Vita Chiesa
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Dal n. 24 del 25 giugno 2006

Se l'ateo diventa «diversamente cattolico»

DI DON FRANCESCO SENSINI
Non sono un giornalista. Ho iniziato a scrivere questo «diario» con la libertà e la serenità di sentirmi dire: «Grazie per la disponibilità manifestata, ma non va!». Con il passar del tempo ho trovato piacevole, ma sempre faticoso, poter raccontare quello che ogni giorno vivo.
La scelta degli argomenti nasce sempre da una serie di fattori: molto spesso, ascoltando la gente, cerco di cogliere quelle frasi o parole provocatorie che mi spingono, per lo meno, a riflettere. A volte sono particolari fatti di cronaca che fanno emergere una serie di considerazioni per le quali è certamente povero lo spazio della pagina di un diario. Altre volte sono testimonianze che raccolgo e sulle quali mi fermo.

Ecco alcuni esempi: un dialogo ascoltato all'uscita dal cinema dove hanno proiettato il film il Codice da Vinci. «Mi è proprio piaciuto, anche se il libro comunque rimane più bello!». Da questo dialogo nasce in me la riflessione sul valore della parola e il valore delle immagini. Oggi la gente se non vede non crede, ma la vera fede nasce dall'ascolto. «In fondo che male c'è se anche Gesù era sposato?» Rifletto. Già questa domanda nasce dal sospetto che su Gesù la Chiesa ci abbia nascosto la verità. Quindi non è credibile.

Sto solo cercando di farvi capire come nasce il diario. Fatti di cronaca. «Due nigeriani, arrestati con 283 dosi di stupefacente, senza permesso di soggiorno sono stati liberati perché il Pm non ha chiesto nessuna misura cautelativa, i nigeriani si sono messi a ridere e i carabinieri che li avevano arrestati li hanno dovuti liberare subito». «La corte di appello di Milano ha diminuito le condanne inflitte ai due accusati per gli omicidi delle cosiddette Bestie di satana, riconoscendo lo "sconto" del rito abbreviato. Polemiche e proteste delle famiglie delle vittime». Ecco due casi che mi fanno riflettere sulla giustizia. Come parlarne? Prima di tutto, in nome della mia libertà, dico quello che penso poi, in nome della mia responsabilità, penserò a quello che dico. Non sempre esiste equilibrio tra le due.

Ecco adesso l'esempio di una parola (avverbio) che non mi lascia indifferente e sulla quale potrei costruire una pagina del diario: diversamente. L'ho sempre sentita e ascoltata in riferimento all'handicap. Un avverbio che tende ad eliminare un pregiudizio sul valore della persona. Ma adesso ho la sensazione che se ne abusi: «Non dobbiamo sentirci vecchi ma solo diversamente giovani!» «Con gli Stati Uniti saremo diversamente amici». Mi aspetto tra non molto di sentir affermare un ateo: «Io sono diversamente cattolico!».

Così nasce il diario. La sua lettura sempre provoca o condivisione o disappunto. La prima fa piacere, il secondo dà fastidio. Ma queste reazioni sono sempre uno stimolo e un invito ad un dialogo. In fondo, di tutti possiamo dire: «diversamente».

Se l'ateo diventa «diversamente cattolico»
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