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Papa Francesco, dare dignità al lavoro, urge una riforma economica

«Costruire un nuovo futuro del lavoro fondato su condizioni lavorative decenti e dignitose»: è l'invito di Papa Francesco nel videomessaggio ai partecipanti alla Conferenza Internazionale del Lavoro, al via oggi a Ginevra. Nel 2020 c'è stata "una perdita di posti di lavoro senza precedenti", ricorda il Papa. Ecco il testo integrale.

Percorsi: Lavoro - Papa Francesco
Papa Francesco

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELLA 109.ma
CONFERENZA INTERNAZIONALE DEL LAVORO 

[Multimedia]

 

 

Signor Presidente della Conferenza Internazionale del Lavoro,
Stimati Rappresentanti dei Governi, delle Organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori,

Ringrazio il Direttore Generale, il signor Guy Ryder, che tanto cortesemente mi ha invitato a presentare questo messaggio al Vertice sul mondo del lavoro. Questa Conferenza è stata convocata in un momento cruciale della storia sociale ed economica, che presenta gravi e vaste sfide per il mondo intero. Negli ultimi mesi, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, attraverso i suoi resoconti periodici, ha svolto un lavoro encomiabile, dedicando particolare attenzione ai nostri fratelli e sorelle più vulnerabili.

Durante la persistente crisi, dovremmo continuare a esercitare una “cura particolare” del bene comune. Molti degli sconvolgimenti possibili e previsti ancora non si sono manifestati, pertanto si richiederanno decisioni attente. La diminuzione delle ore di lavoro negli ultimi anni si è tradotta sia in perdita di posti di lavoro sia in una riduzione della giornata lavorativa di quanti mantengono il proprio lavoro. Molti servizi pubblici, come pure imprese, hanno dovuto far fronte a difficoltà tremende, alcuni correndo il rischio di fallimento totale o parziale. In tutto il mondo abbiamo osservato nel 2020 una perdita di posti di lavoro senza precedenti.

Con la fretta di tornare a una maggiore attività economica, al termine della minaccia del Covid-19, evitiamo le passate fissazioni sul profitto, l’isolamento e il nazionalismo, il consumismo cieco e la negazione delle chiare evidenze che segnalano la discriminazione dei nostri fratelli e sorelle “scartabili” nella nostra società. Al contrario, ricerchiamo soluzioni che ci aiutino a costruire un nuovo futuro del lavoro fondato su condizioni lavorative decenti e dignitose, che provenga da una negoziazione collettiva, e che promuova il bene comune, una base che farà del lavoro una componente essenziale della nostra cura della società e della creazione. In tal senso, il lavoro è veramente ed essenzialmente umano. Di questo si tratta, che sia umano.

Ricordando il ruolo fondamentale che svolgono questa Organizzazione e questa Conferenza come ambiti privilegiati per il dialogo costruttivo, siamo chiamati a dare priorità alla nostra risposta ai lavoratori che si trovano ai margini del mondo del lavoro e che si vedono ancora colpiti dalla pandemia di Covid-19; i lavoratori poco qualificati, i lavoratori a giornata, quelli del settore informale, i lavoratori migranti e rifugiati, quanti svolgono quello che si è soliti denominare “il lavoro delle tre dimensioni”: pericoloso, sporco e degradante, e l’elenco potrebbe andare avanti.

Molti migranti e lavoratori vulnerabili, insieme alle loro famiglie, generalmente restano esclusi dall’accesso a programmi nazionali di promozione della salute, prevenzione delle malattie, cure e assistenza, come pure dai piani di protezione finanziaria e dai servizi psicosociali. È uno dei tanti casi di quella filosofia dello scarto che ci siamo abituati a imporre nelle nostre società. Questa esclusione complica l’individuazione precoce, l’esecuzione di test, la diagnosi, il tracciamento dei contatti e la ricerca di assistenza medica per il Covid-19 per i rifugiati e i migranti, e aumenta quindi il rischio che si producano focolai tra quelle popolazioni. Tali focolai possono non essere controllati o addirittura nascosti consapevolmente, il che costituisce un’ulteriore minaccia per la salute pubblica [1].

La mancanza di misure di tutela sociale di fronte all’impatto del Covid-19 ha provocato un aumento della povertà, la disoccupazione, la sottoccupazione, l’incremento della informalità del lavoro, il ritardo nell’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, il che è molto grave, l’aumento del lavoro infantile, il che è ancora più grave, la vulnerabilità al traffico di persone, l’insicurezza alimentare e una maggiore esposizione all’infezione tra popolazioni come i malati e gli anziani. A tale riguardo ringrazio per questa opportunità di esporre alcune preoccupazioni e osservazioni chiave.

In primo luogo, è missione fondamentale della Chiesa fare appello a tutti a lavorare congiuntamente, con i governi, le organizzazioni multilaterali e la società civile, per servire e prendersi cura del bene comune e garantire la partecipazione di tutti in questo impegno. Nessuno dovrebbe essere lasciato da parte in un dialogo per il bene comune, il cui obiettivo è, soprattutto, costruire, consolidare la pace e la fiducia tra tutti. I più vulnerabili — i giovani, i migranti, le comunità indigene, i poveri — non possono essere lasciati da parte in un dialogo che dovrebbe riunire anche governi, imprenditori e lavoratori. È altresì essenziale che tutte le confessioni e le comunità religiose s’impegnino insieme. La Chiesa ha una lunga esperienza nella partecipazione a questi dialoghi attraverso le sue comunità locali, movimenti popolari e organizzazioni, e si offre al mondo come costruttrice di ponti per aiutare a creare le condizioni di tale dialogo o, ove opportuno, aiutare a facilitarlo. Questi dialoghi per il bene comune sono essenziali al fine di costruire un futuro solidale e sostenibile della nostra casa comune e dovrebbero tenersi a livello sia comunitario sia nazionale e internazionale. E una delle caratteristiche del vero dialogo è che quanti dialogano siano sullo stesso piano di diritti e doveri. E non che uno che ha meno diritti o più diritti dialoghi con uno che non li ha. Lo stesso livello di diritti e doveri garantisce così un dialogo serio.

In secondo luogo, è anche essenziale per la missione della Chiesa garantire che tutti ottengono la protezione di cui hanno bisogno a seconda delle loro vulnerabilità: malattia, età, disabilità, dislocamento, emarginazione o dipendenza. I sistemi di protezione sociale, che a loro volta stanno affrontando rischi importanti, devono essere sostenuti e ampliati per assicurare l’accesso ai servizi sanitari, all’alimentazione e ai bisogni umani di base. In tempi di emergenza, come la pandemia di Covid-19, si richiedono misure speciali di assistenza. Un’attenzione particolare alla prestazione integrale ed efficace di assistenza attraverso i servizi pubblici è a sua volta importante. I sistemi di protezione sociale sono stati chiamati ad affrontare molte delle sfide della crisi, e allo stesso tempo i loro punti deboli sono diventati più evidenti. Infine, si deve garantire la protezione dei lavoratori e dei più vulnerabili mediante il rispetto dei loro diritti fondamentali, incluso il diritto della sindacalizzazione. Ossia, unirsi in un sindacato è un diritto. La crisi del Covid ha già inciso sui più vulnerabili e questi non dovrebbero vedersi colpiti negativamente dalle misure per accelerare una ripresa che s’incentri unicamente sugli indicatori economici. Ossia, qui c’è anche bisogno di una riforma del modo economico, una riforma a fondo dell’economia. Il modo di portare avanti l’economia deve essere diverso, deve a sua volta cambiare.

In questo momento di riflessione, in cui cerchiamo di modellare la nostra azione futura e di dare forma a un’agenda internazionale post-Covid-19, dovremmo prestare particolare attenzione al pericolo reale di dimenticare quanti sono rimasti indietro. Corrono il rischio di essere attaccati da un virus ancora peggiore del Covid-19: quello dell’indifferenza egoista. Ossia, una società non può progredire scartando, non può progredire. Questo virus si propaga nel pensare che la vita è migliore se è migliore per me, e che tutto andrà bene se andrà bene per me, e così si inizia e si finisce selezionando una persona al posto di un’altra, scartando i poveri, sacrificando quanti sono rimasti indietro sul cosiddetto “altare del progresso”. È una vera e propria dinamica elitaria, di costituzione di nuove élite al prezzo dello scarto di molta gente e di molti popoli.

Guardando al futuro, è fondamentale che la Chiesa, e pertanto l’azione della Santa Sede con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sostenga misure che correggano situazioni ingiuste o incorrette che condizionano i rapporti di lavoro, rendendoli completamente soggiogati all’idea di “esclusione”, o violando i diritti fondamentali dei lavoratori. Una minaccia la costituiscono le teorie che considerano il profitto e il consumo come elementi indipendenti o come variabili autonome della vita economica, escludendo i lavoratori e determinando il loro squilibrato standard di vita: «Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita» (Evangelii gaudium, n. 53).

L’attuale pandemia ci ha ricordato che non ci sono differenze né confini tra quanti soffrono. Siamo tutti fragili e, al tempo stesso, tutti di grande valore. Speriamo che quanto sta accadendo attorno a noi ci scuota profondamente. È giunto il momento di eliminare le disuguaglianze, di curare l’ingiustizia che sta minando la salute dell’intera famiglia umana. Di fronte all’Agenda dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dobbiamo continuare come abbiamo già fatto nel 1931, quando Papa Pio XI, dopo la crisi di Wall Street e nel bel mezzo della “Grande Depressione”, denunciò l’asimmetria tra lavoratori e imprenditori come una flagrante ingiustizia che concedeva al capitale carta bianca e disponibilità. Diceva così: «Per lungo tempo certamente il capitale troppo aggiudicò a sé stesso. Quanto veniva prodotto e i frutti che se ne ricavavano, ogni cosa il capitale prendeva per sé, lasciando appena all’operaio tanto che bastasse a ristorare le forze» (Quadragesimo anno, n. 55). Persino in quelle circostanze, la Chiesa promosse la posizione secondo cui la remunerazione per il lavoro svolto non solo deve essere destinata a soddisfare i bisogni immediati e attuali dei lavoratori, ma anche ad aprire la capacità dei lavoratori di salvaguardare i risparmi futuri delle loro famiglie o gli investimenti capaci di garantire un margine di sicurezza per il futuro.

Così, fin dalla prima sessione della Conferenza Internazionale, la Santa Sede sostiene una regolamentazione uniforme applicabile al lavoro in tutti i suoi diversi aspetti, come garanzia per i lavoratori [2]. È sua convinzione che il lavoro, e pertanto i lavoratori, possono contare su garanzie, sostegno e rafforzamento se li si protegge dal “gioco” della deregolamentazione. Inoltre le norme giuridiche devono essere orientate verso la crescita dell’occupazione, il lavoro dignitoso e i diritti e i doveri della persona umana. Sono tutti strumenti necessari per il suo benessere, per lo sviluppo umano integrale e per il bene comune.

La Chiesa cattolica e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, rispondendo alle loro differenti nature e funzioni, possono continuare a mettere in atto le loro rispettive strategie, ma possono anche continuare ad approfittare delle opportunità che si presentano per collaborare in un’ampia varietà di azioni importanti.

Per promuovere questa azione comune è necessario intendere correttamente il lavoro. Il primo elemento per detta comprensione ci invita a focalizzare la necessaria attenzione su tutte le forme di lavoro, includendo le forme di impiego non standard. Il lavoro va al di là di ciò che tradizionalmente è conosciuto come “impiego formale” e il Programma di Lavoro Dignitoso deve includere tutte le forme di lavoro. La mancanza di protezione sociale dei lavoratori dell’economia informale e delle loro famiglie li rende particolarmente vulnerabili agli scontri, poiché non possono contare sulla protezione che offrono la previdenza sociale o i regimi di assistenza sociale destinati alla povertà. Le donne dell’economia informale, incluse le venditrici ambulanti e le collaboratrici domestiche, risentono dell’impatto del Covid-19 sotto diversi punti di vista: dall’isolamento all’esposizione estrema a rischi per la salute. Non disponendo di asili nido accessibili, i figli di queste lavoratrici sono esposti a un maggior rischio per la salute, perché le madri devono portarli sul posto di lavoro o lasciarli a casa incustoditi [3]. Pertanto, è particolarmente necessario garantire che l’assistenza sociale giunga all’economia informale e presti speciale attenzione ai bisogni particolari delle donne e delle bambine.

La pandemia ci ricorda che molte donne di tutto il mondo continuano ad anelare alla libertà, alla giustizia e all’uguaglianza tra tutte le persone umane: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico, c’è ancora molto da crescere in alcuni paesi. Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù [...]. Penso alla [...] disuguaglianza dell’accesso a posti di lavoro dignitosi e ai luoghi in cui si prendono le decisioni» (Amoris laetitia, n. 54).

Il secondo elemento per una corretta comprensione del lavoro: se il lavoro è un rapporto, allora deve includere la dimensione della cura, perché nessun rapporto può sopravvivere senza cura. Qui non ci riferiamo solo al lavoro di assistenza: la pandemia ci ricorda la sua importanza fondamentale, che forse abbiamo trascurato. La cura va oltre, deve essere una dimensione di ogni lavoro. Un lavoro che non si prende cura, che distrugge la creazione, che mette in pericolo la sopravvivenza delle generazioni future, non è rispettoso della dignità dei lavoratori e non si può considerare dignitoso. Al contrario, un lavoro che si prende cura, contribuisce al ripristino della piena dignità umana, contribuirà ad assicurare un futuro sostenibile alle generazioni future [4]. E in questa dimensione della cura rientrano, in primo luogo, i lavoratori. Ossia, una domanda che possiamo farci nel quotidiano: come un’impresa, immaginiamo, si prende cura dei suoi lavoratori?

Oltre a una corretta comprensione del lavoro, uscire in condizioni migliori dalla crisi attuale richiederà lo sviluppo di una cultura della solidarietà, per contrastare la cultura dello scarto che è all’origine della disuguaglianza e che affligge il mondo. Per raggiungere questo obiettivo, occorrerà valorizzare l’apporto di tutte quelle culture, come quella indigena, quella popolare, che spesso sono considerate marginali, ma che mantengono viva la pratica della solidarietà, che «esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici». Ogni popolo ha una sua cultura, e credo che sia il momento di liberarci definitivamente dell’eredità dell’Illuminismo, che associava la parola cultura a un certo tipo di formazione intellettuale o di appartenenza sociale. Ogni popolo ha una sua cultura e noi dobbiamo accettarla così com’è. «È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro [...]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari» (Fratelli tutti, n. 116).

Con queste parole mi rivolgo a voi, partecipanti alla 109a Conferenza Internazionale del Lavoro, perché come attori istituzionalizzati del mondo del lavoro avete una grande opportunità d’influire sui processi di cambiamento già in atto. La vostra responsabilità è grande, ma ancora più grande è il bene che potete ottenere. Vi invito pertanto a rispondere alla sfida che abbiamo di fronte. Gli attori stabiliti possono contare sull’eredità della loro storia, che continua a essere una risorsa di fondamentale importanza, ma in questa fase storica sono chiamati a restare aperti al dinamismo della società e a promuovere la comparsa e l’inclusione di attori meno tradizionali e più marginali, portatori di impulsi alternativi e innovatori.

Chiedo ai dirigenti politici e a quanti lavorano nei governi d’ispirarsi sempre a quella forma di amore che è la carità politica: «un atto di carità altrettanto indispensabile [è] l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria. È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume — e questo è squisita carità —, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica» (Fratelli tutti, n. 186).

Ricordo agli imprenditori la loro vera vocazione: produrre ricchezza al servizio di tutti. L’attività imprenditoriale è essenzialmente «una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, Dio ci promuove, si aspetta da noi che sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo comprende l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i beni e aumentare la ricchezza. Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso» (Fratelli tutti, n. 123). A volte, nel parlare di proprietà privata dimentichiamo che è un diritto secondario, che dipende da questo diritto primario, che è la destinazione universale dei beni.

Invito i sindacalisti e i dirigenti delle associazioni dei lavoratori a non lasciarsi rinchiudere in una “camicia di forza”, a focalizzarsi sulle situazioni concrete dei quartieri e delle comunità in cui operano, affrontando al tempo stesso questioni legate alle politiche economiche più vaste e alle “macro-relazioni” [5]. Anche in questa fase storica, il movimento sindacale ha di fronte due sfide importantissime. La prima è la profezia, collegata alla natura stessa dei sindacati, alla loro vocazione più genuina. I sindacati sono un’espressione del profilo profetico della società. I sindacati nascono e rinascono ogni volta che, come i profeti biblici, danno voce a quanti non l’hanno, denunciano quelli che “venderebbero [...] il povero per un paio di sandali”, come dice il profeta (cfr. Amos 2, 6), mettono a nudo i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più vulnerabili, difendono la causa degli stranieri, degli ultimi e dei rifiutati. Chiaro, quando un sindacato si corrompe, non può più farlo, e si trasforma in uno status di pseudo datore di lavoro, a sua volta distanziato dal popolo.

La seconda sfida: l’innovazione. I profeti sono sentinelle che vigilano dal loro posto di osservazione. Anche i sindacati devono sorvegliare le mura della città del lavoro, come una guardia che sorveglia e protegge quanti sono dentro la città del lavoro, ma che sorveglia e protegge anche quelli che stanno fuori dalle mura. I sindacati non svolgono la loro funzione fondamentale d’innovazione sociale se tutelano solo i pensionati. Questo va fatto, ma è la metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche di proteggere quanti ancora non hanno diritti, quanti sono esclusi dal lavoro e che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia [6].

Stimati partecipanti ai processi tripartiti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e di questa Conferenza Internazionale del Lavoro, la Chiesa vi sostiene, cammina al vostro fianco. La Chiesa mette a disposizione le sue risorse, a cominciare dalle sue risorse spirituali e dalla sua Dottrina Sociale. La pandemia ci ha insegnato che siamo tutti sulla stessa barca e che solo insieme potremo uscire dalla crisi.

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