Vita Chiesa
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La Polonia e il suo Papa

Dal dicembre 2001 Hanna Suchocka è ambasciatore della Polonia presso la Santa Sede, oltre che membro della Pontificia Accademia delle scienze sociali, nominata da Giovanni Paolo II il 19 gennaio 1994. Specialista in diritto costituzionale, Suchocka è stata primo ministro della Polonia dall'11 luglio 1992 al 26 ottobre 1993, sotto la presidenza di Lech Walesa, unica donna ad aver ricoperto questo ruolo. Anna Kowalewska l'ha intervistata per SIR Europa.

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Dal dicembre 2001 Hanna Suchocka è ambasciatore della Polonia presso la Santa Sede, oltre che membro della Pontificia Accademia delle scienze sociali, nominata da Giovanni Paolo II il 19 gennaio 1994. Specialista in diritto costituzionale, Suchocka è stata primo ministro della Polonia dall'11 luglio 1992 al 26 ottobre 1993, sotto la presidenza di Lech Walesa, unica donna ad aver ricoperto questo ruolo. Anna Kowalewska l'ha intervistata per SIR Europa.

Quando nel 1978 Giovanni Paolo II venne eletto sul soglio di Pietro tra la Polonia e la Santa Sede non c'erano relazioni diplomatiche. Era una situazione un po' particolare…

“La situazione era ancora più paradossale poiché le relazioni diplomatiche tra la Polonia e la Santa Sede sono state instaurate ufficialmente solo vent'anni dopo l'elezione di Giovanni Paolo II, nel 1998. Credo che questo caso sia unico nella storia. Ma è solo uno dei paradossi di un mondo diviso dalla cortina di ferro”.

Lei era a capo del governo quando è stato firmato il concordato tra la Polonia e la Santa Sede, entrato in vigore però solo cinque anni dopo. Come erano in quegli anni le relazioni tra il Vaticano, con il papa polacco, e la Polonia?

“La Polonia, pur non avendo un ambasciatore accreditato, aveva tuttavia a Roma un suo rappresentante per i contatti bilaterali con la Santa Sede. Egli però, non essendo ufficialmente accreditato, era solo l'espressione di un'iniziativa unilaterale delle autorità polacche. In Polonia solo dopo l'elezione di Giovanni Paolo II, negli anni Ottanta, si è cominciato a parlare di una convenzione tra la Santa Sede e le autorità nazionali. Al raggiungimento di tali accordi mirava la Ostpolitik del card. Casaroli. La situazione in Polonia era tuttavia ben diversa da quella di altri Paesi del blocco sovietico: da noi la Chiesa era da sempre fortemente radicata nella società civile e ricopriva un ruolo importante anche sotto un regime programmaticamente ateo. Proprio per questo non si potevano immaginare negoziati tra la Santa Sede e le autorità nazionali senza la partecipazione dell'episcopato locale. E poi con la sua elezione Giovanni Paolo II, in un certo senso, è diventato egli stesso l'ambasciatore della Polonia”.

 

Si può dire che i polacchi siano legati in maniera particolare alla persona di Giovanni Paolo II: un papa, un polacco e un rappresentante di quella Chiesa che nella società polacca ricopre da secoli un ruolo molto importante?

“Senz'altro. Questi tre elementi hanno un valore sostanziale per i polacchi e per il loro modo di percepire l'importanza di Giovanni Paolo II. Egli stesso, nonostante non l'avesse mai detto apertamente, sapeva di essere percepito in Polonia come una guida spirituale. I polacchi che, soprattutto prima del 1990, venivano a Roma e in Vaticano lo consideravano un importante riferimento morale, una personalità per loro fonte di speranza per un futuro libero dal giogo comunista. Alcuni, anche italiani, accusano i polacchi di appropriarsi di quel papa in modo eccessivo ma, mentre ci sono stati tanti pontefici italiani, Wojtyla finora è l'unico papa polacco e nei tempi difficili è stato per noi una guida e una speranza”.

La Polonia è oggi un paese moderno. Alcuni dicono però che sia entrata in Europa grazie a papa Wojtyla. È vero che egli è stato il garante dell'adesione della Polonia all'Ue?

“Penso che papa Wojtyla abbia scommesso sull'Europa. Era convinto che l'Europa dovesse unirsi, che non potesse più essere divisa. Era anche convinto che ogni parte di quell'Europa divisa avesse dei valori da offrire a un continente comune. Nel 2003, poco prima del referendum in Polonia sull'adesione all'Ue, Giovanni Paolo II disse molto chiaramente che l'Europa aveva bisogno della Polonia così come la Polonia aveva bisogno dell'Europa. Personalmente credo che, se non ci fosse stato il Papa a dirlo con grande chiarezza, il referendum avrebbe potuto anche avere un esito diverso. Molti mi hanno detto che quelle parole del Papa hanno fugato i loro dubbi. All'epoca in Polonia c'erano degli euroscettici, ma anche molte persone indecise. Molti tra questi ultimi hanno votato per il sì proprio perché Giovanni Paolo II voleva un'Europa unita. Quest'Europa però doveva essere un continente unito dai valori e non solo una comunità economica”.

La Polonia, dove il cristianesimo è così fortemente radicato nella società civile, potrebbe diventare il motore di un'Europa davvero cristiana?

“Abbiamo i nostri valori e le nostre tradizioni cristiane alle quali siamo molto legati, ma penso che oggi la Polonia abbia anche delle valide soluzioni giuridiche, come per esempio la nostra Costituzione nella quale con un linguaggio moderno s'introducono riferimenti al cristianesimo. Questa Costituzione da altri Paesi, come l'Ucraina, è stata presa come modello. A Bruxelles il ministro degli esteri polacco ha parlato non molto tempo fa della necessità di difendere i valori cristiani e condannare le persecuzioni religiose dei fedeli di Cristo. Siamo quindi polacchi, ma cresciuti in un'Europa cristiana e consci delle nostri radici”.

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