Vita Chiesa
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Dal n. 28 del 22 luglio 2001

Don Athanase: da dove vengono le accuse riportate dai giornali?

Il sacerdote rwandese accusato di genocidio ha lasciato la parrocchia di San Mauro a Signa per sottrarsi all'assedio dei giornalisti ma continua a ribadire la sua innocenza. Ecco una ricostruzione della vicenda.
DI RICCARDO BIGI

DI RICCARDO BIGI

L'annuncio del procuratore delle Nazione Unite Carla Del Ponte di aver avanzato al Governo italiano la richiesta di rinviare a giudizio, davanti al Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, una persona attualmente residente in Italia, ha scatenato da parte della stampa italiana e internazionale una «caccia al mostro» davvero impressionante.

I giornali - senza per altro aver mai avuto conferma dalla stessa Del Ponte - hanno identificato questa persona in don Athanase Sumba Bura, sacerdote ruandese ospite della diocesi di Firenze che già due anni fa era stato accusato dall'associazione inglese African Rights di aver partecipato ai massacri avvenuti in Ruanda durante la guerra civile del 1994. Gli articoli e le notizie uscite sui giornali in questi giorni richiedono alcune precisazioni.

1) Dopo l'annuncio del procuratore Del Ponte, don Athanase non è «scomparso» o «fuggito» come qualcuno ha scritto: ha semplicemente chiesto di potersi sottrarre all'assedio dei giornalisti che per tre giorni hanno letteralmente preso d'assalto la parrocchia in cui da alcuni mesi il sacerdote presta servizio come viceparroco. Don Athanase ha vissuto momenti molto drammatici durante la guerra del Ruanda, ha visto morire amici e familiari e lui stesso ha rischiato la vita: è comprensibile che non abbia piacere a ricordare quegli avvenimenti, soprattutto di fronte alle telecamere e con l'assillo delle domande dei giornalisti.

2) A chi ha potuto parlare con lui, don Athanase ha comunque ribadito l'estraneità ai fatti di cui è accusato, ripetendo quanto sostenne già due anni fa e cioè di aver lasciato il Ruanda prima del giorno in cui è avvenuto il genocidio in cui sarebbe coinvolto.

3) Don Athanase è giunto a Firenze nel 1997, con una lettera di presentazione del vescovo di Nyundo in cui si chiedeva alla diocesi fiorentina di dargli accoglienza per un certo periodo. In questi anni, ha svolto il suo ministero sacerdotale presso alcune parrocchie ricevendo sempre l'apprezzamento sia dei fedeli che dei parroci con cui ha collaborato. Parla molto bene l'italiano e questo ha facilitato il suo inserimento nella vita pastorale.

4) Le accuse che gli vengono rivolte sono basate su un rapporto dell'associazione African Rights, che nel 1999 fu pubblicato dal Sunday Times e quindi ripreso pedissequamente dai giornali italiani. African Rights è una associazione nata a Londra da alcuni esponenti rwandesi di etnia Tutsi, vicina all'attuale governo del presidente Pasteur Bizimungu, la cui principale attività negli ultimi anni è stata quella di emettere dossier contro esponenti di etnia Hutu della Chiesa cattolica ruandese. Pesanti denunce erano state rivolte in passato anche contro il vescovo di Gikongoro Augustin Misago, accuse che si sono rivelate del tutto infondate: il 14 giugno 2000 mons. Misago è stato prosciolto dopo una lunga detenzione nelle carceri rwandesi e un processo durato oltre un anno e attualmente, dopo aver ricevuto personalmente le congratulazioni e gli incoraggiamenti del Papa, è tornato alla guida della diocesi.

5) Nel 1998, la rivista missionaria Nigrizia avanzava il sospetto che «le campagne di “informazione” provocate da African Rights siano operazioni funzionali - volontariamente o meno - al regime di Kigali e suoi alleati, che non da oggi si dimostrano particolarmente abili nel pilotare i media internazionali a proprio vantaggio». «L'attivismo di African Rights - scrive anche l'agenzia Fides, organo ufficiale delle Pontificie Opere Missionarie per la Propagazione della Fede - è quantomeno “atipico”, visto che altre organizzazioni umanitarie hanno denunciato l'esistenza di veri e propri “sindacati di delatori” che accusano degli innocenti per interessi economici e politici». I dubbi non vengono solo da parte cattolica: anche l'associazione internazionale di giornalisti Reporter Sans Frontieres ha denunciato, nel suo libro «La disinformazione in Ruanda», forti sospetti sulla imparzialità di African Rights.

6) Uno dei capitoli più atroci della guerra in Ruanda è la persecuzione subita dalla Chiesa cattolica. Tra il 1993 e il 1994 sono stati uccisi 3 vescovi, 103 sacerdoti, 65 religiose e 47 religiosi. «In molti paesi d'Africa c'è una persecuzione contro la Chiesa» afferma il cardinale Jozef Tomko, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, in un'intervista rilasciata nell'aprile del 2000 all'agenzia Fides per commentare l'assoluzione del vescovo Misago. «Nell'Africa centrale e in particolare nella regione dei Grandi Laghi - afferma il card. Tomko - si vuole indebolire la Chiesa con pretesti diversi. Sotto una violenza drammatica, molti figli della Chiesa sono stati uccisi, vittime di false accuse, regolamenti di conti, vendette o indifferenza. Mons. Misago è solo uno dei casi più clamorosi. In Africa si sta attuando la stessa strategia adottata negli anni Settanta in America Latina, quando per indebolire la testimonianza della Chiesa, si colpirono i vescovi e si favorì la diffusione di sette e ideologie». Si colpisce la Chiesa, spiega Tomko, «per eliminare una forza che si oppone a sistemi inumani e sta dalla parte dei poveri. Vi sono in ballo interessi economici di livello internazionale. Si vuole che la Chiesa non abbia forza di parola e testimonianza, oggi e nel futuro».

7) La situazione in Ruanda non sembra essere migliorata negli ultimi anni. Secondo il rapporto 2001 di Amnesty International «arresti arbitrari, detenzioni illegali, torture dei detenuti sono proseguite per tutto il 2000. Circa 125 mila persone sono ancora in carcere, accusate di aver preso parte al genocidio del 1994. Molti sono reclusi senza un'inchiesta o un processo in condizioni cruente, inumane e degradanti. Almeno 140 persone sono state condannate a morte, alcune dopo processi non regolari».

8) Di fronte a questi elementi, sorge una riflessione sul modo in cui si fa giornalismo oggi in Italia. Dopo le dichiarazioni della Del Ponte, i giornali italiani non hanno saputo far di meglio che rispolverare le accuse di African Rights e su quella base hanno costruito il «mostro» da sbattere in prima pagina. A questo punto, la cosa più semplice era appostarsi davanti alla canonica per «rubare» una foto o una dichiarazione, mostrandosi sorpresi se la persona in questione ha pensato (scandalo?) di sottrarsi all'assedio dei giornalisti, e finendo per accontentarsi di raccogliere alla rinfusa i commenti dei fedeli, ignari e sorpresi, che si avvicinavano alla chiesa. L'altra strada, quella più faticosa (che infatti nessuno ha seguito) sarebbe stata quella di approfondire, verificare, capire cosa c'è dietro le accuse, riconsocere almeno che la situazione potrebbe essere diversa da come appare a prima vista. Il sospetto è che la stampa (prima quella inglese, e a seguire quella italiana) sia finita per abboccare all'amo, prestandosi a fare da megafono a una campagna di diffamazione organizzata ad arte.

9) Non spetta alla Diocesi di Firenze stabilire la verità su quanto è avvenuto in Ruanda durante la guerra civile, così come non spetta alla Diocesi il potere di ostacolare o favorire un eventuale processo internazionale. La Chiesa fiorentina però, confermando la sua solidarietà a don Athanase, chiede che la verità sia cercata nei luoghi opportuni, secondo i tempi e le procedure che una vicenda così complessa richiede, e non sia stabilita aprioristicamente dai giornali sulla base di accuse che potrebbero rivelarsi false e strumentali.

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