Vita Chiesa
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Papa Francesco ai terremotati: «ricostruire, ricominciare ma senza perdere la capacità di sognare»

«Ricostruire i cuori prima delle case». Così il Papa ai circa 7mila terremotati del Centro Italia ricevuti questa mattina nell'Aula Paolo VI in Vaticano. Francesco, in un discorso tutto a braccio, ha parlato della sofferenza, del rispetto, delle ferite di chi ha pianto la scomparsa dei propri cari e ha perso ogni cosa, tranne la speranza. Prima del suo intervento, la testimonianza di un parroco e di un terremotato.

Papa francesco saluta alcuni sindaci delle zone terremotate

Il Papa ha fatto il suo ingresso in Aula Paolo VI alle 11.15 circa, dove lo attendeva una folla festante in fila ordinata ai varchi d’ingresso fin dalle prime ore di questa mattina. L’udienza con le persone del Centro Italia colpite dai terremoti del 24 agosto, del 26 e del 30 ottobre si è aperta con il «pellegrinaggio», lungo il corridoio centrale, della Croce della Giornata mondiale della Gioventù, portata a spalla da alcuni giovani terremotati. Presenti all’appuntamento con Papa Francesco, oltre ai vescovi delle zone colpite dal terremoto, anche i sindaci dei comuni terremotati di Marche, Umbria, Lazio ed Abruzzo, Vasco Errani, commissario straordinario del governo per la ricostruzione nei territori colpiti dal terremoto, e Fabrizio Curcio, capo del dipartimento della Protezione Civile. Presenti anche rappresentanti dei Vigili del Fuoco e della Sovrintendenza. Papa Francesco si era recato in visita alle popolazioni terremotate il 4 ottobre scorso, invitandole ad «andare avanti» con coraggio, insieme, all’insegna della speranza. Ora un nuovo incontro, scandito dagli abbracci e dai baci ai bambini, protagonisti degli appuntamenti con il Papa, come nelle udienze generali. In sottofondo, un brano tratto da «Forza venite gente» di Michele Paolicelli.

Il «grazie» del parroco. «Grazie, Santo Padre, per aver desiderato incontrarci e per averci accolti oggi nella Sua casa. Questo luogo mi piace chiamarlo così perché per noi che abbiamo perduto le nostre case, questa parola ha il sapore della nostalgia e insieme quello della speranza nel futuro. Ci sentiamo oggi radunati nella ‘sala grande’ della Sua casa. Grazie». È iniziato così, con un «grazie» il saluto di don Luciano Avenati, parroco dell’abbazia di s. Eutizio (diocesi Spoleto-Norcia), a Papa Francesco, nel corso dell’udienza oggi in Aula Paolo VI. «Sono qui a testimoniare la sofferenza che ha fortemente segnato la gente del territorio in cui vivo, come anche gli altri territori di tutta la zona della Valnerina colpiti dal terremoto. Ma soprattutto voglio testimoniare la fortezza d’animo, il coraggio, la tenacia, e insieme la pazienza, la solidarietà nell’aiuto vicendevole della mia gente – ha aggiunto il parroco – e quindi la fede che trova in questi atteggiamenti l’espressione di una grande umanità. Devo dire dunque che sono orgoglioso della mia gente. E se io sono stato un sostegno per loro, loro sono stati la mia forza». Nelle parole del sacerdote è emerso tutto l’amore della gente terremotate per la propria terra, quell’amore, ha spiegato, che «ci ha fatto rimanere anche quando ci è stato proposto di vivere l’emergenza altrove. La nostra terra si sarebbe sentita ferita ancora di più, e questa volta non dal terremoto ma da noi».

«Mai pensato di partire». Poi il racconto di quei giorni dopo il sisma: «Abbiamo vissuto insieme dormendo in macchina, poi nelle tende, poi nelle roulottes, ed ora qualcuno comincia a sistemarsi in piccole casette». In tutto questo, ha sottolineato il parroco, «siamo cresciuti nelle relazioni umane e fraterne; sono avvenute alcune riconciliazioni; in una parola abbiamo perso le case ma siamo diventati una grande famiglia. E in questi giorni di Natale ci siamo detti più volte che non dobbiamo sentirlo come il più brutto della nostra vita, ma forse il più vero, quello che ci fa sentire più vicini a Gesù che è nato fuori casa (e noi siamo fuori casa), e che ha piantato la tenda in mezzo a noi (e noi siamo stati e in parte siamo ancora nelle tende). Siamo terremotati nel corpo ma non nell’anima». Da qui il «grazie» al Papa per la «sua vicinanza, affetto, preghiera», per il sostegno dato con «la sua visita, e il suo ricordo continuo e dal suo aiuto concreto fatto pervenire anche a noi parroci». «Grazie» che don Avenati ha voluto estendere all’arcivescovo di Norcia, monsignor Renato Boccardo. Concludendo la sua testimonianza il sacerdote ha rivelato che né lui né gli altri parroci della zona, hanno mai pensato di partire. «Per restare non ho avuto mai bisogno di pensarci: il pastore non lascia mai le sue pecore, soprattutto se sono stanche, smarrite e ferite. Santo Padre, preghi per noi ancora perché siamo forti e determinati nel ricostruire le nostre case e le nostre chiese (le abbiamo perse tutte e con esse quasi mille anni di storia); preghi perché siano impastate di sicurezza, di fede e di amore vicendevole. E in tutto questo quanti a livello pubblico sono preposti alla ricostruzione siano rapidi, onesti, preoccupati unicamente del bene della gente».

La testimonianza di una famiglia di terremotati. «Sostenerci con la preghiera affinché ricostruiamo i cuori ancor prima delle case»: è la preghiera che Raffaele e Iole Festa, famiglia terremotata di Cascello, una piccola frazione di Amatrice (Rieti), ha rivolto a Papa Francesco. Raffaele e Iole, insieme ai loro due figli, Leonardo e Lavinia, hanno portato la loro testimonianza al Pontefice, rievocando quella notte del 24 agosto, «quando il terremoto ha cambiato ogni cosa. Ricordo la scossa che, in quegli interminabili secondi, nel cuore della notte ha fatto tremare tutti e tutto. In un primo momento io e mia moglie ci siamo subito abbracciati ma, appena razionalizzato che era stato il terremoto a svegliarci, al buio e senza pensarci troppo siamo andati a tirare fuori dalla camera i bambini per uscire da casa». Poi la fuga in strada, aprendo il portone bloccato dalle pietre cadute. «Le grida dei vicini, ancora intrappolati in casa mi hanno fatto lasciare mio figlio in braccio a non so chi per soccorrere una famiglia che aveva casa col soffitto crollato – ha proseguito Festa – successivamente mi sono diretto al furgone da lavoro e rimediare qualche attrezzo per tagliare il ferro e liberare una seconda famiglia intrappolata in casa. La mano di Qualcuno mi ha guidato nel trovare subito il necessario ed aiutare i vicini, ormai in preda al panico». «Da quel giorno – ha poi concluso – la nostra vita certamente non è più la stessa. La casa dei nostri sogni è ormai demolita, ma la nostra vita è salva! Tuttavia, la fortuna di essere usciti vivi da quell’inferno non potrà mai cancellare il dolore di aver perso tanti amici. Chiediamo a Lei, Santità, di sostenerci con la preghiera affinché ricostruiamo i cuori ancor prima delle case».

«Il peggio che si può fare è un sermone». «Ho voluto prendere le vostre parole per farle mie, perché nella vostra situazione il peggio che si può fare è fare un sermone».  Con queste parole il Papa ha riassunto il suo discorso, durato poco più di un quarto d’ora e pronunciato interamente a braccio, e impostato come «risonanza» delle due testimonianze ascoltate poco prima in Aula Paolo VI. «Ho voluto soltanto prendere quello che dice il vostro cuore, farlo proprio e dirlo con voi e fare poi una riflessione su questo», ha spiegato il Papa al termine del suo discorso. E ancora: «Voi sapete che vi sono vicino. Vi dico una cosa: quando mi sono accorto di quello che era accaduto quella mattina –  appena svegliato ho trovato un biglietto dove si parlava delle due scosse –  due cose ho sentito: ci devo andare e poi ho sentito dolore. E con questo dolore sono andato a celebrare la Messa da solo». «Grazie per essere venuti oggi e in alcune udienze di questi mesi», l’omaggio di Francesco: «Grazie di tutto quello che voi avete fatto per aiutarci, per ricostruire i cuori, le case, il tessuto sociale, anche per ricostruire col vostro esempio l’egoismo del nostro cuore, di tutti noi che non abbiamo sofferto questo. Grazie tanto a voi, vi sono vicino». Infine il Papa ha ringraziato i vigili del fuoco, i volontari della protezione civile, i sindaci, le autorità e «anche tutti quelli che si sono immischiati nel dolore vostro: tutti».

«Ricostruire, ricominciare sì, ma anche ricominciare senza perdere la capacità di sognare, di riprendersi. Avere il coraggio di sognare una volta in più». È l’invito rivolto dal Papa che ha parlato delle «parole che più hanno toccato» il suo cuore. La prima, ha detto Francesco, è una parola che «è stata come un ritornello: ricostruire». «Ricostruire i cuori ancor prima delle case», hanno detto gli interlocutori che lo hanno preceduto: «Ricostruire i cuori, ricostruire il tessuto sociale e umano, la comunità ecclesiale. Ricostruire». A questo punto Francesco ha citato la testimonianza di un uomo che ha incontrato il 4 ottobre, quando è andato a far visita alle zone terremotate: «Mi viene in mente quell’uomo che mi ha detto: per la terza volta ricomincerò a costruire la mia casa». «Ricominciare, non lasciarsi andare dicendo ‘ho perso tutto’, non lasciarsi amareggiare», l’invito del Papa: «Il dolore è grande, ricostruire col dolore. Le ferite del cuore ci sono, voi avete perso gente della vostra famiglia. I cuori sono feriti».

«Ricostruire i cuori» non vuol dire «domani sarà meglio, non è ottimismo»:  «non c’è posto per l’ottimismo qui, per la speranza sì, ma non per l’ottimismo, perché l’ottimismo è un atteggiamento che serve un po’ un momento, ti porta avanti, ma non ha sostanza», ha detto il Papa, nel discorso pronunciato a braccio. «Oggi serve la speranza per ricostruire, e questo si fa con le mani», ha proseguito Francesco citando la testimonianza di Raffaele  Festa, che «ha parlato delle mani, del primo abbraccio a sua moglie, poi di quando ha preso i bambini per tirarli fuori dalla casa. Le mani. Quelle mani che aiutano i familiari a liberarsi dai calcinacci. Quella mano di chi lascia il proprio figlio nelle mani di non so chi per andare ad aiutare un altro». «Per ricostruire ci vogliono il cuore e le mani, le nostre mani, le mani di tutti», l’invito del Papa: «Le mani con le quali diciamo che Dio, come un artigiano, ha fatto il mondo; le mani che guariscono. A me piace agli infermieri, ai medici benedire le mani, perché servono per guarire. Le mani di tanta gente che vi ha aiutato a uscire da questo incubo, da questo dolore. Le mani dei vigili del fuoco, tanto bravi. Le mani di tutti quelli che hanno detto: ‘io do il meglio’, la mano di Dio».

«Non ferire di più quello che è ferito». È un altro degli imperativi del discorso appassionato, pronunciato interamente a braccio, del Papa in Aula Paolo VI. Francesco si è detto particolarmente colpito dalla testimonianza delle popolazioni colpite dal terremoto, e soprattutto dalle parole del parroco di Preci, che ha detto: «Noi siamo rimasti lì per non ferire di più la nostra terra».  «Non ferire con parole vuote, tante volte, o con notizie che non hanno il rispetto, la tenerezza davanti al dolore», ha tradotto il Papa: «Alcuni hanno perso tanto, la casa, i figli, i genitori, ma non ferire: il silenzio, le carezze, la tenerezza del cuore ci aiuta a non ferire. E anche si fanno miracoli nei momenti dei dolori. Ci sono state riconciliazioni, ha detto il parroco. Si lasciano da parte vecchie storie e ci si ritrova insieme in un’altra situazione. Ritrovarsi, col bacio, con l’abbracio, con l’aiuto mutuo, anche con il pianto». «Piangere solo fa bene, è un’espressone davanti a noi stessi e a Dio, ma piangere insieme è meglio», il consiglio di Francesco: «Ci ritroviamo piangendo insieme».

Le virtù delle popolazioni colpite dal terremoto. «Fortezza d’animo, coraggio, tenacia, dignità, pazienza, solidarietà nell’aiuto vicendevole. Questo si chiama essere ‘ben-nati’. Bien nascido, nato bene». Sono le virtù delle popolazioni colpite dal terremoto elogiate dal Papa, nel discorso ai terremotati, in cui ha fatto sue le virtù elencate da don Luciano Avenati, parroco dell’Abbazia di Sant’Eutizio a Preci, come peculiari del popolo che ha in cura d’anime. «E lui, come pastore, dice di essere orgoglioso della sua gente», ha sottolineato Francesco: «Anche io devo dire che sono orgoglioso dei parroci che non hanno lasciato la loro terra. È una cosa buona avere pastori che quando vedono il lupo non corrono». Poi il commento del Papa a un’altra frase, questa volta ascoltata nella testimonianza di Raffaele Festa e della sua famiglia scampata al sisma: «Oggi la nostra vita non è la stessa. È vero, siamo usciti salvi, ma abbiamo perso, salvi ma sconfitti». «La ferita si guarisce, dalle ferite guariamo, ma le cicatrici rimarranno per tutta la vita e saranno il ricordo di questo momento di dolore», ha osservato il Papa: «Sarà una vita con una cicatrice in più, non è la stessa di prima. Sì, c’è la fortuna di essere usciti vivi, ma non è lo stesso di prima». La parola che accomuna queste due testimonianze, per Francesco, è «vicinanza»:  «Siamo stati vicini e rimaniamo vicini l’uno all’altro, e la vicinanza ci fa più umani, più coraggiosi». «Una cosa è andare solo sulla strada della vita, una cosa è andare per mano con altri», ha sottolineato il Papa: «E questa vicinanza voi l’avete sperimentata».

Fonte: Sir
Papa Francesco ai terremotati: «ricostruire, ricominciare ma senza perdere la capacità di sognare»
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