Vita Chiesa
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Una realtà in crescita

L'oratorio fa novanta. E in Toscana cresce ancora

Sono una tradizione soprattutto del Nord Italia, ma con il tempo stanno prendendo corpo anche in regioni come la Sicilia e la Campania. E adesso anche in Toscana stanno nascendo sempre più progetti e iniziative, sulle quali è stato fatto il punto della situazione nel convegno che si è svolto domenica scorsa ad Arezzo, dal titolo «Oratorio: ci credo!».

Parole chiave: oratori (16), giovani (504), pastorale giovanile (34)
L'incontro di Arezzo

Una sfida complessa quella degli oratori, sulla quale la chiesa italiana sta lavorando in modo massiccio in questi ultimi anni. Al momento la Toscana ne conta circa novanta nel suo territorio, diffusi a macchia di leopardo, soprattutto nel senese, nell’aretino e a Fiesole, ma i numeri fanno capire che la tendenza è verso un continuo aumento della loro diffusione.

«Abbiamo scoperto una Toscana molto viva - ha spiegato don Alessandro Lombardi, responsabile regionale della pastorale giovanile - e in grande fermento, che dal Giubileo in poi ha visto molte parrocchie impegnarsi per costruire progetti formativi ed educativi con i più giovani. E’ una vivacità non solo numerica ma anche qualitativa, fatta di comunità educanti, che dimostrano di avere il desiderio di essere incisive nella vita della parrocchia e del territorio, e di tanto volontariato».

Un’altra questione al centro dell’attenzione è stata poi quella del rapporto fra parrocchie e oratori: «La scelta di lavorare con i giovani - ha proseguito don Alessandro Lombardi - deve essere condivisa da tutti. Le due dimensioni devono camminare insieme e non avere percorsi paralleli come a volte può accadere». Ma come dovrebbe muoversi una Diocesi che intende puntare sullo sviluppo e la crescita di oratori nel suo territorio? «Innanzitutto - ha spiegato ancora don Alessandro Lombardi - serve una notevole capacità di attenzione alla propria realtà. L’oratorio non può essere disincarnato dal mondo, così come la nostra stessa fede non può esistere se è disincarnata dalle esperienze concrete, vive della società di oggi. L’oratorio funziona se è portato avanti da una buona comunità educante, fatta da persone che desiderano formarsi e che siano inserite nella realtà a cui appartengono e sappiano lavorare in gruppo».

La strada per la costituzione degli oratori sembra essere lunga, e necessita di anni per essere attuata, tuttavia la fiducia e la determinazione nel portare avanti questi percorsi formativi non manca, come dimostrano le parole pronunciate dall’arcivescovo della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Riccardo Fontana: «Serve tanta passione e ognuno deve fare nel piccolo la sua parte. Negli oratori ci credo con tutte le forze - ha proseguito - perché sono un servizio educativo fondamentale per i giovani. Non devono però lavorare da soli, ma sempre a stretto contatto con le scuole, le famiglie e le istituzioni locali».

Silvia Paoletti della parrocchia Sant’Andrea Corsini di Montevarchi, responsabile diocesana di Fiesole, ha illustrato la mappatura degli oratori toscani. Una realtà in continua evoluzione dove il volontariato costituisce l’asse portante: «Ci sono numerosi progetti e attività che abbiamo censito nel territorio toscano. Fra questi abbiamo trovato anche diversi oratori che non sanno di essere tali, in quanto portano avanti le stesse attività realizzate da un oratorio, ma non arrivano alla fine a definirsi con questo nome. Fra i dati rilevati, abbiamo constatato come le famiglie non siano sempre coinvolte in maniera forte nelle esperienze dell’oratorio, e questo quindi potrebbe essere un punto sul quale lavorare e cercare soluzioni per migliorare la situazione».

Uno degli ospiti più attesi del convegno regionale, don Marco Mori, presidente del Foi, il Forum nazionale degli oratori, ha precisato: «l’oratorio deve presentarsi come una struttura aperta a tutti, votata all’accoglienza, e per funzionare al meglio deve essere costituita da una comunità vitale. Non conta la grandezza della parrocchia, il vero valore di una struttura è fatto dalla passione e dalla creatività delle persone che la compongono». E proseguendo il suo intervento ha precisato come non ci sia un modello particolare a cui ispirarsi nella creazione di un oratorio. Ogni realtà deve scoprire i suoi punti di forza e investire su quelli, concentrandosi sulle sue attività specifiche. Insomma costruire degli spazi formativi ed educativi per i giovani non è un lavoro semplice e immediato. Richiede tempo e tanta passione, ma trovando il gruppo giusto e mettendo in piedi un buon progetto è possibile raggiungere grandi risultati.

I punti di forza: il volontariato, la creatività, la multietnicità

«Io negli oratori ci credo, perché una chiesa che sta a guardare e basta non è una chiesa apostolica».  È un messaggio forte e chiaro quello lanciato dal vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Riccardo Fontana all’apertura di «Oratorio ci credo», l’incontro promosso dalla pastorale giovanile regionale per fare il punto sulla situazione degli oratori in Toscana. Il convegno si è svolto domenica 20 gennaio nel seminario vescovile di Arezzo. I temi su cui si è dibattuto sono stati molteplici: che cos’è l’oratorio, che cosa significa la parola oratorio in Toscana, quali sono obiettivi e sfide per il futuro.

La mappatura delle realtà oratoriali in regione dice che è ancora lungo il lavoro da fare. In totale gli oratori in Toscana sono circa 90, sparpagliati sopratutto nelle diocesi di Arezzo, Siena e Fiesole. In alcuni casi si tratta di realtà vive, dotate anche di belle strutture; in molti hanno un progetto chiaro e lo portano avanti.

I punti forti di questi oratori sono il volontariato, la forza creativa, la multietnicità. Ma accanto ai dati positivi non mancano le sfide da raccogliere per il futuro, a partire da una legge regionale a tutela degli oratori, come già esiste in altre regioni. A questo proposito l’assessore regionale all’agricoltura Gianni Salvadori si è confrontato con don Marco Mori della Foi (forum oratori italiani). Quest’ultimo ha spiegato che le leggi che funzionano meglio sono quelle che prevedono una figura delegata a rappresentare e che hanno finanziamenti di secondo livello. Le regioni non vanno quindi a finanziare i singoli oratori, ma progetti più ampi, come ricerche o servizi comuni.

Negli workshop pomeridiani si è continuato a discutere su animazione e formazione, su come trasmettere la fede, sull’importanza che riveste lo sport. A conclusione della giornata, mons. Giovanni De Vivo, delegato Cet per la pastorale giovanile, ha presieduto la Messa nella chiesa di San Michele, la chiesa dei giovani nel centro di Arezzo.

Alice Politano

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