Parlamento

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«Mi sentirei ancora più umiliato, se dovessi pensare che l'Italia è la fotocopia di ciò che è successo ieri in Parlamento». Lo ha detto monsignor Nunzio Galantino, segretario generale ad interim della Cei, rispondendo alle domande dei giornalisti, durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente.

Le immagini delle risse in Parlamento lasciano sgomenti. L’irrompere delle violenze fisiche e verbali nei luoghi della democrazia parlamentare dicono molto dello stato di degrado in cui una parte del mondo politico italiano vuole trascinare le istituzioni. Stupisce in queste ore il silenzio assordante di Beppe Grillo e di Gianluigi Casaleggio, i padroni incontrastati del Movimento Cinque Stelle.

L'incognita è se nei prossimi mesi le forze politiche saranno in grado di maturare un accordo «in positivo» per un nuovo testo condiviso o alcune riusciranno a coalizzarsi per «imporne» uno. E questo è il vero punto. La decisione della Consulta - una sorta di extrema ratio del sistema - infatti è proprio il segno della grande debolezza di tutti gli attori.

Dopo il voto di fiducia al Senato (235 sì, 70 no) e alla Camera (435 sì e 162 no) che rassicura il governo, viene diffusa una nota del Quirinale: «L'essenziale è che il governo ha superato la prova, vinto la sfida innanzitutto per la serietà e la fermezza dell'impostazione sostenuta dal presidente del Consiglio dinanzi alle Camere. In quanto alla prospettiva che si apre in uno scenario politico in via di mutamento, chiaramente il presidente del Consiglio e il governo non potranno tollerare che si riapra un quotidiano gioco al massacro nei loro confronti».

Un sub emendamento presentato da Scelta Civica sblocca l’impasse e consente l’approvazione con i voti Pd, Sc e Lega. Spaccata la maggioranza di governo. Il testo approvato prevede che non costituiscono discriminazione aggravata le opinioni «assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto». Il voto contrario di molti esponenti di ispirazione cristiana