Vita Chiesa
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Dal n. 2 del 13 gennaio 2002

«I giovani? Andiamoli a cercare»

«Non possiamo più permetterci di aspettare che certi giovani vengano ma dobbiamo andarli a cercare». Lo sostiene don Paolo Giulietti, nuovo responsabile nazionale della pastorale giovanile, che abbiamo avvicinato durante il convegno sull'animazione di strada che si è svolto a Calambrone.
DI PIERPAOLO POGGIANTI

DI PIERPAOLO POGGIANTI
Il convegno sull'«animazione di strada» che si è svolto al Calambrone (Pisa), del quale abbiamo già dato notizia, è stato fra le altre cose un'ottima occasione per trovarci faccia a faccia con don Paolo Giulietti, nuovo responsabile nazionale della Cei per la Pastorale Giovanile.

La sua disponibilità e la nostra curiosità di incontrare il raccoglitore della pesante eredità di monsignor Sigalini, ci hanno portato a rivolgergli alcune domande.

Il suo intervento al Convegno si è incentrato sulla necessità di ripensare i modi di fare Pastorale Giovanile. Questo evidenzia uno stato di crisi?

«È bene subito specificare che la Pastorale Giovanile non è in crisi, tutt'altro. Abbiamo, anzi, un Chiesa molto incisiva, soprattutto se paragonata alle realtà che gli stanno intorno, lo dimostrano anche i numeri. Tuttavia non dobbiamo nasconderci l'esistenza di elementi da ripensare e ristrutturare. Penso ad esempio a tutti quei giovani che sono di fatto tagliati fuori da ogni piano pastorale. Troppe volte ci siamo macchiati della colpa di una pastorale di sacrestia, poco laicale e frutto estraneo alla comunità cristiana. In questo senso c'è bisogno di novità strategiche più che tattiche. Non quindi nuovi sussidi o piccoli aggiustamenti, ma reali novità nel pensare e programmare l'azione pastorale. Questo non deve farci indulgere alla drammaticità, anzi, dobbiamo essere consapevoli dei mezzi a nostra disposizione. Convegni come questo sono testimonianza di un processo già in atto, ma che richiederà purtroppo i lunghi tempi della Chiesa».

La «conversione pastorale» da lei sostenuta si concretizza in una nuova presenza di Chiesa ed una missionarietà diffusa dei laici. Come fare per raggiungere questi obiettivi?

«Per missionarietà diffusa intendo ciò che il singolo cristiano fa e quindi testimonia nell'ambiente in cui vive. Per fare questo è necessaria una formazione di base stimolata dalla diocesi, ma che trovi forma e svolgimento nelle singole parrocchie ed associazioni di appartenenza. Per quanto riguarda, invece, la necessità di una nuova presenza di Chiesa, il livello parrocchiale non è certamente il più adatto, visto che troppe volte il territorio è frutto di anacronistici ritagli. La Pastorale d'ambiente diviene necessariamente una prerogativa delle diocesi».

Lo slogan dell'ultima festa nazionale di Azione Cattolica recitava: «Nessuno Escluso!». È un risultato perseguibile con queste nuove forme di Pastorale d'ambiente?

«Coinvolgere tutti, o quanto meno cercare di farlo, è, ad oggi, una necessità. Non possiamo più permetterci di aspettare che certi giovani vengano, ma dobbiamo andarli a cercare. Gli stessi vescovi italiani hanno riaffermato che il paradigma della missionarietà cristiana è ad gentes. Dobbiamo renderci conto che la comunità cristiana si muove su di un territorio in cui generalmente è minoranza. Da qui nasce il desiderio-esigenza di una pastorale per tutti. Troppi sono ancora gli esclusi, pensiamo ai giovani che lavorano, a quelli malati oppure agli stessi immigrati. Tutti questi soffrono una situazione di marginalità, sulla quale è giusto interrogarci».

Una provocazione. Lei riferendosi ai funerali di ragazzi tenuti da vecchi preti davanti ad interi paesi ha parlato di «occasioni perse». Questo tipo di analisi non rischia di creare dei veri è propri «manager pastorali»?

«La pastorale è anche questo, ovvero metodo. Come tutte le persone che si chiedono come fare bene il proprio lavoro, dobbiamo interrogarci su quali siano le reali occasioni, gli strumenti e le risorse per raggiungere i nostri scopi. Cercare persone dove queste non ci sono è solo stupido. Non dobbiamo scandalizzarci dell'apporto di tecnici e sociologi».

La parola “jihad” vuol dire etimologicamente convertire: in che cosa ci differenziamo dalle modalità di diffusione tipiche dell'islamismo?

«Per noi non è importante convertire, ma testimoniare la gioia e la speranza di Cristo. Dobbiamo focalizzare sul processo e non sull'esito. Cambia la prospettiva, in quanto la conversione è il frutto della libertà. L'unico obbligo risiede al limite nella testimonianza che deve comunque essere profondamente rispettosa della diversità nella quale si è immersi. Quel che cerchiamo non è una nuova cristianità, ma una cristianità nuova che sia fermento di gioia e speranza nel raccogliere quei frutti che Dio vorrà dargli».

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