione richiede la familiarità con la Parola di Dio e questo esige che le diocesi, le parrocchie e tutte le aggregazioni cattoliche propongano uno studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura orante personale e comunitaria. Noi non cerchiamo brancolando nel buio né dobbiamo attendere che Dio ci rivolga la Parola, perché realmente Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso. Accogliamo il sublime tesoro della Parola rivelata!» (numeri 174-175).
Grande insegnamento da assimilare a poco a poco. Ogni espressione meriterebbe un prolungato commento, un adeguato approfondimento. Il Papa chiama a raccolta le diocesi, le parrocchie, le aggregazioni cattoliche: la domenica della Parola è l’occasione buona per chiedersi quanto abbiamo progredito in quella strada.
In maniera del tutto particolare, la preparazione dei futuri sacerdoti dovrà tenere conto di queste indicazioni, organizzando lo stile educativo dei seminari. Le logiche della Controriforma e del Concilio di Trento devono lasciare il posto a quelle del Vaticano Secondo.
Il Papa parla di familiarità con la Parola. Su ciò occorre riflettere. Che vuol dire l’espressione «familiarità» con la Parola? Si indica un alto obiettivo. Non è solo conoscenza, è molto di più. È fare della Parola la casa, il rifugio, la fonte, il sostegno del cammino cristiano. E con essa il luogo della libertà e della bellezza, dello stupore e della gratitudine.
dallo studio alla vita
Al riguardo, è mia profonda convinzione che per raggiungere tale confidenziale rapporto con la Parola l’esegesi seria è fondamentale ma non sufficiente. L’esegesi è lo studio necessario per ridurre la distanza che separa il lettore moderno della Bibbia dal tempo della sua composizione. Due millenni, grande distanza. Lo studio, dunque, è necessario. Non se ne può fare a meno. Per fortuna, abbiamo oggi grande disponibilità di sussidi e il pericolo di perdersi nella scelta non è trascurabile. È allora opportuno concentrare l’attenzione su non più di uno o due testi di commento, tra i più recenti. Come in tutti i settori di ricerca, infatti, anche nella ricerca biblica ci troviamo davanti a un cimitero di ipotesi. Nessuna meraviglia. Possiamo intraprendere a questo riguardo il cammino, senza indugi, avvalendosi delle risorse disponibili, seguendo un minimo di metodo.
Si inizierà dal prendere visione del contesto del brano biblico che stiamo esaminando, sia prossimo che remoto. Da ciò si comprende l’utilità dello studio fatto in gruppo. Il contesto illumina il testo. Poi si potrà passare all’esame del testo. La lettura non deve essere frettolosa, con il lapis in mano per sottolineare le parole o le espressioni che colpiscono per la loro bellezza o per il loro significato. Dalle singole espressioni si dovrà successivamente passare a cogliere l’insieme del brano, la sua dinamica interna. Si prenderà visione dell’interesse primario perseguito dall’autore sacro, la sua intenzione comunicativa.
La lettura del brano metterà in evidenza anche le parole o le espressioni che rivestono una qualche complessità, i termini difficili, insomma. Ecco giunta l’ora di farsi aiutare da un commentario. Tutto sommato non è un percorso difficile, richiede soltanto un po’ di applicazione, ampiamente ripagata dai risultati.
Dunque lo studio è necessario ma da solo, non basta, e soprattutto non cambia la vita. Non possiamo accontentarci di un approccio solo o prevalentemente scolastico. La Bibbia non si legge, si mangia, della Parola ci si nutre.
Non basta neppure, per raggiungere concreta familiarità, l’esercizio di seria attualizzazione. A tale proposito possiamo parlare anche di esegesi popolare, molto praticata in alcuni paesi dell’America latina. Con questa espressione s’intende indicare il passaggio dal livello dello studio a quello della vita, secondo lo schema del vedere, giudicare, agire. La bibbia, insomma, in funzione della vita. Nell’omelia domenicale, di solito, cerchiamo di rendere attuale le pagine bibliche che costituiscono la prima parte del banchetto eucaristico. Le mettiamo a confronto con i problemi attuali del vivere.
Anche tale attualizzazione è necessaria, se condotta con serietà, ma non è sufficiente. Esegesi e attualizzazione sono due percorsi necessari, non possono mancare ma, da soli, non mettono in situazione di familiarità con la Parola. E quel che più conta, da soli non cambiano la vita.
l’emozione originaria
C’è, allora, un terzo percorso che è assolutamente necessario. Non è molto praticato ma con esso è necessario fare solida amicizia poiché questo terzo percorso cambia veramente la vita. I primi due non la cambiano perché in ambedue il protagonista rimane l’uomo. L’uomo che studia e l’uomo che progetta buoni propositi, intelligenti applicazioni. Bisogna, pertanto, rimettere al loro posto i soggetti del cammino religioso: non l’uomo ma Dio al primo posto. Solo lui può cambiare la persona, il suo animo, la sua interiorità. Solo lui può creare, solo lui può operare il miracolo di liberare dalle dinamiche dell’egoismo e rendere capaci di amare, di vivere la vita come dono per gli altri, sull’esempio di Gesù. All’uomo rimane il compito di lasciarsi creare da lui, gradualmente. In che modo?
Intercettando l’emozione originaria: è gioia grande intercettare, nella pagina biblica, l’emozione che l’ha originata. È il terzo percorso. Tutta la Bibbia, e con essa l’esperienza religiosa giudaico-cristiana, è nata da una strepitosa emozione. L’emozione dell’Alleanza, l’emozione dell’incontro con Cristo, vincitore della morte.
È chiaro che il termine emozione ha in questo contesto un significato speciale. Non è rapida e momentanea reazione emotiva. L’emozione di cui stiamo parlando è frutto di due importanti fattori quali la scoperta della verità su Dio e su Cristo e circa se stessi in loro; poi, scoperta amata e custodita con gioia.
Possiamo parlare, allora, di contemporaneità con l’emozione originaria che guidò la fedeltà, pur fragile, del popolo dell’Alleanza e di conformità con l’emozione originaria che accompagnò il gruppo iniziale dei discepoli, recuperandoli dal dramma della passione del Maestro. Proviamo un po’ a pensare. Davanti alla croce anche il gruppo dei discepoli era come morto. Gesù, tanto amato e ammirato, appeso al supplizio più infamante. La grazia pasquale li spinse davanti alla identità vera e profonda del Maestro: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» dice l’autore della grande omelia agli ebrei. Si resero conto che Gesù non apparteneva solo all’orizzonte umano ma che era un magnifico impasto di umanità e divinità. L’emozione dovette essere enorme, si iniziò a chiamarlo «il Signore», il Kyrios crocifisso, e il primogenito di molti fratelli, il principio di una nuova creazione, più grande e potente della prima.
immersione nella grazia
A questo punto è chiaro che l’incontro con la Parola è immersione nella grazia dell’Esodo e nella grazia pasquale di Gesù. Immersione che lavora dall’interno il lettore, lo rende innamorato e stupito seguace del Dio dell’Alleanza e del Signore del Vangelo. Il lavorio della grazia è lento, dovrà sempre fare i conti con i limiti umani, con la durezza del cuore malato dell’uomo. Ma dove abbonda il peccato, sovrabbonda l’amore di Dio. Qui la familiarità trova la sua più alta realizzazione: la Grazia che scende dall’alto si incontra e sorregge la premura e lo studio che salgono dal basso. Avvincente avventura.
Molte cose, allora, dovranno cambiare nel nostro modo di pensare e parlare di Dio e del Vangelo, nel nostro modo di essere Chiesa del Messia sconfitto. Dovremo lasciar cadere molti orpelli per ritrovare il passo agile e disinvolto del Maestro di Nazaret. L’aumento della miscredenza e il mancato dialogo con i giovani, con le future generazioni, lo richiedono con forza.
Nella domenica delle Parola sarà opportuno fare memoria delle grandi prospettiva offerte da papa Francesco, iniziando dalla prima esortazione fino all’ultima enciclica, Fratelli tutti. Lì troveremo quanto serve per andare avanti con speranza e coraggio. Il Concilio ha cambiato già molte cose, nella liturgia e nella vita. Purtroppo, come il Concilio fu esperienza di minoranza, anche l’accoglienza delle sue consegne è faccenda di minoranza. Ma noi sappiamo di non essere soli nella difficile scommessa di contribuire a rendere più ricca di umanità la vita. La domenica della Parola è, pertanto, momento prezioso per dire che l’esperienza religiosa non serve per rendere più grande Dio ma più vero l’uomo. Prima di essere dovere e complesso di pratiche e precetti è formidabile risorsa di umanizzazione. Come Gesù, si tratta di diventare veri, donandosi: lo auguriamo, di cuore, a noi stessi e a ogni persona che cerca la pace.

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