Vita Chiesa
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Piovanelli, la bicicletta, l'aeroplano e la guida della Chiesa

Voglio bene a Silvano Piovanelli e nella sua festa di cardinale gli mando un bacio da vecchio amico che proprio per il cardinalato l'ha conosciuto, non essendo fiorentino e neanche toscano, ma solo un giornalista che l'ha seguito da lontano e in qualche occasione l'ha potuto abbracciare. Mi piace il fatto che dica con chiarezza la propria fede senza alzare la voce.

Percorsi: Silvano Piovanelli

Il primo incontro con Piovanelli lo ebbi a metà degli anni '80 a una giornata interreligiosa fiorentina dove io ero stato inserito da don Chiaroni e il cardinale arrivò all'ultimo momento, di rientro forse dall'India. Alla meraviglia di tutti per quell'eccesso di fatica rispose: «Se vado a cercare le religioni dell'Asia e poi trascuro quelle vicine, che guadagno ne avrò?»

Il secondo colloquio fu per me importante: era morta la mia prima moglie e gli amici del Meic gliene parlarono durante un convegno a Malmantile nel 1992 e ne venne una conversazione amicale, sui figli e sulla necessità che io fossi per loro «padre e madre».

Il poeta Mario Luzi una volta qualificò come «umanissime» le «predicazioni» del nostro cardinale: e tale è - e ancor più - la sua conversazione. Sia quando ti parla a quattr'occhi, sia quando è davanti a un microfono, avverti subito che quest'uomo non si monta la testa. Affronta ogni argomento in «atteggiamento di modestia» ma non ha paura a dire la sua.

Il tratto umano del cardinale ha sanato ferite e ha attivato la grande festa del Sinodo fiorentino (1988-1992) al quale non mi sono mai affacciato ma del quale avevo continua cronaca dal salesiano Vincenzo Savio, mio ospite nelle trasferte romane. «Il Sinodo è un'avventura incredibile - mi diceva - che sta in piedi per la generosità del cardinale che dà la parola a tutti e ascolta tutti».

Nel 1993 don Savio a sorpresa diventò vescovo e ricevette una lettera da Piovanelli e in essa trovò una frase che mi riferì durante una cena e che prese a suo programma: «Difendi la tua Chiesa dinanzi agli uomini e anche dinanzi a Dio». È così che io guardo a Piovanelli vescovo: come a un Abramo che diatriba con il Signore per la sua Firenze, della quale è diventato padre dopo esserne stato figlio: «Forse ci sono dieci giusti in questa città».

Sempre in quella lettera a don Savio, Piovanelli esortava il vescovo neoeletto a «una vita offerta a tutti senza riserve, con un'attenzione preferenziale ai piccoli e ai poveri, con una ricerca appassionata di quanti sono lontani». Mi parrebbe un autoritratto. A quanto so egli è stato in Firenze amico di tutti, a partire dagli immigrati e da ogni svantaggiato. Voleva che la Chiesa aiutasse ad avere fiducia nel futuro e a superare le inimicizie.

Mi sarebbe piaciuto se fosse riuscito nell'intento di ottenere la riabilitazione del Savonarola, anche se la sua predicazione non aveva nulla di quella gridata del frate ferrarese. Piovanelli è radicale quando glielo chiede il Vangelo, ma veicola la radicalità senza violenza: «Che Gesù vi tolga il sonno finché non abbiate dato ospitalità a un bisognoso» è stata - a quanto mi risulta - la massima espressione della sua «ira» pastorale nei confronti dei politici.

Wojtyla Papa e Piovanelli arcivescovo erano un'accoppiata unica per fare beato Savonarola e con ciò riconoscere cittadinanza - nella Chiesa - alla profezia anche quando si oppone al sacerdozio. Per ottenere questo ci sarebbe stato bisogno di un arcivescovo combattente, ma Piovanelli non lo era e non lo era neanche il suo primo successore. Lo è il suo secondo successore, ma non so che cosa pensi di Savonarola. Per il momento ci dobbiamo contentare di questa frase del nostro cardinale: «Sarebbe molto bello se nel 1998, nel quinto centenario della morte del Savonarola, venissero riconosciuti il suo martirio e la sua santità».

Piovanelli ama la profezia, memore di aver incrociato in vita cristiani come La Pira e don Facibeni, don Milani e il vescovo Bartoletti, il cardinale Benelli, don Barsotti e i padri Turoldo e Balducci. C'erano loro echi nelle sue parole quando definiva «uno scandalo» le case sfitte o l'apologia della pena di morte,  quando indicava come «un atto quasi sacro» quello di pagare le tasse, o quando metteva in guardia noi giornalisti dai «rischi» di un mestiere «senza bussola».

È considerato un progressista, ma non coltiva illusioni progressive: «È difficile misurare la malvagità dell'uomo». Noi giornalisti azzardavamo che poteva essere Papa - perché a volte capita che eleggano un Papa parroco - ed era bella la sua risposta preceduta da una risata: «A chi è abituato ad andare con la bicicletta non si può dire: sali su un aereo e guidalo».

Buona festa, cardinale Piovanelli!

www.luigiaccattoli.it

Per quasi vent'anni alla guida della Chiesa fiorentina e dei Vescovi toscani
Ordinato sacerdote dal cardinale Elia Dalla Costa il 13 luglio 1947, Silvano Piovanelli fu chiamato dl cardinale Giovanni Benelli lo chiamò ad essere suo stretto collaboratore come vicario generale e, dal 1982, come vescovo ausiliare. Nel marzo 1983 è diventato arcivescovo di Firenze. Giovanni Paolo II lo ha quindi creato cardinale nel Concistoro del 25 maggio 1985. Durante tutto il suo ministero episcopale a Firenze è stato anche Presidente della Conferenza episcopale toscana. Nel 1989 ha aperto il Sinodo diocesano (chiuso nel 1992), momento di grande dialogo e confronto per tutta la Chiesa fiorentina. Sotto il suo episcopato, nel 1997, è anche nata la Facoltà Teologica per l'Italia Centrale. È stato vicino ai giovani, con i quali ha condiviso numerosi incontri e, nell'agosto del 1999, un pellegrinaggio a piedi verso Santiago de Compostela. Ha lasciato il governo della Diocesi di Firenze il 20 maggio del 2001, consegnando il proprio pastorale nelle mani del suo successore, il cardinale Ennio Antonelli. Successivamente è stato per alcuni anni Presidente nazionale della Fies (federazione esercizi spirituali).

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