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Processo in Vaticano: conclusa sesta udienza, convocati Mariella Enoch e Tommaso Di Ruzza

Si è conclusa con la citazione in giudizio di Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Bambino Gesù, e di Tommaso Di Ruzza, direttore dell’Aif, la sesta udienza del processo in corso in Vaticano per la distrazione di fondi della Fondazione Bambino Gesù. 

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Processo in Vaticano: conclusa sesta udienza, convocati Mariella Enoch e Tommaso Di Ruzza

Lo ha riferito il «pool» di giornalisti ammesso a seguire il processo, nel briefing di oggi in sala stampa vaticana. Poiché il Promotore di giustizia e gli avvocati difensori avevano confermato la richiesta che i due testi fossero presenti in aula – l’uno aveva presentato una lettera del presidente dell’Aif, René Brülhart, in cui si faceva presente che non era opportuno che il direttore dell’Aif comparisse in tribunale «per esigenze di intelligence», l’altra aveva invece presentato una memoria scritta – il Tribunale vaticano ha deciso di citare i due testimoni venerdì prossimo, 6 ottobre, alle 12.30, ora di inizio della prossima udienza. Nel rinnovare la richiesta di comparire come testi, Antonello Blasi, avvocato di Massimo Spina, ex tesoriere della Fondazione Bambino Gesù, ha commentato la richiesta di Mariella Enoc a non comparire in Tribunale con una battuta: «Forse la presidente ha fatto riferimento ad una norma del Codice civile, abrogata nel 1877, che vietava alle donne di essere testimoni nei processi».

Durante l’udienza di oggi è proseguito l’interrogatorio dell’imprenditore Giantonio Bandera, che riguardo ai lavori di ristrutturazione dell’appartamento del cardinale Bertone e delle parti comuni ha dichiarato che non ci sono state doppie fatture, almeno fino all’aprile del 2014, data dopo la quale è cominciata la procedura di concordato. «Finché io ho avuto la gestione non c’è stata una doppia fatturazione, né un doppio pagamento», ha affermato Bandera, ricordando che la società incaricata di eseguirli era la Castelli Re con sede a Roma – con rapporti di lunga committenza con il Vaticano, fin dagli anni Venti, ha sottolineato – che poi ha passato il contratto alla LG Contractor, di diritto inglese, che sarebbe diventata dopo due mesi Castelli Re Holding. Bandera ha citato 4 fatture, dal giugno al dicembre 2014, pagate dalla Castelli Re al Governatorato, nel periodo però successivo alla sua gestione.

Al promotore di giustizia, che gli domandava se rispondesse al vero che nel giugno 2014 Giuseppe Profiti avesse sollecitato, da parte sua, una donazione, Bandera ha risposto di non essere stato sollecitato, ma di aver ricevuto soltanto una richiesta di disponibilità, a cui non ha potuto acconsentire vista la situazione finanziaria della ditta, in concordato dall’aprile di quell’anno. Bandera si è poi impegnato con un’altra delle sue società, la New Deal, a valutare l’opportunità di una donazione di 200mila euro, poi non effettuata.

Alla domanda se avesse mai presieduto ai lavori di ristrutturazione dell’appartamento, Bandera ha risposto che «se ne occupavano il geometra Forini e un tecnico del Governatorato». Ha dichiarato, inoltre, di aver semplicemente visionato l’appartamento di 390 metri quadrati, all’interno del quale era prevista un’area di intrattenimento ospiti, con un soggiorno e lo studio del cardinale, quest’ultimo «un po’ più grande della media». Interpellato sui suoi rapporti con Giuseppe Profiti, ex presidente della Fondazione Bambino Gesù, e con il cardinale Bertone, Bandera ha risposto: «Con il cardinale Bertone ci conoscevano dal 1991-1992 a Genova, con Profiti ci siamo incrociati a Genova ma non per rapporti professionali, poi l’ho risentito nel 2009 quando ho valutato il progetto per la realizzazione della Fondazione Bambin Gesù a San Paolo».

Bandera, inoltre, ha negato che per i lavori di ristrutturazione dell’appartamento del cardinale e delle parti comuni ci fosse stato un vero e proprio contratto: «In realtà c’è stato uno scambio di mail. Dopo aver parlato col cardinale, questi mi ha detto di contattare Profiti per dare seguito a un contratto». Bandera ha anche dichiarato di aver subappaltato i lavori dell’appartamento dell’ex segretario di Stato a due ditte italiane – Valsecchi e Astim – che «erano state autorizzate dal Governatorato a lavorare lì dentro, pur non essendo accreditate».

Fonte: Sir
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