Vita Chiesa
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La guerra frena il cammino ecumenico: «Ripartiamo dal fare il bene insieme». Intervista al vescovo Filippini

Si apre oggi la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio. Un appuntamento che arriva quest’anno in un momento in cui le tensioni internazionali pesano anche nelle relazioni fra le Chiese. L'intervista al vescovo di Pescia, Roberto Filippini, delegato della Conferenza episcopale toscana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Percorsi: filippini
Filippini

La Settimana ecumenica è l’occasione per fare il punto sul cammino verso l’unità.
«Il cammino sta proseguendo la sua marcia lenta e graduale, con momenti in cui sembra che la velocità abbia delle accelerazioni e momenti in cui il passo sembra rallentare o addirittura fermarsi. Certamente ci sono degli eventi che in questo ultimo anno hanno inferto delle ferite profonde nel panorama generale dell’ecumenismo, penso a quello che sta accadendo nel mondo dell’ortodossia. Questo purtroppo aveva avuto già dei segnali inquietanti per i malintesi e le incomprensioni, e anche le lacerazioni fra la Chiesa ortodossa russa e quella ucraina, e di rimando quella greca. Tutto ciò si è aggravato ulteriormente con l’aggressione della Russia all’Ucraina e con la presa di posizione del patriarca Kirill, che pone tanti interrogativi e fa soffrire chi sta cercando faticosamente l’unità e la comunione.
Per il resto, la ricerca di unità continua, e continua nelle sue piste tradizionali: quella di un ecumenismo teologico, dottrinale, attraverso il lavoro delle diverse commissioni, a un livello più intellettuale, che dà anche dei bei frutti. Ma anche quella di un ecumenismo di base, pratico, nella collaborazione far le Chiese per l’impegno della carità e della giustizia, che viene promosso in modo particolare dalla settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno. Poi c’è l’ecumenismo della preghiera, l’ecumenismo spirituale, che è meno visibile per certi versi, per altri è anche tangibile negli incontri fraterni. Dobbiamo continuare a sperare e a impegnarsi in maniera ostinata e fedele».
Qual è la situazione a livello locale? La Toscana ha una grande tradizione ecumenica, e anche quest’anno sono in programma tantissime iniziative ecumeniche nei vari territori...
«Intanto guardiamo a ciò che avviene nelle nostre Chiese diocesane, in casa cattolica. Direi che non è ancora un tema così centrale, così sentito da poter dire che sia un impegno condiviso dalla gran parte del popolo credente e praticante. È ancora un tema che affascina e appassiona piccoli gruppi, magari dove si realizzano delle esperienze di dialogo e di preghiera comune, o di ascolto comune della Parola. Ma sono abbastanza rare. Quindi l’impegno dei delegati per l’ecumenismo e degli uffici per l’ecumenismo e il dialogo, che ci sono in tutte le diocesi, deve puntare proprio a sensibilizzare maggiormente tutto il popolo cattolico. Penso che uno dei luoghi sia proprio in questo momento il Cammino sinodale, dove vivendo l’esperienza dell’ascolto, del confronto, del dialogo, dello scambio di esperienze spirituali, si metta in luce anche l’importanza di questa realtà che è la ricerca dell’unità fra coloro che credono nell’unico Signore».
Il Cammino sinodale può essere occasione per incontrare le Chiese sorelle
«Certo, quando questo è possibile. E più in generale, può essere l’occasione in cui le persone che sentono questa problematica, quest’urgenza, possono farla percepire anche agli altri. L’occasione per diffondere la ricerca ecumenica».
Il tema di quest’anno è un invito a «fare il bene».
«Ogni anno il tema della Settimana viene scelto e modulato, elaborando una proposta offerta a tutto il mondo, da una commissione di vari Paesi. Quest’anno è stato fatto negli Stati Uniti, e per essere più precisi nel Minnesota. Il Consiglio delle Chiese cristiane del Minnesota ha affidato questo compito a una commissione che ha lavorato a partire da una delle esperienze più dolorose di questo Stato, l’esperienza del razzismo e delle lotte razziali, con alcuni eventi che hanno segnato una storia lunga, attraverso diversi secoli, segnata da eventi come una strage, con l’uccisione di massa degli indigeni Dakota, nel 1862 fino all’uccisione dell’afroamericano George Floyd avvenuta il 25 maggio del 2020, che è diventata una delle cause del movimento Black lives matter. È proprio a partire da questa storia dolorosa che è stato scelto il testo dal primo capitolo del libro di Isaia che dà il titolo, e viene meditato lungo tutta la Settimana: “imparate a fare il bene, cercate la giustizia”. Un testo che chiede di vivere una relazione con Dio, e quindi un culto a Lui gradito, attraverso l’impegno della giustizia, della liberazione degli oppressi, l‘impegno sociale. La proposta è quella di fondere in maniera seria la fede e la prassi, perché questo è ciò che il Signore vuole dai suoi fedeli. Scegliere questa problematica per certi versi è riprendere il cammino ecumenico dai suoi inizi. Il movimento ecumenico prende il via agli inizi del Novecento, nel 1910, in un congresso missionario a Edimburgo, di missionari evangelici che venivano da diverse confessioni ecclesiali e che denunciavano lo scandalo del presentarsi divisi dinanzi al mondo da evangelizzare. Una delle prime proposte fu appunto quella di unirsi nell’assistenza, nell’impegno della carità, nell’operare il bene. Per questo motivo nacque un movimento che prese il nome di “Life and work”, vita e opere. Poi in un secondo momento si aggiunse un’altra associazione che si propose di lavorare sui temi della fede, della dottrina, dell’istituzione: “Faith and order”. Dunque la proposta di quest’anno mi sembra che sia in linea con questa storia ecumenica, che vuole armonizzare sempre più la vita, le opere, l’impegno per il prossimo, per un’umanità fraterna, con la fede nell’unico Signore. D’altra parte questo è stato anche l’impegno del magistero pontificio, penso ai grandi insegnamenti del papa emerito Benedetto XVI, penso ai grandi documenti di Francesco, Laudato si’ e Fratelli tutti. Su queste basi l’ecumenismo può riprendere vigore e passione.

La guerra frena il cammino ecumenico: «Ripartiamo dal fare il bene insieme». Intervista al vescovo Filippini
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