Vita Chiesa
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L'omelia del card. Betori per la festa di San Lorenzo

"Al centro della lettura del libro del Siracide che ha aperto la liturgia della parola di questa Santa Messa nella festa di San Lorenzo si staglia l’immagine della «fiamma avvolgente» e del «fuoco» (Sir 51,4), per il saggio potente simbolo delle prove e delle tribolazioni in cui ha potuto sperimentare la salvezza di Dio, motivo ora della sua lode. L’immagine si traduce in realtà nel contesto dell’odierna festa, in quanto proprio il fuoco fu lo strumento ultimo del martirio di Lorenzo e quindi il motivo per cui siamo esortati a unirci al suo ringraziamento a Dio che da quel fuoco lo ha portato con sé nella gloria eterna della comunione dei santi". Lo ha detto l'arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, nell'omelia proclamata questa mattina nella Basilica di San Lorenzo a Firenze per la festa di San Lorenzo.

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Basilica di San Lorenzo

Di seguito il testo integrale dell'omelia.

Ci fa riflettere anche il fatto che nel dare forma alle tribolazioni da lui patite Ben Sira, il maestro di sapienza, si soffermi su quelle legate alla parola: calunnie, menzogne, falsità, parole ingiuste. Se il martirio per san Lorenzo giunge a toccare la sua carne, le sofferenze di un rifiuto possono però toccare la persona già nella parola che la emargina, la offende, la confonde. Ne siamo coinvolti anche noi oggi, chiamati a farci testimoni credibili della verità in un contesto umano in cui il sovrapporsi di opinioni senza fondamento oscura gli orizzonti di senso della vita, l’ostracismo di fatto decretato ai principi basilari della persona umana e del bene comune rende il Vangelo estraneo ai linguaggi dominanti e a chi gestisce il dominio dei consensi. Su questa condizione martiriale del cristianesimo oggi dobbiamo riflettere, non per scadere nel vittimismo e nell’autocommiserazione, ma per rafforzare la testimonianza e il coraggio dell’annuncio.

Questo non mancò a san Lorenzo di fronte ai subdoli tentativi del potere di farlo vacillare nella sua missione di servitore dei poveri. In questo egli esercitava la sua diaconia a Roma. E questo aspetto della sua santità ci viene illustrato dalla liturgia tramite le parole dell’apostolo Paolo, quelle in cui egli riflette la propria personale esperienza di organizzazione tra le Chiese da lui fondate di una colletta a favore dei poveri della Chiesa di Gerusalemme. Nella fraterna solidarietà si fa concreta la comunione ecclesiale, esprimendo la concordia nella carità, un «servizio sacro», dirà Paolo in questa stessa lettera, una liturgia (2Cor 9,12), un atto con cui non si fa soltanto un gesto di liberalità e un’opera solidarietà, ma si rende gloria a Dio stesso, che è fonte di ogni amore.

Importanti per noi sono anche i segni di autenticità del dono che viene fatto, così come li descrive l’apostolo:

-         «Chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2Cor 9,6): la larghezza anzitutto del gesto, una generosità senza calcoli prudenziali, una munificenza che non si lascia frenare da cautele e riserve, vincendo ogni egoismo.

-         «Ciascuno dia… non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7): la gioia rivela la libertà con cui il gesto è compiuto, senza la quale esso sarebbe privo di ogni valore, un passaggio di beni privo di ogni comunione di cuori e quindi, alla fine, un gesto non pienamente umano.

-         «Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene» (2Cor 9,8): ogni capacità di dono ha un’unica sorgente, Dio che è la pienezza di tutti i doni, il datore di ogni grazia; il dono che noi facciamo è come un prolungamento del dono che ci è stato fatto; donare non ci priva di nulla, proprio perché la sorgente del dono non è in noi ed è una sorgente inesauribile.

-         «Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia» (2Cor 9,10): l’affermazione finale di Paolo giunge a spostare l’attenzione dal donatore alla sorgente del dono, dall’uomo a Dio, per svelare che l’opera di carità è in realtà l’opera stessa di Dio, perché da lui nasce, come fondamento di ogni bene, e a lui alla fine è diretta.

Questa istanza di fraternità, così modellata, deve ispirare i nostri comportamenti individuali ma anche gli assetti sociali. È quanto Papa Francesco ci ha ricordato nella sua ultima enciclica Fratelli tutti.

Tra i molti motivi di riflessione che il Papa ci offre mi limito a riproporne due. Il primo riguarda l’orizzonte universale su cui è chiamata ad esercitarsi la fraternità, sui confini orientali in fiamme del nostro continente, sul mare solcato da fratelli che fuggono da fame e guerre, sull’accoglienza e il rispetto dell’altro all’interno delle nostre città. Scrive Papa Francesco: «Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità. Tra tutti: “Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme”. Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (FT, 8).

L’altro pensiero riguarda la distinzione tra diritti della persona e diritti individuali. Queste le parole del Papa: «Vi è oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici –, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una “monade” (monás), sempre più insensibile […]. Se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze» (FT, 8)

Sono orientamenti fondamentali per noi, se vogliamo concorrere davvero al bene comune. Ne sentiamo particolare bisogno su vari fronti in cui dobbiamo esercitare attenzione per i più deboli e verso le situazioni di maggiore fragilità. Tra quanto recentemente segnalato dalle vicende a noi vicine, mi preme sottolineare la condizione dei detenuti nelle nostre carceri, così disumana e quindi ben lontana dalla finalità di redenzione e recupero personale e sociale che dovrebbe caratterizzare la pena. Un altro fronte da vigilare è la promozione della crescita e dell’esercizio del volontariato a favore dei bisogni della società: una società che si affida solo alle istituzioni e non promuove i soggetti sociali intermedi si isterilisce e non raggiunge le necessità dei cittadini nella loro concretezza. Come pure resta fondamentale per questa città ritrovare un equilibrio tra la sua vocazione di luogo unico di storia e di arte, per sé stesso quindi aperto a chi, da tutto il mondo, vuole arricchirsi dei suoi valori, e la necessità che si rafforzi il tessuto residenziale per dare forma a una vera comunità civile, con al centro le famiglie, aperta alla condivisione, capace quindi di far fronte anche ai fenomeni di criminalità.

A sorreggere questo impegno di donazione deve animarci lo spirito che Gesù propone nella pagina del vangelo. Solo accettando di perdere con Gesù la nostra vita, potremo aprirla a quell’orizzonte di risurrezione che, se si schiuderà pienamente alla fine dei nostri giorni, fin d’ora la illumina facendola nuova, cioè capace di amore per tutti: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25).

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze

Fonte: Comunicato stampa
L'omelia del card. Betori per la festa di San Lorenzo
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