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Papa a Panama: ai vescovi, «rubate i giovani dalla strada prima che lo faccia la cultura della morte»

Incontrando i vescovi centroamericani nella chiesa di San Francisco de Asís a Panamá, Francesco esorta la Chiesa ad essere umile e povera, non arrogante né piena di orgoglio, seguendo l’esempio di Sant’Oscar Romero. (testo integrale del discorso del Papa)

Il Papa con i vescovi a Panama (Foto Sir)

«Tra i frutti profetici della Chiesa in America Centrale sono lieto di evidenziare la figura di Sant’Oscar Romero, che ho avuto il privilegio di canonizzare di recente nel contesto del Sinodo dei vescovi sui giovani. La sua vita e il suo insegnamento sono fonte costante di ispirazione per le nostre Chiese e, in modo particolare, per noi Vescovi». È l’omaggio del Papa a mons. Romero, da lui proclamato santo tre mesi fa. Durante l’incontro con i vescovi del centroamerica, nella chiesa di San Francesco di Assisi, Francesco ha ricordato che «in questi 75 anni dalla sua fondazione, il Sedac ha cercato di condividere le gioie e le tristezze, le lotte e le speranze dei popoli dell’America Centrale, la cui storia è stata intrecciata e forgiata con la storia della vostra gente».

«Molti uomini e donne, sacerdoti, consacrati, consacrate e laici hanno offerto la vita fino a spargere il loro sangue per mantenere viva la voce profetica della Chiesa di fronte all’ingiustizia, all’impoverimento di tante persone e all’abuso di potere», ha proseguito il Papa: «Essi ci ricordano che chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia. E questo, non come elemosina ma come vocazione». Come mons. Romero, il tributo del Papa, che ai vescovi presenti ha additato il suo motto episcopale: «Sentire con la Chiesa», una «bussola che ha segnato la sua vita nella fedeltà, anche nei momenti più turbolenti». «Questa è un’eredità che può diventare una testimonianza attiva e vivificante per noi, chiamati a nostra volta alla dedizione martiriale nel servizio quotidiano alla nostra gente», l’appello di Francesco, che ha menzionato anche le persone che hanno conosciuto di persona mons. Romero, come il card. Rosa Chavez: «Appellarsi alla figura di Romero significa appellarsi alla santità e al carattere profetico che vive nel Dna delle vostre Chiese particolari».

«Non abbiamo inventato la Chiesa, non è nata con noi e andrà avanti senza di noi», ha detto il Papa, nel discorso rivolto ai vescovi, in cui ha precisato che «tale atteggiamento, lungi dall’abbandonarci all’apatia, suscita un’insondabile e inimmaginabile gratitudine che dà nutrimento a tutto». Il martirio, ha precisato infatti Francesco, «non è sinonimo di pusillanimità o l’atteggiamento di qualcuno che non ama la vita e non sa riconoscere il suo valore. Al contrario, il martire è colui che è in grado di incarnare e tradurre in vita questo rendimento di grazie».

L’esempio scelto dal Papa per i presuli centroamericani è quello di Romero, che «ha potuto sintonizzarsi e imparare a vivere la Chiesa perché amava intimamente chi lo aveva generato nella fede». «Senza questo amore intimo – ha ammonito Francesco – sarà molto difficile comprendere la sua storia e la sua conversione, poiché è stato questo medesimo amore a guidarlo fino a donarsi nel martirio; quell’amore che nasce dall’accogliere un dono totalmente gratuito, che non ci appartiene e che ci libera da ogni pretesa e tentazione di crederci i suoi proprietari o gli unici interpreti». «Romero ha sentito con la Chiesa perché, prima di tutto, ha amato la Chiesa come madre che lo ha generato nella fede e si è sentito membro e parte di essa», ha spiegato il Papa, secondo il quale l’arcivescovo di San Salvador «non è stato ideologo né ideologico; la sua azione è nata da una compenetrazione con i documenti conciliari. Illuminato da questo orizzonte ecclesiale, sentire con la Chiesa significa per Romero contemplarla come Popolo di Dio. Perché il Signore non ha voluto salvarci ciascuno isolato e separato, ma ha voluto costituire un popolo che lo confessasse nella verità e lo servisse nella santità». Romero, in sintesi, per Francesco «ci mostra che il Pastore, per cercare e incontrare il Signore, deve imparare e ascoltare il battito del cuore del suo popolo, sentire l’odore degli uomini e delle donne di oggi fino a rimanere impregnato delle sue gioie e speranze, delle sue tristezze e angosce». «Senza dicotomie o falsi antagonismi», la ricetta del Papa, «perché una Chiesa arrogante, una Chiesa piena di orgoglio, una Chiesa autosufficiente non è la Chiesa della kenosis».

«È importante che non abbiamo paura di accostare e toccare le ferite della nostra gente, che sono anche le nostre ferite, e questo farlo nello stile del Signore». È la raccomandazione del Papa ai vescovi del Centroamerica, nel suo secondo discorso a Panama. «Il pastore non può stare lontano dalla sofferenza del suo popolo; anzi, potremmo dire che il cuore del pastore si misura dalla sua capacità di commuoversi di fronte a tante vite ferite e minacciate», ha proseguito Francesco tornando su uno dei temi a lui più cari: «Farlo nello stile del Signore significa lasciare che questa sofferenza colpisca e contrassegni le nostre priorità e i nostri gusti, l’uso del tempo e del denaro e anche il modo di pregare, per poter ungere tutto e tutti con la consolazione dell’amicizia di Gesù in una comunità di fede che contenga e apra un orizzonte sempre nuovo che dia senso e speranza alla vita». «La kenosis di Cristo – ha spiegato il Papa – esige di abbandonare la virtualità dell’esistenza e dei discorsi per ascoltare il rumore e il richiamo costante di persone reali che ci provocano a creare legami». «Le reti servono a creare contatti ma non radici, non sono in grado di darci appartenenza, di farci sentire parte di uno stesso popolo», la tesi di Francesco: «Senza questo sentire, tutto il nostro parlare, riunirci, incontrarci, scrivere sarà segno di una fede che non ha saputo accompagnare la kenosis del Signore, una fede che è rimasta a metà strada».

«Questa Giornata mondiale della gioventù è un’occasione unica per andare incontro e avvicinarsi ancora di più alla realtà dei nostri giovani, piena di speranze e desideri, ma anche profondamente segnata da tante ferite». Ne è convinto il Papa, che ha citato il Sinodo dei giovani e ha ricordato che questi ultimi «portano dentro una inquietudine che dobbiamo apprezzare, rispettare, accompagnare; e quanto bene fa a tutti noi, perché ci smuove e ci ricorda che il Pastore non smette mai di essere un discepolo ed è sempre in cammino». «Questa sana inquietudine ci mette in movimento e ci precede», ha sottolineato Francesco: «Questo hanno ricordato i Padri sinodali», e «deve riempirci di gioia constatare che la semina non è andata a vuoto». «Molte di quelle aspirazioni e intuizioni si sono sviluppate in seno alla famiglia, nutrite da una nonna o da una catechista, o nella parrocchia, nella pastorale educativa o giovanile», ha fatto notare il Papa: «Desideri che sono cresciuti nell’ascolto del Vangelo e in comunità con fede viva e fervente che trova terra per germogliare». «Come non ringraziare di avere giovani desiderosi di Vangelo!», ha esclamato Francesco, secondo il quale «questa realtà ci stimola a un maggiore impegno per aiutarli a crescere offrendo loro spazi maggiori e migliori che li generino al sogno di Dio». «La Chiesa per sua natura è Madre e come tale genera e incuba la vita proteggendola da tutto ciò che può minacciare il suo sviluppo», le parole del Papa: «Gestazione nella libertà e per la libertà». Di qui l’invito a «promuovere programmi e centri educativi che sappiano accompagnare, sostenere e responsabilizzare i vostri giovani». «Rubateli alla strada prima che sia la cultura della morte che, vendendo loro fumo e soluzioni magiche, catturi e sfrutti la loro immaginazione», l’appello di Francesco: «E fatelo non con paternalismo, dall’alto in basso, perché non è questo che il Signore ci chiede, ma come padri, come fratelli verso fratelli. Essi sono volto di Cristo per noi e a Cristo non arrivare dall’alto in basso, ma dal basso in alto». «Sono molti i giovani che purtroppo sono stati sedotti con risposte immediate che ipotecano la vita», l’analisi del Papa, che ha citato ancora una volta i padri sinodali: «Per costrizione o mancanza di alternative essi si trovano immersi in situazioni fortemente conflittuali e senza rapida soluzione: violenza domestica, femminicidio – che piaga vive il nostro continente in questo senso! – bande armate e criminali, traffico di droga, sfruttamento sessuale di minori e non più minori, e così via; e fa male vedere che, alla base di molte di queste situazioni, c’è un’esperienza di orfanezza frutto di una cultura e di una società che ha rotto gli argini. Famiglie molto spesso logorate da un sistema economico che non mette al primo posto le persone e il bene comune e che ha fatto della speculazione il suo ‘paradiso’ dove continuare a ingrassare non importa a spese di chi. E così i nostri giovani senza il calore di una casa, senza famiglia, senza comunità, senza appartenenza, sono lasciati in balìa del primo truffatore».

«Il futuro esige che si rispetti il presente riconoscendo la dignità delle culture dei vostri popoli e impegnandosi a valorizzarle. Anche in questo si gioca la dignità: nell’autostima culturale». Ne è convinto il Papa, che nel discorso pronunciato nella chiesa di San Francesco d’Assisi ha detto ai vescovi: «La vostra gente non è la ‘serie B’ della società e di nessuno. Ha una storia ricca che va accettata, apprezzata e incoraggiata. I semi del Regno sono stati piantati in queste terre. Abbiamo il dovere di riconoscerli, prendercene cura e proteggerli perché niente di quello che Dio ha piantato di buono si secchi a causa di interessi falsi che diffondono dappertutto la corruzione e crescono spogliando i più poveri». «Avere cura delle radici è tutelare il ricco patrimonio storico, culturale e spirituale che questa terra per secoli ha saputo amalgamare», ha spiegato Francesco: «Impegnatevi e alzate la voce contro la desertificazione culturale e spirituale dei vostri popoli, che produce un’indigenza radicale perché lascia senza quella indispensabile immunità vitale che mantiene la dignità nei momenti di maggiore difficoltà». Poi il Papa ha affrontato il tema della migrazione forzata, che nel Centroamerica è «di massa e organizzata», come denunciano i presuli nella loro ultima lettera pastorale: «Molti dei migranti hanno volto giovane, cercano qualcosa di meglio per le loro famiglie, non temono di rischiare e lasciare tutto pur di offrire le condizioni minime che garantiscano un futuro migliore». «Su questo non basta solo la denuncia, ma dobbiamo annunciare concretamente una buona notizia», la ricetta di Francesco: «La Chiesa, grazie alla sua universalità, può offrire quell’ospitalità fraterna e accogliente in modo che le comunità di origine e quelle di arrivo dialoghino e contribuiscano a superare paure e diffidenze e rafforzino i legami che le migrazioni, nell’immaginario collettivo, minacciano di spezzare».«Accogliere, proteggere, promuovere e integrare» – ha proseguito il Papa sulla scorta del Sinodo dei giovani – possono essere i quattro verbi con cui la Chiesa, in questa situazione migratoria, coniuga la sua maternità nell’oggi della storia». «Non possiamo rimanere indifferenti», l’appello: «Il mondo scarta, lo sappiamo e ne soffriamo; la kenosis di Cristo no, l’abbiamo sperimentato e continuiamo a sperimentarlo nella nostra stessa carne con il perdono e la conversione. Questa tensione ci costringe a chiederci continuamente: da che parte vogliamo stare?».

(testo integrale del discorso del Papa)

Fonte: Sir
Papa a Panama: ai vescovi, «rubate i giovani dalla strada prima che lo faccia la cultura della morte»
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