Vita Chiesa
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Dal n. 23 del 18 giugno 2006

La bellezza di rendersi inutili

La nostra società divide le cose, le esperienze e, purtroppo, persino le persone, in due categorie: quella dell'utile e quella dell'inutile. «Utile», dal latino «utor», significa, alla lettera, «usabile». L'uomo, perciò, si pone davanti alla vita e al mondo in atteggiamento di sfruttamento. Cerca ciò che può utilizzare, tralascia ciò che non sfocia in un guadagno economico, sociale o affettivo che sia. Ognuno di noi può, a volte, essersi sentito inutile, a causa dell'età anziana o troppo giovane, di un lavoro poco appagante, di una vita che non riesce ad affacciarsi all'esterno della propria cerchia di familiari e amici.

Ci sentiamo inutili al mondo, alla società, alla Chiesa, alla famiglia. Ci sentiamo «non utilizzabili» per un miglioramento degli altri, per un cambiamento della storia. Questa esperienza, però, forse nasconde una grande scoperta. «Siate servi inutili», dice Gesù nel Vangelo. Che significa: siate «inutilizzabili». Siate gratuiti. Siate semplicemente quello che siete: questo sarà il più bel regalo per il vostro tempo. E non poteva dirci niente di più difficile! Scoprire quello che siamo nel più profondo di noi stessi, ma che fatica a venire fuori perché nascosto dai rovi e dalle erbacce dell'egoismo, della superbia, della paura, è realmente impegnativo. Richiede un lavoro di pulizia interiore non indifferente. Riportare alla luce un bel dipinto quando altri strati sovrapposti di colore e disegni ne hanno nascosto il primitivo splendore, richiede grande abilità, pazienza, attenzione, amore per il vero che, sotto, si cela. Richiede desiderio, passione per la purezza e per la bellezza, cioè per la verità.

Scoprirsi inutili, allora, è capire che ogni persona, e anche ogni cosa, ha senso non per ciò che produce, ma per ciò che è. Ognuno di noi è chiamato a occupare il proprio posto nel mondo, arricchendo l'universo con la sua preziosissima presenza. Sentirci inutili può aiutarci a capire che nessuno vale per ciò che costruisce, ma per ciò che è. Quando, all'ultima cena, Gesù ci lascia il suo Corpo e il suo Sangue come memoriale della sua Pasqua, ci insegna che quando ci scopriremo piccoli e «inutilizzabili», faremo esperienza della nostra vera ricchezza. Quando la nostra vita diventerà silenzio, sull'esempio dell'Eucaristia, allora noi saremo una «parola» veramente efficace per il mondo. La strada, allora, è la croce, ovvero la fatica di ritornare ad essere noi stessi, di riscoprire ciò che c'è in fondo a ognuno di noi. Dio non esiste per creare ma, semplicemente, crea perché esiste, perchè «è» in pienezza.
Alcune persone anziane si sentono inutili: eppure, non sono forse le più autentiche, perché più vicine a Dio nella loro essenzialità? Non sono forse le più simili a Lui, le più avanti in quel cammino di ritorno all'innocenza e alla semplicità dei bambini che, sole, ci permettono di entrare nel Regno dei cieli?
Suor Mirella Caterina
delle contemplative domenicane di Pratovecchio

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