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Papa in Giappone: ad autorità, «mai più si ripeta la distruzione operata dalle bombe atomiche»

Nel discorso alle autorità e al Corpo diplomatico del Giappone, il Papa ha rivolto un altro appello per la pace e il disarmo: «Mai più, nella storia dell'umanità, si ripeta la distruzione operata dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki».

Il discorso del Papa alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico del Giappone (Foto Media Vaticani)

«Seguendo le orme dei miei predecessori, voglio anche implorare Dio e invitare tutte le persone di buona volontà a continuare a promuovere e favorire tutte le mediazioni dissuasive necessarie affinché mai più, nella storia dell'umanità, si ripeta la distruzione operata dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki». Nel discorso indirizzato alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico del Giappone, il Papa ha rivolto un altro appello per la pace e il disarmo, come aveva già fatto a Hiroshima e Nagasaki.

«La storia ci insegna che i conflitti tra popoli e nazioni, anche i più gravi, possono trovare soluzioni valide solo attraverso il dialogo, l'unica arma degna dell'essere umano e capace di garantire una pace duratura», ha ribadito, sottolineando la «necessità di affrontare la questione nucleare a livello multilaterale, promuovendo un processo politico e istituzionale in grado di creare un consenso e un'azione internazionali più ampi». «Una cultura di incontro e dialogo - caratterizzata da saggezza, visione e ampiezza di orizzonte - è essenziale per costruire un mondo più giusto e fraterno», ha affermato Francesco, che all'inizio del suo discorso - preceduto dal saluto del Primo ministro giapponese, Shinzō Abe, incontrato prima in privato - ha ricordato che «le relazioni di amicizia tra la Santa Sede e il Giappone sono molto antiche, radicate nella stima e nell'ammirazione che i primi missionari ebbero per queste terre».

«Sono venuto per confermare i cattolici giapponesi nella fede, nel loro impegno di carità per i bisognosi e per il loro servizio al Paese di cui con orgoglio si sentono cittadini», ha spiegato il Papa: «Come nazione, il Giappone è particolarmente sensibile alla sofferenza dei meno fortunati e delle persone con disabilità». Citando il motto della visita, «Proteggere ogni vita», Francesco ha definito «molto toccante» l'aver ascoltato «le storie delle persone colpite dal triplice disastro, mi hanno commosso le difficoltà che hanno attraversato».

«Sono certo che i Giochi Olimpici e Paralimpici, che l'anno venturo si terranno in Giappone - ha proseguito Francesco -, serviranno da stimolo per far crescere uno spirito di solidarietà che superi i confini nazionali e regionali e cerchi il bene di tutta la nostra famiglia umana». «Il Giappone ha riconosciuto l'importanza di promuovere contatti personali nei settori dell'istruzione, della cultura, dello sport e del turismo, sapendo che questi possono contribuire notevolmente all'armonia, alla giustizia, alla solidarietà e alla riconciliazione, che sono il cemento della costruzione della pace», l'omaggio di Francesco, che ha definito lo spirito olimpico «un esempio evidente» di tutto ciò, in quanto «unisce atleti di tutto il mondo in una competizione che non si basa necessariamente sulla rivalità ma sulla ricerca dell'eccellenza». «In questi giorni ho nuovamente apprezzato il prezioso patrimonio culturale che il Giappone, nel corso di molti secoli di storia, è stato in grado di sviluppare e preservare, e i profondi valori religiosi e morali che caratterizzano questa antica cultura», la sintesi della «tre giorni» giapponese: «Il buon rapporto tra le diverse religioni non è essenziale solo per un futuro di pace, ma anche per preparare le generazioni presenti e future a valorizzare i principi etici che servono come base per una società veramente giusta e umana». «Assumere la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio», i tre imperativi mutuati dal Documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana.

«Nessun visitatore del Giappone può non ammirare la bellezza naturale di questo Paese, espressa attraverso i secoli dai suoi poeti e artisti, e simboleggiata soprattutto dall'immagine dei fiori di ciliegio. Tuttavia, la delicatezza del fiore di ciliegio ci ricorda la fragilità della nostra casa comune, soggetta non solo ai disastri naturali ma anche all'avidità, allo sfruttamento e alla devastazione per mano dell'uomo». Così il Papa ha declinato il tema dell'ambiente, nel discorso alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico del Giappone. «Quando la comunità internazionale ha difficoltà a rispettare i propri impegni per proteggere il creato, sono i giovani che, sempre più, parlano ed esigono decisioni coraggiose», ha fatto notare Francesco: «Ci sfidano a considerare il mondo non come un possesso da sfruttare, ma come una preziosa eredità da trasmettere. Da parte nostra, a loro dobbiamo risposte vere, non parole vuote; fatti, non illusioni».

«Un approccio integrale per la protezione della nostra casa comune deve considerare anche l'ecologia umana», la tesi del Papa, secondo il quale «un impegno per la protezione significa affrontare il crescente divario tra ricchi e poveri, in un sistema economico globale che consente a pochi privilegiati di vivere nell'opulenza mentre la maggioranza della popolazione mondiale vive nella povertà». «Conosco la preoccupazione per la promozione di vari programmi che il governo giapponese attua a questo proposito e vi incoraggio a continuare nella formazione di una crescente consapevolezza di corresponsabilità tra le nazioni», l'invito: «La dignità umana dev'essere al centro di ogni attività sociale, economica e politica; occorre promuovere la solidarietà intergenerazionale e, a tutti i livelli della vita comunitaria, bisogna dimostrare preoccupazione per coloro che sono dimenticati ed esclusi». L'esempio citato è ancora una volta quello dei giovani, «che spesso si sentono oppressi di fronte alle difficoltà della crescita, e anche alle persone anziane e sole che soffrono di isolamento»: «La civiltà di una nazione o di un popolo non si misura dal suo potere economico ma dall'attenzione che dedica ai bisognosi, come pure dalla capacità di diventare fecondi e promotori di vita», il monito del Papa.

Fonte: Sir
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