Vita Chiesa
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Francesco, il rivoluzionario obbediente

In molti hanno provato  a leggere il pontificato  di Bergoglio in filigrana rispetto all’esperienza  del «poverello».  Le analogie  non mancano,  ma le semplificazioni sono rischiose.  La scelta francescana  non è vacuamente pauperistica: è l’innamoramento di chi si è sentito «rapire»  il cuore dal Signore e ha provato nostalgia di Dio. Da qui derivano l’amore per il creato, l’attenzione ai poveri, agli indifesi. Non è filantropia, né buonismo: è Vangelo

Parole chiave: Francescani (60)
Papa francesco in preghiera alla Porziuncola di Assisi (Foto Sir)

Da Francesco a Francesco. Come in un itinerario storico, temporale, ideale che lega il Poverello d’Assisi a Papa Francesco, in molti hanno provato a leggere il Pontificato di Bergoglio in filigrana rispetto all’esperienza del santo patrono d’Italia.

Ognuno può restare colpito da diverse analogie tra i due Francesco, ponendo l’attenzione su un aspetto piuttosto che l’altro e naturalmente il rischio di facili semplificazioni, se non di banalizzazioni, è sempre in agguato. Che cosa aggiungere a quel che già non è stato detto? Quali parallelismi tracciare tra le due figure? È davvero un Pontificato di taglio «francescano» quello che ci sta proponendo Papa Bergoglio? E, soprattutto, cosa vuol dire Pontificato «francescano»?

Potremmo limitarci ad osservare che Papa Francesco ci sta abituando a riscoprire il suo servizio alla Chiesa universale come quello del Vescovo di Roma, la comunità che presiede tutte le altre nella carità. Ci hanno indubbiamente colpito alcune sue scelte, che hanno indicato un modo del tutto originale e proprio di vivere il suo alto ministero: la scelta di non dimorare nel palazzo apostolico, ma nella casa Santa Marta; quella di utilizzare una utilitaria per i suoi spostamenti; la semplicità e l’immediatezza di molti suoi gesti; il non farsi «ingessare» dentro un rigido protocollo per potersi «avvicinare» (non solo fisicamente) al modo di sentire della gente comune. E potremmo aggiungere altri esempi ancora dello stile che Bergoglio sta dando al suo Pontificato.

Tuttavia, bastano queste scelte - che pure sono importanti, in alcuni casi dirompenti, e senza dubbio capaci di parlare al cuore di tanti, anche «lontani» dall’esperienza ecclesiale - per poter tracciare questo ideale parallelo col Poverello d’Assisi? Anche san Francesco rischia infatti di essere, talvolta, oggetto di una lettura riduttiva della sua esperienza umana e di fede, sminuito, perfino sottovalutato. Eppure la misura alta che egli ci propone da più di 800 anni, affascinando in ogni secolo tante persone, vale molto di più ed è molto di più!

Le semplificazioni si rivelano sempre rischiose, perché tendono a trattenere, spesso, solo ciò che risulta più apparente, tralasciando la profondità di un’esperienza. Questo è ancor più vero nell’esperienza di fede. E allora per non correre questo rischio, mi rifaccio a ciò che Papa Francesco disse nell’omelia pronunciata ad Assisi il 4 ottobre 2013, quando - pochi mesi dopo la sua elezione - volle recarsi pellegrino nella città del Poverello. Egli disse: «Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? La realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui».

A me pare che se non interiorizziamo questa realtà, tanto vera, rischiamo di sbiadire l’esperienza di santità di Francesco d’Assisi e di essere fuorviati nella lettura «francescana» che possiamo dare - e che c’è! - nel Pontificato di Papa Bergoglio. In tutto il suo magistero, fin da quando Papa Francesco si affacciò dalla loggia delle benedizioni la sera del 13 marzo 2013 appena eletto, egli ci sta continuamente provocando a leggere o ri-leggere il nostro cammino di fede alla luce di questa realtà fondamentale: il mio, il tuo rapporto con la Persona di Gesù è una relazione viva e vitale? Oppure è un rapporto statico, fisso, perfino bloccato, se non formale? Cristo sta davvero modellando il mio cuore e io mi sto lasciando modellare da Lui, oppure vivo la fede in modo formale, abituale, rituale?

Per Francesco d’Assisi la conversione è stata questo modo nuovo di incontrarsi con Cristo, povero e crocifisso, e di lasciarsi incontrare da Lui. Non è stato un cambiamento repentino, né una scelta vacuamente pauperistica. È stato un innamoramento! Francesco si è sentito «rapire» il cuore dal Signore, ha provato la nostalgia di Dio, ha pianto l’Amore non amato, si è lasciato prendere tutto da Lui. Proprio come quando ci si innamora e l’altro/l’altra entra nella nostra vita con tutta la dirompenza che solo l’amore sa provocare. Francesco si è messo alla sequela non di un’idea, ma di una Persona. Ha scoperto nella sua vita che il Vangelo è una Persona e ha desiderato profondamente incarnare questa sua scoperta in ogni esperienza che ha vissuto. Per questo ha voluto che il gruppo che si costituì intorno a lui si chiamasse fraternità: aveva riconosciuto in modo tangibile che la Paternità di Dio è cosa concreta, viva, e se Dio è Padre, Cristo è Figlio suo e Fratello nostro. Assimilarsi a Lui voleva dire riconoscere questa paternità universale da cui discende il senso ultimo della fraternità umana.

Papa Francesco ci sta continuamente richiamando a questo. E seppure tracce di francescanesimo nel suo Pontificato si possano rintracciare in tanti aspetti (dall’attenzione per il creato, che ha originato l’enciclica Laudato Sii, alla scelta di chiamarsi, per la prima volta, col nome del Poverello d’Assisi), credo che non se ne comprenderebbe il significato se perdessimo di vista questo costante richiamo alla relazione vitale tra ogni uomo e ogni donna con il Signore Gesù. E’ essa la scaturigine di ogni scelta! È essa la ragione per cui nel Magistero del Papa ritorna costantemente il suo richiamo al primato della fraternità tra gli uomini. La «cultura dello scarto», che egli continuamente denuncia, non la si comprende se si pretende di disancorarla dalla sua radice. E la radice è la relazione vitale con Cristo, che 800 anni fa fece «vedere» a Francesco d’Assisi la creaturalità di ogni essere vivente «che de te, Altissimo, porta significatione» e che oggi spinge papa Francesco a spronare continuamente tutti noi ad affinare lo sguardo, a non chiudere gli occhi, a non isolarci, a non assumere atteggiamenti di chiusura, di indifferenza, di fastidio, di rifiuto degli altri. Soprattutto se l’altro è povero, è fragile, è più indifeso.

Questa non è filantropia, né buonismo. È Vangelo! È consapevolezza che il cristianesimo non è una fede astratta, ma una relazione vitale e reciproca con Cristo Signore. Una relazione che «sconvolge» i piani, che ribalta il nostro modo di pensare, che fa incrociare le vie di Dio con quelle dell’uomo.

Francesco, nel suo tempo, è stato un rivoluzionario obbediente, perché ha ribaltato le logiche mondane «semplicemente» lasciandosi condurre dal Vangelo preso «sine glossa», senza cioè adattamenti o aggiustamenti di comodo. Papa Francesco, con il suo Magistero e il suo stile, ci richiama continuamente a questo: il Vangelo è una Persona, Cristo Signore, e la nostra relazione con Lui ci chiede scelte conseguenti e coerenti nel nostro personale modo di vivere. Ma occorre, però, che ci lasciamo incontrare da Cristo, come ha fatto Francesco. Ogni altro parallelismo tra Francesco e Francesco trova la sua fonte in tale richiamo al rapporto vitale col Signore. Se pretendiamo di disancorare il Poverello d’Assisi e papa Francesco da Cristo impoveriamo ogni parallelismo che possiamo tracciare tra le due figure e tra i messaggi che entrambi ci offrono.

*Vescovo di Grosseto

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