Vita Chiesa
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Giornata del malato, don Angelelli (Cei): “Nella fiducia il senso della relazione di cura”

Intervista con don Massimo Angelelli, direttore dell'Ufficio Cei per la pastorale della salute, che ieri ha promosso in tutte le cappellanie ospedaliere una preghiera di ringraziamento per medici e infermieri

Percorsi: preghiera - salute
Malato in ospedale

“Il prendersi cura si realizza quando si stabilisce una forte relazione di fiducia tra colui che cura e la persona bisognosa di cura. E questa indicazione di Papa Francesco, nel suo Messaggio per la XXIX Giornata mondiale del malato, è particolarmente importante in questo tempo pandemico”. A sottolinearlo è don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, riflettendo con il Sir sull’edizione 2021 della Giornata che ricorre oggi, 11 febbraio, memoria liturgica della Madonna di Lourdes, sul tema “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. La relazione di fiducia alla base della cura dei malati”. “Non si tratta – spiega il sacerdote – di fornire solo una terapia, una diagnosi o un percorso clinico; la persona sofferente ha bisogno di sentirsi ‘curata’. Il medico, l’infermiere, gli operatori sanitari devono avere la capacità, il tempo, la possibilità di stabilire una relazione di fiducia con lei”.

Don Massimo, nel Messaggio per la Giornata il Papa richiama la figura del buon samaritano che trova ampio spazio anche nel secondo capitolo dell’enciclica “Fratelli tutti”.
A differenza di chi lo ha preceduto il buon samaritano non finge di non vedere. Chi è passato prima di lui ha girato lo sguardo dall’altra parte; lui invece ha visto il malcapitato aggredito dai briganti e non è passato oltre. Nella stessa enciclica il Santo Padre dice che tutti quelli che girano lo sguardo e fanno finta di non vedere sono in un certo senso complici dei briganti. Il disinteresse, l’indifferenza, l’abbandono verso chi è ferito è una sorta di complicità. Con questa sottolineatura il Papa chiama tutta la comunità cristiana ad un gesto missionario di cura verso le persone più fragili e sofferenti, moltissime in questo tempo di pandemia.

E denuncia l‘ipocrisia di chi dice ma non fa…
Un monito alla coerenza della vita del cristiano che non è fede raccontata o ostentata, ma vissuta e testimoniata.

Mai come in questi mesi la fragilità sperimentata ci fa sentire quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri…

E’ una delle grandi lezioni che ci sta impartendo la pandemia. Fino a un anno fa pensavamo che la salute fosse un bene individuale, una dimensione personale del nostro vissuto; ora abbiamo toccato con mano che all’interno della comunità umana c’è una profonda interdipendenza. Rischiamo di perderci tutti se non agiamo insieme. A partire dai gesti più semplici – ma altruistici e di grande responsabilità – come indossare la mascherina o vaccinarsi; gesti con i quali proteggo me stesso ma anche il mio prossimo.

Il Covid ha anche rivelato l’inadeguatezza del sistema sanitario e l’importanza di investimenti per garantire a tutti l’accesso alle cure e quindi il diritto alla salute…
Nei primi sei mesi di pandemia il sistema sanitario si è trovato impreparato. Abbiamo fatto molta fatica a gestire l’emergenza legata a questa forma virale sconosciuta. Nella seconda parte del nostro vissuto pandemico abbiamo tentato di riorganizzarci. In Italia abbiamo un buon servizio sanitario nazionale che tenta di garantire le cure a tutti ma deve essere migliorato, anzitutto potenziandone la dimensione territoriale. Concentrare assistenza e cura in pochi ospedali superspecializzati non è l’unica soluzione, e la Lombardia lo ha dimostrato. Spero che i cospicui finanziamenti che ci arriveranno dall’Europa nei prossimi mesi vengano destinati anche ad un ritorno della sanità territoriale, soprattutto nelle zone rurali, in modo da ristabilire un equilibrio nella disponibilità delle risorse in nome del principio di equità sancito dalla Costituzione.

L’8 febbraio, nel suo discorso al Corpo diplomatico, il Papa ha esortato tutti gli Stati a contribuire alle iniziative internazionali volte ad assicurare una distribuzione equa dei vaccini.
Siamo in una fase di emergenza; i vaccini sono stati creati in tempi accelerati e, come tali, hanno bisogno di essere prodotti, distribuiti e somministrati alle popolazioni in tempi rapidi. Le aziende produttrici devono creare le condizioni affinché tutti possano accedervi. Vorrei poter immaginare una grande gara di solidarietà tra le nazioni perché quelle che hanno maggiori possibilità economiche possano sostenere le più fragili.

La pandemia ha però rivelato anche la professionalità, dedizione, umanità e, direi, l’amore di moltissimi operatori sanitari verso i pazienti. A loro avete dedicato ieri un’iniziativa inedita. 
Sì, nel pomeriggio del giorno che precede la Giornata mondiale del malato abbiamo promosso in tutte le cappellanie ospedaliere un momento di adorazione eucaristica, “Invece un samaritano. Preghiera di ringraziamento a Dio per i curanti” , per ringraziare Dio del dono dei medici, degli infermieri e di tutti coloro che quotidianamente si dedicano con professionalità, dedizione, umanità alla cura di ogni persona malata. Una schiera silenziosa, come li  definisce il Papa, di uomini e donne che hanno scelto di guardare i volti dei malati e farsi carico delle loro ferite. Ma con questa preghiera collettiva abbiamo anche voluto dire loro: grazie per quello che fate e per come lo fate.

Fonte: Sir
Giornata del malato, don Angelelli (Cei): “Nella fiducia il senso della relazione di cura”
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