Vita Chiesa

Il messaggio del vescovo Nerbini ai pratesi: «in questo Natale covid riscopriamo la condivisione come insegna il bambino»

Carissimi,

il mio amico don Gabriele Marchesi, oggi vescovo in una delle zone più povere del Brasile, raccontò di aver passato una intera mattinata a distribuire aiuti di tutti i generi ai bisognosi che si erano rivolti a lui, anche in quel giorno numerosi. Alla fine della mattinata stanco e provato aveva ricevuto una donna che gli aveva esposto le sue necessità. Al che lui aveva risposto con un rifiuto. La donna senza rabbia e senza asprezza aveva ribattuto: “tu non mi dai ascolto, ma il mio Dio non mi abbandona”. Una straordinaria testimonianza di umiltà e fede. Questa donna indigente, infatti, aveva compreso meglio di tanti altri il senso profondo dell’incarnazione e la viveva nella sua condizione di povertà con una consapevolezza che le conferiva forza e speranza inattaccabili.

Cari amici, quest’anno celebriamo il Natale con tante limitazioni che forse rendono la festa meno bella, un po’ sotto tono, ma che ci stimolano a recuperare oltre le tradizioni, pur belle, la realtà di Dio che si prende cura di noi, da sempre, in ogni circostanza, in ogni nostra condizione.

Nella notte di Natale sentiremo nelle parole iniziali del Gloria, come ce le presenta il Nuovo Messale: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore”. Dio vuole il nostro vero bene. Dal punto di vista umano la sua vicenda ci racconta che l’uomo non è più solo, non è abbandonato in questa avventura della vita. Ma ha per compagno il Figlio di Dio il quale prova amore e compassione per la sua vicenda ed è all’opera, sostenuto dallo Spirito Santo, “mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”.

Nel Vangelo della Notte di Natale questo aspetto è sottolineato accuratamente nella vicenda dei pastori, agli ultimi posti nella scala sociale. Ricevuto con sorpresa l’annuncio dell’angelo si recano a Betlemme e contemplano il bambino nella mangiatoia. Ripartono “glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. Tutto per loro resta come prima, eppure tutto è cambiato. L’incontro vero, profondo con il Signore trasforma sempre la nostra esistenza. In questo “Natale Covid”, pur afflitti da problemi economici, sociali, dalla disoccupazione, dall’emarginazione e dalla solitudine, questo è il messaggio che ridona speranza e fiducia nel futuro: Viviamo la prossimità, riscopriamo la solidarietà, la condivisione come ci insegna il bambino. Impariamo di nuovo a desiderare per ogni uomo un destino dignitoso, dove a ciascuno siano garantiti una casa, un lavoro, lo studio, la pace. Ritroviamo insieme la capacità di sognare un destino comune nel quale ci sia pace per tutti, nel rispetto del “giardino” stupendo dove siamo stati collocati e ritroviamo anche fiducia e speranza non nelle sicurezze materiali illusorie ma nella potenza dell’Emanuele, “Dio con noi”.

La nascita di Gesù capovolge la situazione anche di fronte al dramma ultimo dell’uomo: la morte. Ho presentato ai giovani la testimonianza dell’ultimo francese condannato dalla legge alla pena capitale, a soli 27 anni, e giustiziato il 1 ottobre 1957: Jacques Fesch, che nel suo diario scrive: “Gioia, gioia, gioia e grazie siano rese a Dio. Da tre giorni ho di nuovo la fede… ed io conosco di nuovo come è dolce il Signore”. E alla vigilia della sua esecuzione: “Ultimo giorno di lotta, domani a quest’ora sarò in cielo”. Con la nascita del bimbo di Betlemme la morte che rappresentava la fine dell’uomo diventa il suo “dies natalis”, la sua vera nascita alla pienezza, quella definitiva ed intangibile della vita.

Buon Natale, carissimi pratesi