Vita Chiesa
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Quaresima: messaggio Cei, “ascoltare fa bene alla Chiesa”

“Un invito a una triplice conversione, urgente e importante in questa fase della storia, in particolare per le Chiese che si trovano in Italia: conversione all’ascolto, alla realtà e alla spiritualità”. È il Messaggio della Cei per la Quaresima, che comincia riferendosi alla prima fase del Cammino sinodale, dedicata all’ascolto.

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(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

 Ascolto, innanzitutto, della voce dei bambini, che in questo tempo di pandemia “colpiscono con la loro efficace spontaneità: ‘Non mi ricordo cosa c’era prima del Covid’; ‘Ho un solo desiderio: riabbracciare i miei nonni’”. “Arrivano al cuore anche le parole degli adolescenti”, si legge nel messaggio: “‘Sto perdendo gli anni più belli della mia vita’; ‘Avevo atteso tanto di poter andare all’università, ma adesso mi ritrovo sempre davanti a un computer’”.

Le voci degli esperti, poi, “sollecitano alla fiducia nei confronti della scienza, pur rilevando quanto sia fallibile e perfettibile”: “Siamo raggiunti ancora dal grido dei sanitari, che chiedono di essere aiutati con comportamenti responsabili”. Infine – si legge nel messaggio – “risuonano le parole di alcuni parroci, insieme con i loro catechisti e collaboratori pastorali, che vedono diminuite il numero delle attività e la partecipazione del popolo, preoccupati di non riuscire a tornare ai livelli di prima, ma nello stesso tempo consapevoli che non si deve semplicemente sognare un ritorno alla cosiddetta normalità”. “Ascoltare in profondità tutte queste voci anzitutto fa bene alla Chiesa stessa”, la tesi della Cei: “Sentiamo il bisogno di imparare ad ascoltare in modo empatico, interpellati in prima persona ogni volta che un fratello si apre con noi”.

L’ascolto, infatti, “trasforma dunque anzitutto chi ascolta, scongiurando il rischio della supponenza e dell’autoreferenzialità”: “Una Chiesa che ascolta è una Chiesa sensibile anche al soffio dello Spirito. Ascolto della Parola di Dio e ascolto dei fratelli e delle sorelle vanno di pari passo. L’ascolto degli ultimi, poi, è nella Chiesa particolarmente prezioso, poiché ripropone lo stile di Gesù, che prestava ascolto ai piccoli, agli ammalati, alle donne, ai peccatori, ai poveri, agli esclusi”.

Di seguito il messaggio integrale per la Quaresima 2022 dal titolo "Quando venne la pienezza del tempo" (Gal 4,4) 

Carissimo, carissima, 

la Quaresima di quest’anno porta con sé tante speranze insieme con le sofferenze,  legate ancora alla pandemia che l’intera umanità sta sperimentando ormai da oltre due  anni. Per noi cristiani questi quaranta giorni, però, non sono tanto l’occasione per rilevare  i problemi quanto piuttosto per prepararci a vivere il mistero pasquale di Gesù, morto e  risorto. Sono giorni in cui possiamo convertirci ad un modo di stare nel mondo da persone già risorte con Cristo (cfr. Col 3,1). La Chiesa come comunità e il singolo credente  hanno la possibilità di rendere questo tempo un “tempo pieno” (cfr. Gal 4,4), cioè pronto  all’incontro personale con Gesù. 

Questo messaggio, dunque, vi raggiunge come un invito a una triplice conversio ne, urgente e importante in questa fase della storia, in particolare per le Chiese che si  trovano in Italia: conversione all’ascolto, alla realtà e alla spiritualità. 

Conversione all’ascolto 

La prima fase del Cammino sinodale ci consente di ascoltare ancora più da vicino  le voci che risuonano dentro di noi e nei nostri fratelli. Tra queste voci quelle dei bambini  colpiscono con la loro efficace spontaneità: «Non mi ricordo cosa c’era prima del Covid»;  «Ho un solo desiderio: riabbracciare i miei nonni». Arrivano al cuore anche le parole degli adolescenti: «Sto perdendo gli anni più belli della mia vita»; «Avevo atteso tanto di  poter andare all’università, ma adesso mi ritrovo sempre davanti a un computer». Le voci  degli esperti, poi, sollecitano alla fiducia nei confronti della scienza, pur rilevando quanto  sia fallibile e perfettibile. Siamo raggiunti ancora dal grido dei sanitari, che chiedono di  essere aiutati con comportamenti responsabili. E, infine, risuonano le parole di alcuni  parroci, insieme con i loro catechisti e collaboratori pastorali, che vedono diminuite il  numero delle attività e la partecipazione del popolo, preoccupati di non riuscire a tornare  ai livelli di prima, ma nello stesso tempo consapevoli che non si deve semplicemente  sognare un ritorno alla cosiddetta “normalità”. 

Ascoltare in profondità tutte queste voci anzitutto fa bene alla Chiesa stessa. Sen tiamo il bisogno di imparare ad ascoltare in modo empatico, interpellati in prima persona  ogni volta che un fratello si apre con noi. Nella Bibbia è anzitutto Dio che ascolta il grido  del suo popolo sofferente e si muove con compassione per la sua salvezza (cfr. Es 3,7-9).  Ma poi l’ascolto è l’imperativo rivolto al credente, che risuona anche sulla bocca di Gesù  come il primo e più grande dei comandamenti: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore» (Mc 12,29; cfr. Dt 6,4). A questo tipo di ascolto la Scrittura lega diretta mente l’amore verso i fratelli (cfr. Mc 12,31). Leggere, meditare e pregare la Parola di  Dio significa preparare il cuore ad amare senza limiti. 

L’ascolto trasforma dunque anzitutto chi ascolta, scongiurando il rischio della  supponenza e dell’autoreferenzialità. Una Chiesa che ascolta è una Chiesa sensibile an che al soffio dello Spirito. In questo senso, può essere utile riprendere quanto il Consiglio  Episcopale Permanente scriveva nel messaggio agli operatori pastorali, lo scorso settembre: «L’ascolto non è una semplice tecnica per rendere più efficace l’annuncio; l’ascolto  è esso stesso annuncio, perché trasmette all’altro un messaggio balsamico: “Tu per me sei  importante, meriti il mio tempo e la mia attenzione, sei portatore di esperienze e idee che  mi provocano e mi aiutano a crescere”. Ascolto della Parola di Dio e ascolto dei fratelli e  delle sorelle vanno di pari passo. L’ascolto degli ultimi, poi, è nella Chiesa particolarmente prezioso, poiché ripropone lo stile di Gesù, che prestava ascolto ai piccoli, agli ammalati, alle donne, ai peccatori, ai poveri, agli esclusi». 

Questa prima conversione implica un atteggiamento di apertura nei confronti della  voce di Dio, che ci raggiunge attraverso la Scrittura, i fratelli e gli eventi della vita.  Quali ostacoli incontra ancora l’ascolto libero e sincero da parte della Chiesa?  Come possiamo migliorare nella Chiesa il modo di ascoltare? 

Conversione alla realtà 

«Quando venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4). Con queste parole Paolo annuncia il mistero dell’incarnazione. Il Dio cristiano è il Dio della storia: lo è a tal punto, da  decidere di incarnarsi in uno spazio e in un tempo precisi. Impossibile dire cosa abbia  visto Dio di particolare in quel tempo preciso tanto da eleggerlo come il momento adatto  per l’incarnazione. Di certo la presenza del Figlio di Dio tra noi è stata la prova definitiva  di quanto la storia degli uomini sia importante agli occhi del Padre. 

L’epoca in cui Gesù è vissuto non si può certo definire l’età dell’oro: piuttosto la  violenza, le guerre, la schiavitù, le malattie e la morte erano molto più invasive e frequenti nella vita delle persone di quanto non lo siano oggi. In quell’epoca e in quella terra si  moriva certo di più e con maggiore drammatica facilità di quanto non avvenga oggi. Eppure in quel frangente della storia umana, nonostante le sue ombre, Dio ha visto e riconosciuto “la pienezza dei tempi”. 

L’ancoraggio alla realtà storica caratterizza dunque la fede cristiana. Non cediamo  alla tentazione di un passato idealizzato o di un’attesa del futuro dal davanzale della finestra. È invece urgente l’obbedienza al presente, senza lasciarsi vincere dalla paura che  paralizza, dai rimpianti o dalle illusioni. L’atteggiamento del cristiano è quello della perseveranza: «Se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,25). Questa perseveranza è il comportamento quotidiano del cristiano che sostiene il  peso della storia (cfr. 2Cor 6,4), personale e comunitaria. 

Nei primi mesi della pandemia abbiamo assistito a un sussulto di umanità, che ha  favorito la carità e la fraternità. Poi questo slancio iniziale è andato via via scemando,  cedendo il passo alla stanchezza, alla sfiducia, al fatalismo, alla chiusura in sé stessi, alla  colpevolizzazione dell’altro e al disimpegno. Ma la fede non è una bacchetta magica.  Quando le soluzioni ai problemi richiedono percorsi lunghi, serve pazienza, la pazienza  cristiana, che rifugge da scorciatoie semplicistiche e consente di restare saldi nell’impegno per il bene di tutti e non per un vantaggio egoistico o di parte. Non è stata forse que sta “la pazienza di Cristo” (2Ts 3,5), che si è espressa in sommo grado nel mistero pasqua le? Non è stata forse questa la sua ferma volontà di amare l’umanità senza lamentarsi e  senza risparmiarsi (cfr. Gv 13,1)? 

Come comunità cristiana, oltre che come singoli credenti, dobbiamo riappropriar ci del tempo presente con pazienza e restando aderenti alla realtà. Sentiamo quindi urgen te il compito ecclesiale di educare alla verità, contribuendo a colmare il divario tra realtà  e falsa percezione della realtà. In questo “scarto” tra la realtà e la sua percezione si annida  il germe dell’ignoranza, della paura e dell’intolleranza. Ma è questa la realtà che ci è data  e che siamo chiamati ad amare con perseveranza. 

Questa seconda conversione riguarda allora l’impegno a documentarsi con serietà e  libertà di mente e a sopportare che ci siano problemi che non possono essere risolti in  breve tempo e con poco sforzo. Quali rigide precomprensioni impediscono di lasciar si convincere dalle novità che vengono dalla realtà? Di quanta pazienza è capace il  cuore dei credenti nel costruire soluzioni per la vita delle persone e della società? 

Conversione alla spiritualità 

Restare fedeli alla realtà del tempo presente non equivale però a fermarsi alla superficie dei fatti né a legittimare ogni situazione in corso. Si tratta piuttosto di cogliere “la  pienezza del tempo” (Gal 4,4) ovvero di scorgere l’azione dello Spirito, che rende ogni  epoca un “tempo opportuno”. 

L’epoca in cui Gesù ha vissuto è stata fondamentale per via della sua presenza  all’interno della storia umana e, in particolare, di chi entrava in contatto con lui. I suoi  discepoli hanno continuato a vivere la loro vita in quel contesto storico, con tutte le sue  contraddizioni e i suoi limiti: ma la sua compagnia ha modificato il modo di essere nel  mondo. Il Maestro di Nazaret ha insegnato loro a essere protagonisti di quel tempo attraverso la fede nel Padre misericordioso, la carità verso gli ultimi e la speranza in un rinnovamento interiore delle persone. Per i discepoli è stato Gesù a dare senso a un’epoca che  altrimenti avrebbe avuto ben altri criteri umani per essere giudicata. 

Dopo la sua morte, dall’assenza fisica di Gesù è fiorita la vita eterna del Risorto e  la presenza dello Spirito nella Chiesa: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può  ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso  di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani» (Gv 14,16-18; cfr. At 2,1-13). Lo Spirito do manda al credente di considerare ancora oggi la realtà in chiave pasquale, come ha testi moniato Gesù, e non come la vede il mondo. Per il discepolo una sconfitta può essere una  vittoria, una perdita una conquista. Cominciare a vivere la Pasqua, che ci attende al  termine del tempo di Quaresima, significa considerare la storia nell’ottica dell’amore,  anche se questo comporta di portare la croce propria e altrui (cfr. Mt 16,24; 27,32; Col  3,13; Ef 4,1-3). 

Il Cammino sinodale sta facendo maturare nelle Chiese in Italia un modo nuovo  di ascoltare la realtà per giudicarla in modo spirituale e produrre scelte più evangeliche.  Lo Spirito infatti non aliena dalla storia: mentre radica nel presente, spinge a cambiarlo in  meglio. Per restare fedeli alla realtà e diventare al contempo costruttori di un futuro migliore, si richiede una interiorizzazione profonda dello stile di Gesù, del suo sguardo  spirituale, della sua capacità di vedere ovunque occasioni per mostrare quanto è grande  l’amore del Padre. 

Per il cristiano questo non è semplicemente il tempo segnato dalle restrizioni dovute alla pandemia: è invece un tempo dello Spirito, un tempo di pienezza, perché contiene  opportunità di amore creativo che in nessun’altra epoca storica si erano ancora presentate. 

Forse non siamo abbastanza liberi di cuore da riconoscere queste opportunità di  amore, perché frenati dalla paura o condizionati da aspettative irrealistiche. Mentre  lo Spirito, invece, continua a lavorare come sempre. Quale azione dello Spirito è  possibile riconoscere in questo nostro tempo? Andando al di là dei meri fatti che  accadono nel nostro presente, quale lettura spirituale possiamo fare della nostra  epoca, per progredire spiritualmente come singoli e come comunità credente? 

Roma, 11 febbraio 2022 

Beata Vergine Maria di Lourdes 

La Presidenza 

della Conferenza Episcopale Italiana

Fonte: Sir
Quaresima: messaggio Cei, “ascoltare fa bene alla Chiesa”
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