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“La pandemia da Covid-19 rischia di aumentare i tassi di povertà e le disuguaglianze specie tra i minorenni, incidendo inevitabilmente sulle fasce più deboli della popolazione. L’Italia resta tuttavia uno dei Paesi in prima linea nel contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Attraverso il programma europeo Child Guarantee, Unicef e Commissione europea supporteranno il Governo italiano in questa battaglia”: lo dichiara Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia. 

Secondo un’indagine dell’Unicef  i servizi di prevenzione e risposta alla violenza sono stati seriamente interrotti durante la pandemia da Covid-19, lasciando i bambini a maggior rischio di violenza, sfruttamento e abusi. 104 Paesi su 136 hanno segnalato un’interruzione dei servizi legati alle violenze contro i bambini. I due terzi dei Paesi hanno riferito che almeno un servizio è stato gravemente colpito, tra cui Sudafrica, Malesia, Nigeria e Pakistan. 

L’Unicef ha stimato che il primo giorno dell’anno sono nati in tutto il mondo 392.078 bambini.  Questo numero include circa 1.210 bambini nati in Italia. A livello globale, si stima che oltre la metà di queste nascite è avvenuta in otto Paesi: India con 67.385 nuovi nati, Cina con 46.299, Nigeria con 26.039, Pakistan con 16.787, Indonesia con 13.020, Stati Uniti con 10.452, Repubblica Democratica del Congo con 10.247 ed Etiopia con 8.493.

Il 2019 conclude un “decennio letale” per i bambini in zone di conflitto, con oltre 170.000 violazioni gravi verificate dal 2010, una media di oltre 45 violazioni gravi al giorno. Lo denuncia l’Unicef in una nota diffusa oggi nella quale si legge, inoltre, che il numero di Paesi in conflitto è il più alto dall’adozione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel 1989.

Circa il 94% dei 6500 minori stranieri non accompagnati attualmente registrati in Italia vive in centri d'accoglienza, paragonato a solo un 6% che vive in famiglia. Secondo un sondaggio lanciato da Unicef sulla piattaforma U-Report on the Move il 59% dei giovani migranti e rifugiati intervistati considera positivamente soluzioni abitative che danno indipendenza, anche se molti dichiarano di avere incontrato ostacoli nel trovarne per via della mancanza di un contratto regolare di lavoro, del rifiuto di affittare a stranieri o della mancanza di uno stipendio adeguato.