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Papa in Cile: Messa a Maquehue, saluta i «Mapuche». «Quante lacrime versate!»

«Voglio soffermarmi e salutare in modo speciale i membri del popolo Mapuche, così come gli altri popoli indigeni che vivono in queste terre australi: Rapanui (Isola di Pasqua), Aymara, Quechua e Atacama, e molti altri». Il primo pensiero del Papa, nella Messa celebrata oggi nell’aerodromo di Maquehue, «nel quale si sono verificate gravi violazioni di diritti umani», è per le popolazioni autoctone, salutate all’inizio con alcune espressioni prese dalla loro lingua.

Percorsi: Cile - Papa Francesco
Messa a Maquehue (Foto Antonio Spadaro)

Ingiustizie di secoli. «Questa terra, se la guardiamo con gli occhi dei turisti, ci lascerà estasiati – le parole di Francesco – però dopo continueremo la nostra strada come prima; se invece ci avviciniamo al suolo lo sentiremo cantare: ‘Arauco ha un dolore che non posso tacere, sono ingiustizie di secoli che tutti vedono commettere’». «In questo contesto di ringraziamento per questa terra e per la sua gente, ma anche di sofferenza e di dolore, celebriamo l’Eucaristia», ha proseguito il Papa: «E lo facciamo in questo aerodromo di Maquehue, nel quale si sono verificate gravi violazioni di diritti umani. Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie». «Rimaniamo un minuto in silenzio, davanti a tanto dolore e tanta ingiustizia», ha aggiunto a braccio. Poi la citazione della preghiera di Gesù nel Vangelo di Giovanni: che «tutti siano una cosa sola». «In un’ora cruciale della sua vita si ferma a chiedere l’unità», ha commentato Francesco: «Il suo cuore sa che una delle peggiori minacce che colpisce e colpirà il suo popolo e tutta l’umanità sarà la divisione e lo scontro, la sopraffazione degli uni sugli altri. Quante lacrime versate!». «Oggi vogliamo fare nostra questa preghiera di Gesù, vogliamo entrare con lui in questo orto di dolore, anche con i nostri dolori, per chiedere al Padre con Gesù: che anche noi siamo una cosa sola», ha detto Francesco: «Non permettere che ci vinca lo scontro o la divisione. Questa unità, implorata da Gesù, è un dono che va chiesto con insistenza per il bene della nostra terra e dei suoi figli». E bisogna stare attenti a possibili tentazioni che possono apparire e «inquinare dalla radice» questo dono che Dio ci vuole fare e con cui ci invita ad essere autentici protagonisti della storia. Il Papa è arrivato all’aeroporto «La Auracanìa» di Temuco alle 9.30 (le 13.30 ora di Roma), per poi trasferirsi all’aerodromo di Maquehue, per il giro in «papamobile» tra i fedeli e la Messa, iniziata alle 14.30 locali.

«Una delle principali tentazioni da affrontare è quella di confondere unità con uniformità». Ne è convinto il Papa, che nell’omelia  ha messo in guardia dalle «possibili tentazioni» che possono «inquinare dalla radice» l’unità. «Gesù non chiede a suo Padre che tutti siano uguali, identici», ha spiegato Francesco, «perché l’unità non nasce né nascerà dal neutralizzare o mettere a tacere le differenze. L’unità non è un simulacro né di integrazione forzata né di emarginazione armonizzatrice». «La ricchezza di una terra nasce proprio dal fatto che ogni componente sappia condividere la propria sapienza con le altre», la ricetta del Papa: «Non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri». «L’unità domandata e offerta da Gesù riconosce ciò che ogni popolo, ogni cultura è invitata ad apportare a questa terra benedetta», ha proseguito Francesco: «L’unità è una diversità riconciliata perché non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie. Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori o inferiori». L’arte dell’unità, in altre parole, «esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei ‘laboratori’ dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei paesaggi. Non è un’arte da scrivania o fatta solo di documenti, è un’arte dell’ascolto e del riconoscimento. In questo è radicata la sua bellezza e anche la sua resistenza al passare del tempo e delle intemperie che dovrà affrontare». In concreto, «l’unità di cui i nostri popoli hanno bisogno richiede che ci ascoltiamo, ma soprattutto che ci riconosciamo, il che non significa solo ricevere informazioni sugli altri ma raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi». «Abbiamo bisogno gli uni degli altri nelle nostre differenze affinché questa terra possa essere bella», ha sintetizzato il Papa a proposito della «via della solidarietà come modo di tessere l’unità, come modo di costruire la storia». Essere «artigiani di unità», ha concluso, «è l’unica arma che abbiamo contro la «deforestazione» della speranza.

«No alla violenza che distrugge», in qualunque delle sue forme. A dirlo è stato il Papa, che ha poi precisato che «l’unità, se vuole essere costruita a partire dal riconoscimento e dalla solidarietà, non può accettare qualsiasi mezzo per questo scopo». Sono due, per Francesco, le «forme di violenza» che «più che far avanzare i processi di unità e riconciliazione finiscono per minacciarli». In primo luogo, gli accordi «belli» che non giungono mai a concretizzarsi: «Belle parole, progetti conclusi sì – e necessari – ma che non diventando concreti finiscono per cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano. Anche questa è violenza, perché frustra la speranza». In secondo luogo, «è imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane». «Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro, perché questo produce solo maggiore violenza e divisione», ha ammonito il Papa: «La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta». La via da percorrere, invece, è quella della «nonviolenza attiva come stile di una politica di pace», che non si stanca di «cercare il dialogo per l’unità». «Tutti noi che, in una certa misura, siamo gente tratta dalla terra, siamo chiamati al buon vivere», ha ricordato Francesco citando nella loro lingua – Küme Mongen – il buon vivere secondo «la saggezza ancestrale del popolo Mapuche». «Quanta strada da percorrere, quanta strada per imparare!», ha esclamato il Papa a proposito del Küme Mongen, «un anelito profondo che scaturisce non solo dai nostri cuori, ma risuona come un grido, come un canto in tutto il creato».

Papa in Cile: Messa a Maquehue
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