Vita Chiesa
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Dal n. 43 del 3 dicembre 2006

La teologia cerca spazio nel panorama culturale

Lo studio della teologia accenda in voi il desiderio di conoscere e di amare il Signore Gesù». È l'esortazione che il cardinale Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze e Gran Cancelliere della Facoltà Teologica per l'Italia Centrale, ha rivolto a studenti e docenti della Facoltà riuniti martedì scorso per la cerimonia di inaugurazione del nuovo Anno Accademico. La prolusione era affidata al cardinale Albert Vanhoye, gesuita, docente e Rettore emerito del Pontificio Istituto Biblico a Roma.
DI RICCARDO BIGI

La teologia cerca spazio nel panorama culturale

di Riccardo Bigi
Lo studio della teologia accenda in voi il desiderio di conoscere e di amare il Signore Gesù». È l'esortazione che il cardinale Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze e Gran Cancelliere della Facoltà Teologica per l'Italia Centrale, ha rivolto a studenti e docenti della Facoltà riuniti martedì scorso per la cerimonia di inaugurazione del nuovo Anno Accademico.

Giunta al suo decimo anno di vita, la Facoltà Teologica si presenta come una realtà in crescita, il cui prestigio si va sempre più affermando all'interno del panorama culturale toscano e nazionale. «La teologia come interrogativo sulle ragioni della fede - ha sottolineato il Preside don Andrea Bellandi, richiamandosi al concetto espresso più volte da Benedetto XVI - deve avere uno spazio ben riconosciuto all'interno della cultura del nostro tempo: gli interrogativi più profondamente umani non possono essere relegati nell'ambito del soggettivo e della discrezionalità personale. Le scienze positive non possono pretendere di offrire una rappresentazione completa del mondo: la filosofia e la teologia possono portare il loro originale contributo». Don Bellandi ha ricordato, tra le varie attività, la biblioteca che ha visto nell'ultimo periodo un importante lavoro di catalogazione e informatizzazione e l'acquisizione di alcuni fondi librari, tra cui quello del pastore Piero Bensi. Da ricordare anche il successo riscosso dal master in architettura di chiese e dai corsi su teologia e arte.

Don Alfredo Jacopozzi, direttore dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose «Ippolito Galantini», collegato alla Facoltà, ha ricordato che l'Istituto ha raggiunto i 180 studenti e ha visto, quest'anno, il maggior numero di nuovi iscritti. «Non offriamo, come a volte viene detto con una banalizzazione, una “teologia per laici”. La nostra è piuttosto una realtà accademica di confine, in cui la teologia si trova a stretto contatto con le scienze umane». Illustrando le attività dell'Istituto don Jacopozzi ha rivolto anche una domanda alle parrocchie: «Interessa davvero avere operatori pastorale che abbiano una formazione teologica forte?» Una domanda che nasce dalla constatazione che spesso, purtroppo, ci sono membri di consigli pastorali, animatori della liturgia o della carità che svolgono molto bene i loro compiti ma la cui conoscenza di questioni dogmatiche, di teologia morale o di dottrina sociale è pressoché nulla.

Ai vari interventi introduttivi è seguita la prolusione, affidata al cardinale Albert Vanhoye, gesuita, docente e Rettore emerito del Pontificio Istituto Biblico a Roma. Vanhoye, 82 anni, è uno dei più grandi biblisti viventi: Benedetto XVI lo ha voluto elevare alla dignità cardinalizia, nell'ultimo Concistoro, definendolo «un grande esegeta». Nel suo lungo e apprezzato discorso ha parlato della fede nella lettera di Paolo ai Galati. La fede, ha spiegato, indica nel linguaggio di San Paolo non tanto l'insieme delle verità che il cristiano deve credere, quanto la relazione personale con Cristo. Comunicare la fede, ha sottolineato quindi il cardinale Vanhoye, significa invitare le persone a una adesione a Cristo.

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Davide 30/12/2006 00:00
Riconosco indubbiamente da studente di una facoltà teologica la pertinenza di un raffronto forte con la cultura e tuttavia la teologia non deve smettere di porsi in termini teoretici altamente propositivi in un'indagine del mistero che non indulga alla facile deriva opinionistica o del fai-da-te della fede vissuta quale metro della propria referenzialità.
Spero di non essere frainteso o che il mio linguaggio risulti tale. E'ammissibile il confronto ma c'è da pensare a che livello e con chi e con quali obiettivi.
Che la teologia debba far amare di più Gesù Cristo non è immediatamente fondato. Certo San Tommaso affermava che teologo in senso stretto lo poteva essere solo il credente e tuttavia teologia non è religione non è catechismo non è una riflessione biblica spontanea in un incontro parrocchiale.
Non intendo affatto sminuire tutti gli ambiti di maturazione della fede sopra citati ma tutti sono specifici e irriducibili, in questo senso differenti e con fini specifici che non separano ma distinguono le pertinenze.
A questo punto riformulo la domanda: "Cosa cerca la cultura del teologo, forse che le faccia un po' di catechismo o che lo incanti con suggetive esperienze di conversione?".
Al teologo l'opera sua con mezzi e fini propri.

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