Vita Chiesa
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Il magistero del Papa

L'eredità di Benedetto: Ha riproposto l'annuncio cristiano nella sua essenzialità

Un rapido bilancio degli otto anni di pontificato di Benedetto XVI, un uomo totalmente «dominato» dall’unica volontà di servire Cristo e la Chiesa, quale appunto «umile lavoratore della vigna del Signore».

Percorsi: Benedetto XVI
Benedetto XVI al Concistoro dell'11 febbraio (Foto Sir)

Mi è stato chiesto di scrivere queste poche righe a caldo, appresa la notizia delle dimissioni annunciate da Benedetto XVI. È ovvio che pensare di stendere un bilancio di questo pontificato, a poche ore da questo improvviso annuncio, risulta essere del tutto fuori luogo: occorreranno mesi – o meglio anni – per valutarne compiutamente gli effetti e i frutti. Per questo mi sento in grado adesso, semplicemente, di evidenziarne qualche aspetto che più di altri emerge alla mia mente e al mio cuore.

Anzitutto la decisione di lasciare mi ha sì sorpreso e addolorato, ma non mi trova del tutto impreparato. Essa è infatti in linea con la personalità e il tratto umano di questo Pontefice: totalmente «dominato» dall’unica volontà di servire Cristo e la Chiesa, quale appunto «umile lavoratore della vigna del Signore». Nessun altro tipo di interesse – se non quelli di Cristo, come dice san Paolo – è stato, ed è ancora, al centro delle sue preoccupazioni, anche quando ciò ha voluto dire andare contro le valutazioni di opportunità semplicemente umane. Pensiamo ai viaggi apostolici intrapresi presso realtà e popolazioni che sembravano essere pregiudizialmente ostili: prima in Turchia, poi in Francia, quindi nel Regno Unito, per non parlare degli stessi viaggi in Germania. Sempre incurante dell’ostilità che veniva preannunciata e sempre –smentendo ogni cupa previsione – capace di lasciare un segno di stima e apprezzamento in tutti, unicamente con la semplicità del suo porsi e la verità della sua parola. L’intransigente e freddo custode della fede – così veniva presentato, spesso, dai mass-media – riusciva sempre a toccare le corde più segrete del cuore di quei popoli, apparentemente lontani anni-luce dalla tradizione cattolica.

«Farsi tutto a tutti», come San Paolo, per portare l’annuncio di salvezza che è il Vangelo di Cristo: questo intendimento aiuta a spiegare i tratti salienti e diversificati del suo pontificato. Anzitutto la sua profonda quanto chiara attività magisteriale nel senso stretto del termine, ovvero il suo sforzo di ripresentare l’annuncio cristiano nei suoi termini essenziali. Già nella prima enciclica – la Deus caritas est – le prime frasi riescono a condensare in modo mirabile il cuore del cristianesimo: «“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”. Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. (...) All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Anche nelle altre due encicliche – la Spe salvi e la Caritas in veritate – si coglie questa preoccupazione di tracciare le coordinate di fondo della vita cristiana, mostrando come questa rappresenti anche il compimento di tutto ciò che è autenticamente umano.

In un mondo e una cultura che hanno da tempo ormai perso ogni riferimento ad un passato cristiano e per i quali il cristianesimo rischia di essere compreso soltanto come «un’ideologia sorpassata», Benedetto XVI ha voluto riproporre Cristo e il Vangelo come un fatto pienamente corrispondente alle attese del cuore umano. È stato questo il messaggio che già nella prima Messa in qualità di Successore di Pietro, il 24 aprile 2005, ha inteso trasmettere con forza: «Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura – se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? (…) No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo».

È in questa lunghezza d’onda che si spiega l’indizione dell’Anno della Fede e il modo mirabile con il quale – fino ad oggi – egli lo ha vissuto, quale occasione di riavvicinare le persone ai contenuti centrali della fede. Pensiamo semplicemente a quelle straordinarie catechesi che sono state le Udienze del Mercoledì: dalla lunga serie dedicata alle grandi figure dei santi, a partire dagli apostoli fino a quelle più recenti, per passare poi a delineare i tratti della preghiera cristiana, fino alle recenti Udienze dedicate a ripresentare i contenuti del Credo apostolico. Un grande pastore, che ha messo tutta la sua erudizione a servizio dell’educazione del popolo a lui affidato, rischiando anche di sottoporsi a diverse critiche, quando ad esempio ha deciso di pubblicare – a titolo «personale» – i frutti della sua ricerca teologica a riguardo della figura di Gesù, come è avvenuto nei tre volumi usciti a suo nome: «Il libro “Gesù di Nazaret” – un libro personalissimo, non del Papa ma di quest’uomo – è scritto con questa intenzione: che possiamo di nuovo, con il cuore e con la ragione, vedere che Cristo è realmente Colui che il cuore umano attende» (Discorso alla CEI, maggio 2007).

Vanno letti in quest’ottica del «farsi tutto a tutti» anche i suoi tentativi di sanare le ferite dolorose presenti ancora nel Corpo ecclesiale e che lo hanno visto perciò sfidare le opinioni spesso dominanti anche fra gli stessi ecclesiastici: pensiamo, ad esempio, agli sforzi intrapresi per ricucire i rapporti con i settori «tradizionalisti», o a quelli che lo hanno guidato a ricercare una base comune con le chiese ortodosse e anche – nonostante venga spesso affermato il contrario – con larghi settori del mondo protestante. Ma per tutto ciò è ancora presto per dare una valutazione chiara e compiuta.

Vorrei concludere ritornando alle parole con le quali Benedetto XVI ha aperto il suo pontificato, perché ritengo gettino luce anche sulla decisione che, certamente con grande sofferenza e non senza titubanze, egli ha inteso prendere, rassegnando le dimissioni dal ministero di Successore di Pietro: «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia». Mettersi in ascolto della parola e della volontà del Signore, lasciare che sia Lui a guidare la Chiesa: credo che la ragione della sua dolorosa scelta sia da ritrovarsi proprio in questo unico e sincero desiderio, così come lo è stato nel momento dell’accettazione, quasi otto anni fa, del gravoso incarico, succedendo ad un altro «gigante» della fede: Giovanni Paolo II. In questo momento, tralasciando di avventurarci in inutili «dietrologie» o «profezie» future, preferiamo soltanto far nostre le stesse parole con le quali il card. Ratzinger si presentò per la prima volta dal loggiato di San Pietro: «Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti. Il Signore ci aiuterà e Maria sua Santissima Madre starà dalla nostra parte».

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