Vita Chiesa
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Il Papa ai giovani: siamo felici con gli altri, non ci sono i selfie dell'anima

Non cosa possiedo ma con chi condivido e «per chi vivo». Papa Francesco incontrando i giovani giapponesi nella Cattedrale di Santa Maria Immacolata di Tokyo, li ha esortati a porsi questa domanda per non vivere da «zombi», in società ricche ma schiave della solitudine. Il forte invito di Francesco è stato quello di imparare a donarsi e ad accogliere chi cerca rifugio nel Paese.

Papa Francesco saluta i giovani nell'incontro in cattedrale a Tokyo (Foto Sir)

«Impariamo a costruire insieme la società che vogliamo per il domani». È il primo invito rivolto ai giovani, incontrati nella Cattedrale di Santa Maria Immacolata di Tokyo. «Quando vi guardo - ha detto il Papa, dopo aver ascoltato la testimonianza di tre giovani: un cattolico, un buddista e un migrante - posso vedere la diversità culturale e religiosa dei giovani che vivono oggi in Giappone, e qualcosa della bellezza che la vostra generazione offre al futuro». «L'amicizia tra di voi e la vostra presenza qui ricorda a tutti che il futuro non è monocromatico, ma che, se ne abbiamo il coraggio, è possibile guardarlo nella varietà e diversità degli apporti che ciascuno può dare», l'omaggio di Francesco: «Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali! Quanto abbiamo bisogno di crescere in fraternità, nell'attenzione agli altri e nel rispetto delle diverse esperienze e dei vari punti di vista. Questo incontro è una festa perché stiamo dicendo che la cultura dell'incontro è possibile, non è un'utopia, e che voi giovani avete la speciale sensibilità per portarla avanti».

«La cosa più crudele del bullismo scolastico è che ferisce il nostro spirito e la nostra autostima nel momento in cui abbiamo più bisogno di forza per accettarci e affrontare nuove sfide nella vita», ha detto il Papa, facendo eco alla testimonianza di Leonardo. «A volte, le vittime di bullismo accusano addirittura sé stessi di essere stati obiettivi ‘facili'. Potrebbero sentirsi falliti, deboli e senza valore, e arrivare a situazioni molto drammatiche: ‘Se solo io fossi diverso…', l'analisi di Francesco: «Paradossalmente, tuttavia, sono i molestatori quelli veramente deboli, perché pensano di poter affermare la propria identità facendo del male agli altri. A volte attaccano chiunque considerano diverso e che vedono come una minaccia. In fondo, i molestatori hanno paura, sono dei paurosi che si coprono con la loro apparente forza». «Dobbiamo unirci tutti contro questa cultura del bullismo e imparare a dire: basta!», l'appello del Papa: «È un'epidemia per la quale la migliore medicina la potete trovare voi stessi. Non è sufficiente che le istituzioni educative o gli adulti utilizzino tutte le risorse a loro disposizione per prevenire questa tragedia, ma è necessario che tra voi, tra amici e compagni, vi mettiate insieme per dire: No! Questo è male! Non esiste un'arma più grande per difendersi da queste azioni di quella di alzarsi tra compagni e amici e dire: ‘Quello che stai facendo è una cosa grave'». «Gesù è stato il più emarginato», ha ricordato Francesco: «Sapeva cosa significa essere uno straniero, un migrante, uno ‘diverso'».

Molti oggi vivono come «zombi», ha denunciato il Papa, rispondendo alla domanda di un giovane giapponese che gli chiedeva «come possono i giovani fare spazio a Dio in una società frenetica e focalizzata sull'essere solo competitivi e produttivi». «È abituale vedere che una persona, una comunità o persino un'intera società possono essere altamente sviluppate all'esterno, ma con una vita interiore povera e ridotta, con l'anima e la vitalità spente», ha spiegato Francesco: «Tutto diventa noioso, non sognano più, non ridono, non giocano, non conoscono il senso della meraviglia e della sorpresa. Come zombi, il loro cuore ha smesso di battere a causa dell'incapacità di celebrare la vita con gli altri». «Quanta gente nel mondo è materialmente ricca, ma vive come schiava di una solitudine senza eguali!», ha esclamato il Papa: «Penso alla solitudine che sperimentano tante persone, giovani e adulti, delle nostre società prospere, ma spesso così anonime». «La solitudine e la sensazione di non essere amati è la povertà più terribile», ha proseguito citando Madre Teresa: «Combattere questa povertà spirituale è un compito a cui siamo tutti chiamati, e voi avete un ruolo speciale da svolgere, perché richiede un grande cambiamento nelle nostre priorità e scelte. Implica riconoscere che la cosa più importante non è tutto ciò che possiedo o che posso acquistare, ma con chi posso condividerlo». «Non è così importante concentrarsi e domandarsi perché vivo, ma per chi vivo», il suggerimento ai giovani dalla cattedrale di Tokyo: «Le cose sono importanti, ma le persone sono indispensabili; senza di esse ci disumanizziamo, perdiamo il volto, il nome e diventiamo un oggetto in più, forse il migliore di tutti, ma sempre un oggetto».

«Testimoniate che l'amicizia sociale è possibile!». È l'invito della parte finale del discorso rivolto dal Papa ai giovani del Giappone. «Per mantenerci fisicamente vivi, dobbiamo respirare, è un'azione che eseguiamo senza accorgercene, automaticamente», ha spiegato Francesco: «Per rimanere vivi nel senso pieno e ampio della parola, dobbiamo anche imparare a respirare spiritualmente, attraverso la preghiera e la meditazione, in un movimento interno, attraverso il quale possiamo ascoltare Dio, che ci parla nel profondo del nostro cuore. E abbiamo anche bisogno di un movimento esterno, col quale ci avviciniamo agli altri con atti di amore e di servizio. Questo doppio movimento ci permette di crescere e di riconoscere non solo che Dio ci ha amato, ma che ha affidato a ciascuno di noi una missione, una vocazione unica e che la scopriamo nella misura in cui ci doniamo agli altri, a persone concrete». «Per crescere, per scoprire la nostra identità, bontà e bellezza interiore, non possiamo guardarci allo specchio», il monito del Papa: «Hanno inventato tante cose, ma grazie a Dio non ci sono ancora i selfie dell'anima. Per essere felici, dobbiamo chiedere aiuto agli altri, che la foto la faccia un altro, cioè uscire da noi stessi e andare verso gli altri, specialmente i più bisognosi».

«Stendere le braccia dell'amicizia e di accogliere quelli che vengono, spesso dopo grandi sofferenze, a cercare rifugio nel vostro Paese». È l'invito con cui si è concluso il discorso rivolto dal Papa ai giovani dalla cattedrale di Tokyo. «Con noi qui c'è un piccolo gruppo di rifugiati», ha fatto notare Francesco: «La vostra accoglienza testimonierà che per molti possono essere estranei, ma per voi si possono considerare fratelli e sorelle». «Un maestro saggio una volta disse che la chiave per crescere nella saggezza non sta tanto nel trovare le risposte giuste, ma nello scoprire le domande giuste», ha raccontato il Papa: «Spero che possiate farvi delle ottime domande, mettervi in discussione e aiutare gli altri a porsi domande buone e provocatorie sul significato della vita e su come possiamo costruire un futuro migliore per coloro che verranno dopo noi». «Non confondete e non stordite i vostri sogni, date loro spazio e osate guardare a grandi orizzonti, guardare ciò che vi attende se avrete il coraggio di costruirli insieme», l'appello finale: «Il Giappone ha bisogno di voi, il mondo ha bisogno di voi, svegli e generosi, gioiosi ed entusiasti, capace di costruire una casa per tutti. Prego perché cresciate in saggezza spirituale e scopriate in questa vita la strada verso la vera felicità». Al termine dell'incontro, il Papa è rientrato in auto alla nunziatura apostolica, dove ha pranzato con i membri del seguito papale.

Fonte: Sir
Il Papa ai giovani: siamo felici con gli altri, non ci sono i selfie dell'anima
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