Vita Chiesa
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Il vescovo Nerbini scrive a Papa Francesco nel quinto anniversario della sua visita a Prato

«Per non sprecare la crisi nata dalla pandemia, bisogna creare nuovi patti di prossimità». È questo l’impegno che il vescovo Giovanni Nerbini prende a nome della Chiesa di Prato con Papa Francesco, in una lettera di saluto e ringraziamento inviatagli in occasione del quinto anniversario della sua visita alla città.

Monsignor Nerbini con papa Francesco scattata a Roma il 12 settembre 2019. Quando mons. Nerbini partecipò al corso per i nuovi vescovi organizzato dalla Santa Sede.

«Cinque anni fa – scrive il presule al Pontefice - la città e la Chiesa che è in Prato l’hanno accolta, ascoltando da Lei parole preziose di esortazione e di speranza, rivolte a una comunità che viveva contraddizioni non ancora sanate e, prima di altre, le sfide della contemporaneità. La città che oggi, con gratitudine, ricorda quel giorno – spiega mons. Nerbini – condivide con il resto del mondo il travaglio di una pandemia che ferisce e sfigura la carne viva di tanti e allarga ancor più quelle fratture sociali, economiche, culturali che già segnavano il volto di tante città e di tante comunità».

Il Vescovo Giovanni rilegge il discorso tenuto dal Pontefice ai pratesi in quella storica mattina del 10 novembre 2015 e richiama il significato di Fratelli tutti: «Proprio la lettura della Sua enciclica, Santità – scrive mons. Nerbini - spinge la Chiesa che è in Prato a tornare alla sua visita di cinque anni fa, a quelle parole, a quell’invito ad essere costruttori di patti: patti fra lavoratori, patti fra cittadini, patti fra comunità, patti fra generazioni, patti fra esseri umani che possano fare della città il luogo in cui vivere come fratelli, come prossimi l’uno per l’altro. Per questo – ecco l’impegno - nella consapevolezza assunta dalle Sue parole profetiche che “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”, vogliamo proporre a tutti gli uomini di buona volontà che vivono con noi questo territorio un percorso di confronto, analisi e dibattito: una sorta di laboratorio di idee, intitolato non a caso “#Farepatti”, per immaginare insieme un’altra città possibile».

La Chiesa di Prato vuole proporsi come spazio libero di idee, nella consapevolezza che «Nulla sarà come prima». Mons. Nerbini lo aveva affermato con particolare forza nel pieno della prima emergenza, in occasione dell’Ostensione straordinaria del Sacro Cingolo mariano officiata la sera della festa di San Giuseppe, il 19 marzo: «Molti auspicano piuttosto sbrigativamente che tutto passi in fretta perché tutto torni come prima, com’era nel passato. Laddove invece – aveva affermato in diretta tv - ci è richiesto di guardare in avanti per costruire un futuro nuovo, una nuova comunità».

La lettera integrale

Padre Santo,

cinque anni fa la città e la Chiesa che è in Prato l’hanno accolta, ascoltando da Lei parole preziose di esortazione e di speranza, rivolte a una comunità che viveva contraddizioni non ancora sanate e, prima di altre, le sfide della contemporaneità. La città che oggi, con gratitudine, ricorda quel giorno condivide con il resto del mondo il travaglio di una pandemia che ferisce e sfigura la carne viva di tanti e allarga ancor più quelle fratture sociali, economiche, culturali che già segnavano il volto di tante città e di tante comunità.

Nel discorso che rivolse ai pratesi il 10 novembre 2015, Ella ricordò ad una città divenuta la casa di culture diverse e al tempo stesso luogo di fatica operosa e di lavoro, il valore centrale e decisivo dei “patti di prossimità”. Una espressione, questa, che contiene due elementi vitali e forse ancor più cruciali alla luce del cammino di questi ultimi mesi. Da un lato, infatti, vi è il “patto”, che significa l’accordo, il riconoscimento reciproco fra due parti, la promessa di un impegno comune e di una cura reciproca. Dall’altro, c’è il senso di prossimità, la dinamica del farsi vicino, del mettersi al fianco per agire insieme, per operare assieme, per non lasciare l’altro solo e non rimanere soli.

La logica del patto che rende prossimi è forse una delle forme con cui possiamo tradurre in processi vivi quella fraternità che è al centro della Fratelli tutti che Lei ha voluto firmare il giorno della festa del Poverello di Assisi. Perché la fraternità non è una semplice disposizione morale, ma più profondamente è un modo di essere proprio dell’essere umano e ha bisogno di trovare forme, relazioni, dinamiche nelle quali divenire riconoscibile. E proprio la lettura della Sua enciclica, Santità, spinge la Chiesa che è in Prato a tornare alla Sua visita di cinque anni fa, a quelle parole, a quell’invito ad essere costruttori di patti: patti fra lavoratori, patti fra cittadini, patti fra comunità, patti fra generazioni, patti fra esseri umani che possano fare della città il luogo in cui vivere come fratelli, come prossimi l’uno per l’altro. Per questo, nella consapevolezza assunta dalle Sue parole profetiche che “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”, vogliamo proporre a tutti gli uomini di buona volontà che vivono con noi questo territorio un percorso di confronto, analisi e dibattito: una sorta di laboratorio di idee, intitolato non a caso “#Farepatti”, per immaginare insieme un’altra città possibile.

Un’antica tradizione esegetica legge la parabola evangelica del Buon Samaritano come la metafora di un patto fatto con il prossimo e per il prossimo. È il patto fra il Samaritano e l’albergatore, che ha per oggetto la cura del sofferente, del ferito, dello scartato, ed è suggellato dalle due monete e dalla promessa che «quello che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno» (Lc 10, 35). La sapienza cristiana ha visto in quell’albergatore l’immagine della Chiesa a cui vengono affidati i poveri e gli ultimi, in quelle due monete il Primo e il Secondo Testamento, i due patti con cui Dio si fa prossimo agli uomini per camminare con loro e in mezzo a loro, e nella promessa di una remunerazione futura la pienezza di umanità a cui l’amore di Dio orienta la storia. La Chiesa che è in Prato, Santità, sente tutta la radicale bellezza di questo patto con cui il Signore, ancora oggi, ci affida colui che è stato spogliato, percosso e lasciato mezzo morto. Costruire patti di prossimità, in questa logica, significa “cingersi i fianchi”, mettersi sulla strada e seguendo l’esempio della Vergine, che con la sua “cintola” è il cuore dell’identità non solo della Chiesa pratese ma della città tutta, seguire il Maestro/Samaritano ed essere pronti a farsi prossimi ad ogni sorella e fratello che avremo la grazia di incontrare.

Santo Padre a nome della città di Prato, della sua Chiesa e mio personale le esprimo i sentimenti di filiale gratitudine ed affetto e le rinnovo l’impegno della preghiera per la Sua persona e la Sua missione.

Giovanni Nerbini, Vescovo di Prato

Fonte: Comunicato stampa
Il vescovo Nerbini scrive a Papa Francesco nel quinto anniversario della sua visita a Prato
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