Isis

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Continua l'assedio di Aleppo. Con la popolazione allo stremo, la città martire siriana è sempre più terreno di battaglia di una guerra per procura combattuta da grandi potenze straniere che appoggiano le tante fazioni armate in lotta contro il regime di Assad, sostenuto a sua volta da Iran e Russia. Il fragile accordo di Monaco non sembra aver fermato le ostilità che proseguono in attesa di un cessate il fuoco, concordato, e delle operazioni di consegna degli aiuti umanitari alle città assediate. «Basta ipocrisie» è il grido del vicario apostolico di Aleppo, mons. Georges Abou-Khazen che punta l'indice: «se Usa e Arabia saudita fossero sinceri nel combattere il terrorismo dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi. Invece si ha come l’impressione che non vogliano farlo seriamente».

Rifugiati cristiani iracheni e siriani, in fuga dalla guerra, con il sogno americano nel cuore. Sono infatti gli Usa, con Canada e Australia le destinazioni più ambite dai cristiani che rifugiati in Giordania e Libano attendono il rilascio del visto per emigrare. Un esodo lento ma inarrestabile che non contempla l'Europa dove, dicono, «c'è crisi e manca il lavoro».

La sessione plenaria dell'Assemblea di Strasburgo ha messo ai voti - dopo un precedente dibattito in aula - una risoluzione intitolata «Sterminio sistematico delle minoranze religiose da parte dell’Isis». Non si tratta di un semplice atto simbolico, perché il testo «apre la strada a misure preventive e ulteriori azioni per fermare» le persecuzioni «in corso contro i cristiani, gli yazidi e altre minoranze etniche». Ora spetta all'Onu agire con determinazione.

«La liberazione della città di Mosul e della Piana di Ninive è ormai vicina; ritorneremo nella città a noi così cara dove seppelliremo le nostre sofferenze e le nostre paure, e dove finirà anche la storia dei jihadisti terroristi e dei fondamentalisti islamici che vivono senza futuro». Lo ha detto il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, durante la messa di Natale nella chiesa della Regina del Rosario nella capitale irachena, alla quale hanno partecipato, secondo quanto riferito dal sito Baghdadhope, anche alcune famiglie musulmane e mandee. 

L'Arabia Saudita lancia un'alleanza militare islamica. Missione da compiere: la lotta contro il terrorismo, non solo dell'Isis. Trentaquattro Paesi, tutti a maggioranza sunnita, pronti a intervenire nei territori minacciati da gruppi terroristici come Boko Haram, Shabaab, Al Qaeda. Un patto, salutato con soddisfazione dagli Usa, che potrebbe entrare in competizione con la coalizione russa guidata da Vladimir Putin e composta invece da Paesi sciiti come l'Iran e l'Iraq, insieme alla Siria del presidente Assad.

I jihadisti affiliati al sedicente Stato Islamico (Daesh) hanno rilasciato il 9 dicembre altri 25 cristiani assiri, che facevano parte del consistente gruppo di ostaggi da essi catturati lo scorso 23 febbraio, quando le milizie jihadiste avevano scatenato un’offensiva contro i villaggi a maggioranza cristiana assira sparsi lungo la valle del fiume Khabur, nella provincia siriana nord-orientale di Hassakè.

«Torniamo a Gerusalemme. La Città Santa è la chiave per la pace in Medio Oriente». Forte di questa certezza, il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, all'indomani dell'apertura del Giubileo della Misericordia, parla a cuore aperto delle tensioni nella regione, a cominciare dal conflitto israelo-palestinese fino alla guerra in Siria e in Iraq  non lesinando critiche a chi, come Obama, interviene solo in nome di interessi nazionali. Contro Daesh invoca le bombe dello sviluppo, della cultura, della giustizia e chiama in campo leader politici e religiosi coraggiosi.

Via libera della Camera dei Comuni ai raid aerei in Siria. Un dibattito acceso, durato dieci ore e mezza. Per il cardinale Vincent Nichols, «un'azione efficace è necessaria per fermare l’Isis». Ma l'arcivescovo di Canterbury mette in guardia: «Rafforzeremo la loro determinazione, aumenteremo la loro forza di reclutamento e incoraggeremo i loro simpatizzanti».

A quindici giorni di distanza dagli attentati di Parigi c’è una domanda che, detta o sottintesa, domina ancora la mente della gente sballottata fra sentimenti di paura e pulsioni di vendetta, fra allarmismi per il fagotto abbandonato e allarmi per il terrorista identificato, tra la voglia di rientrare nella quotidianità della vita che continua e il timore confuso per il futuro.