Profughi

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«La nostra casa è la loro casa, la nostra patria è la loro patria. Perché se così non fosse non sarebbe nemmeno la nostra»: lo ha detto ieri sera il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, accogliendo all’aeroporto militare di Pratica di Mare, a Pomezia (Roma), i primi 160 profughi dalla Libia particolarmente vulnerabili che hanno diritto alla protezione internazionale.

I governi europei sono complici consapevoli delle torture e delle violenze ai danni di decine di migliaia di rifugiati e migranti, detenuti in condizioni agghiaccianti in Libia. Lo denuncia il Rapporto di Amnesty International pubblicato oggi, all’indomani dello scandalo suscitato dalle immagini relative alla compravendita dei migranti in Libia.

Un viaggio nel quale la gente birmana e quella bengalese mi hanno dimostrato tanta fede e affetto e nel quale in Myanmar ho potuto esprimere la vicinanza di Cristo e della Chiesa ad un popolo che ha sofferto a causa di conflitti e repressioni, mentre in Bangladesh la mia visita ha segnato un ulteriore passo in favore del rispetto e del dialogo tra il cristianesimo e l’islam. Così Papa Francesco ha sintetizzato i temi del suo terzo viaggio apostolico in Asia, concluso sabato sera, nella catechesi dell’udienza generale tenuta in Aula Paolo VI.

Dal gioioso incontro con i leader religiosi del Myanmar, alla profonda emozione provata nell’arcivescovado di Dhaka, chiedendo perdono ai profughi rohingya per l’indifferenza del mondo. Sono stati numerosi gli argomenti toccati da Papa Francesco nel corso della consueta conferenza stampa sul volo di rientro dal suo ventunesimo viaggio internazionale, il terzo in Estremo Oriente. Sollecitato dalle domande dei giornalisti, Francesco ha ripercorso le tappe fondamentali che hanno scandito i sui giorni da pellegrino di pace in Myanmar e poi in Bangladesh.

Un altro fuori programma di questo viaggio apostolico è arrivato al termine dell’incontro interreligioso ed ecumenico presso l’Arcivescovado di Dhaka quando il Papa ha chiamato intorno a sé un gruppo di profughi Rohingya fuggiti dal Myanmar. Parlando a braccio Francesco ha ricordato la grande tragedia che vivono questi fratelli e sorelle e ha chiesto perdono per il male loro arrecato e per l’indifferenza cieca del mondo. Continuiamo ad aiutarli e a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti è stato il suo monito mentre ha affermato con dolore che “la presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya”. 

«Quanto è bene per noi stare insieme!». Il Papa ha iniziato con questa esclamazione l’incontro con i 10 vescovi del Bangladesh, presso la Casa dei sacerdoti anziani nel complesso dell’arcivescovado di Dacca, dove Francesco è arrivato dopo aver visitato la cattedrale ed essersi raccolto in preghiera silenziosa nella cappella del Santissimo (testi discorsi)